Sermoni

Johannes Tauler

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Johannes Tauler (Giovanni Taulero, Strasbourg ca. 1300-1361), proveniente da una famiglia patrizia, entrò in età giovanile nell’Or­dine Domenicano e durante i suoi studi di teologia a Colonia conob­be Heinrich Seuse (Enrico Suso) e Meister Eckhart, di cui divenne discepolo. Dopo un decennio trascorso a Basilea, dove fondò il mo­vimento Amici di Dio con una vastissima diffusione nella Valle del Reno, nel 1348 fece ritorno a Strasburgo. Fu maestro spirituale in vari monasteri femminili domenicani e apprezzato predicatore, come si evince dalle trascrizioni autentiche delle sue prediche.

La chiave della dottrina di Tauler è la ricerca della conoscenza della natura divina, attraverso il distacco, l’abbandono e la vera po­vertà in spirito, la ricerca dell’unione con Dio che l’uomo può sen­tire nel suo foro interiore. Sotto un linguaggio religioso, mai misti­cheggiante, s’intravedono insegnamenti dottrinali profondi, di chiara origine neoplatonica fino al celebre “Conosci te stesso”. La pratica delle virtù e il distacco sono temi ripresi nei Sermoni 59 e 83 di cui pubblichiamo alcuni estratti.

 

Sermone 59

La sequela di Cristo

[…] Ora dice nostro Signore: Se vuoi seguirmi, rinunzia, rinnega te stesso e prendi la tua croce[1]. Questo rinnegamento e questa croce sono presentati a molti nobili amici di Dio, e vi sono spinti talmente che non si osa dire quanto sconfinatamente uno debba abbandonarsi e rinnega­re se stesso in tutti i modi, dovunque si trovi. Ciò che non costa nulla, neanche vale nulla. Chi semina parcamente, miete pure poveramente. Come misuri sarai misurato a tua volta[2]. Nessuno però deve avere di mira questo, bensì unicamente Dio.

Care figlie, a che cosa serve tutto quello che vi si può dire a questo proposito se non volete lasciare i vostri vecchi modi e le abitudini, e vi attaccate con i sensi alla vostra attività esteriore, ai salteri, alle vigilie ed a simili proponimenti?

Veramente, figlia, tu devi distaccarti e morire a te stessa, a fondo. Egli ha detto: «Tu devi seguirmi»[3]. Il servo va dietro al suo padrone: non davanti, ma dietro, non secondo la sua volontà, ma secondo la volontà del padrone. E se non avessimo altro insegnamento, ci baste­rebbe considerare quanto poco i servi e le serve possano seguire la propria volontà e come tutto il loro tempo, il loro impegno, la loro forza appartengano in tutti i modi alla volontà e al servizio del loro si­gnore. Cara figlia, bisogna che il chicco di frumento muoia se deve portare frutto[4]. Tu devi morire a fondo alla tua propria volontà. L’uo­mo inoltre non dovrebbe mai distaccarsi tanto da se stesso e dalla sua volontà come quando si dona interiormente a Dio: dovrebbe sentirsi proprio come se non avesse mai avuto volontà. Una vergine stava in coro, cantava e diceva: «Signore, questo tempo è tuo e mio; ma quando entro in me allora il tempo è tuo e non mio». Se l’uomo vuol darsi a Dio, deve sottomettersi in tutto, in una sconfinata rinuncia alla propria volontà […].

 

Sermone 83

«Io non sono»

I giudei e i farisei mandarono messaggeri a Giovanni per chiedergli chi fosse, se era Elia. Egli confessò, non negò e disse: «Non lo sono». Gli chiesero: «Sei Cristo?». «Non lo sono». «Sei un profeta?». «Non lo sono».

Figli miei, si trovano ancora molti di questi farisei che vanno in giro ponendo domande oziose. Gli uni si informano su cose mondane, di ciò che fanno questi o quelli, di ciò che accade nelle città o nei paesi, tra i signori, tra la gente, religiosi o laici, di questo e di quell’altro e sono felici quando vengono a sapere qualcosa di nuovo. Pfui! Che grande scandalo per dei religiosi! Un religioso dovrebbe sempre ver­gognarsi di raccontare o di apprendere delle novità. Che importa a un religioso di tutto ciò che si può fare in questo mondo?

Altri domandano, spinti dalla curiosità: vorrebbero sapere molte cose, comprendere le cose elevate e poterne parlare. Anche da ciò non ne verrà nulla.

Altri ancora domandano per tentare gli altri, per sapere che cosa pensano e si presentano adulando, come i Giudei che dissero: «Mae­stro, sappiamo che sei veritiero»[5]. Così si comportano quelle persone. Se poi negli interlocutori trovano i loro stessi modi, allora tutto va bene, se non li trovano, tutto il modo d’agire di quelli non vale niente. Allora vanno ad interrogare altri e chiedono continuamente con l’in­tenzione di difendere le loro pratiche distorte, e non vogliono smet­terla, qualunque cosa si dica o si canti loro.

Un quarto gruppo è formato da buoni interroganti: il loro cuore e la loro anima si tormentano nel cercare l’amabilissima volontà di Dio: se mangiano, dormono, lavorano, vanno o stanno, si chiedono: «Ah, come arriveremo a compiere la carissima volontà del nostro amato Signore?».

Le persone della quinta categoria non chiedono, sono perfette e hanno superato lo stadio in cui si domanda. Ma dove si trovano? In queste persone non c’è più curiosità, poiché Agostino e Aristotele dicono che è la curiosità che spinge a interrogare. Questa non si trova in loro, perché la verità li ha penetrati.

Quei messaggeri chiesero a Giovanni chi egli fosse. Che cosa ri­spose il principe celeste, la stella del mattino, l’arcangelo Giovanni? Rispose: «Non sono». Egli confessò e non negò: «Io non sono», mentre tutti gli uomini vorrebbero rinnegare tale espressione, tutti i loro sforzi tendono al modo di rinnegare e nascondere queste parole: «Non sono»; tutti loro vogliono essere o apparire qualcuno, nel campo dello spirito o della natura. Carissimi figli, soltanto colui che arriverà a riconoscere la propria nullità, avrà trovato la via più diretta, più breve, più giusta, la più sicura verso la verità più eletta e più profonda che si possa raggiungere in questo mondo. Per arrivare a questo, nessuno è troppo vecchio o troppo debole, troppo inesperto o troppo giovane, troppo povero o troppo ricco. Questa via si esprime così: «Io non sono, io non sono nulla». Ah, che vita indicibile in questo «Non sono»! Ahimè, la si giri come si vuole, nessuno vuole seguire questa via! Dio mi perdoni, davvero noi siamo, vogliamo e vorremmo sempre essere qualcosa, uno più dell’altro. In questo sforzo tutti gli uomini sono prigionieri e legati a tal punto che nessuno vuole rinunciarvi: sarà più facile per loro compiere dieci opere che abbandonarsi a fondo. Da ciò deriva ogni lite, ogni pena: i mondani vogliono avere beni, amici e parenti, e rischiano per essi anima e corpo, soltanto per essere qual­cosa, grandi, ricchi, elevati e potenti. Quante cose anche i religiosi fan­no e omettono, soffrono e compiono per quel fine: ciascuno esamini se stesso. Conventi e monasteri sono affollati di gente che vuol essere o apparire qualche cosa.

Lucifero, in cielo, si ribellò: perché voleva essere qualcosa di più. Ciò lo precipitò nel più profondo abisso, nell’abisso del nulla, peg­giore di ogni nulla. Ciò trascinò anche i nostri progenitori e li scacciò dal delizioso paradiso, portando noi tutti nel bisogno e nella pena. Da qui derivano ogni pianto e ogni lamento, per ciò noi uomini siamo considerati senza Dio, privi di grazia, spogli di amore e di ogni virtù; è per lo stesso motivo che non troviamo pace, né in noi né fuori di noi; a questo si devono tutte le nostre manchevolezze nei confronti di Dio e degli uomini. Tutto deriva dal fatto che noi vogliamo essere qualcosa. Ah! Essere nulla! Questo procurerebbe in ogni modo, in ogni luogo, con tutti la pace completa, vera, essenziale, eterna e sarebbe la cosa più beata, più certa, più nobile che il mondo avrebbe, e tuttavia nes­suno la vuole, né ricchi né poveri, né giovani né vecchi!

Leggiamo nel vangelo di san Luca che un uomo ricco, un fariseo, aveva invitato a casa sua nostro Signore Gesù Cristo. Era davvero una grande opera buona nutrire Cristo con tutti i suoi discepoli. Erano in molti. L’intenzione di quell’uomo era del tutto buona, ma gli mancava questo nobile «Non sono». Ed ecco arrivò una peccatrice che si gettò a terra, dicendo nel fondo del suo cuore: «Non sono nulla». Per quel motivo ella fu innalzata al di sopra di tutti i cieli, più in alto dei cori angelici. Quella donna si prostrò ai piedi di Gesù, e con tutto il suo cuore amante disse: «Io non sono». Da quel fondo scaturì e si elevò un eterno «Io sono». Cristo le concesse tutto quello che desiderava. L’ospite stava là, tutto indaffarato nella buona opera di dar da mangia­re e da bere a tutti; egli disprezzava il modo di comportarsi di quella donna e, quando Cristo si rivolse a lei, pensò dentro di sé che era una peccatrice. Ah! In lui imperava quel misero «Io sono», non il «Non sono». Gli sembrava che ci si dovesse rivolgere a lui solo, ascoltare lui, parlare con lui, non con quella donna.

Ah, cari figli, quanti di questi farisei si trovano tra i religiosi e tra gli uomini del mondo! Il mondo ne è pieno, pieno, pieno! Persone in abito nero e rosso, grigio e blu, che a motivo della loro ricchezza, della loro parentela, della loro scienza o della loro abilità o della loro intelli­genza, per le loro elemosine o perché in apparenza sembrano sante, credono che ci si debba rivolgere con deferenza a loro, che si debba parlare con loro, ascoltare le loro parole, fare qualcosa per loro e subito pensano: «Non si dovrebbe far questo per me? Io ho fatto per loro questo e quello, io sono questo e quello». Per loro sarebbe molto ingiusto non essere considerati al di sopra di altri che, a parer loro, non posseggono le stesse qualità. Buon Dio, ma chi sono loro, da dove vengono, come osano pensare che noi dovremmo agire in tal modo con loro, disprezzando gli altri? E così che agiva quel fariseo che si innalzava al di sopra del pubblicano[6] e rimase non giustificato, perché gli pareva di essere qualcuno. Ma il povero pubblicano che diceva «Non sono», che si riteneva una nullità, abbassava gli occhi mormo­rando: «Signore, abbi pietà di me, io sono nulla, sono peccatore, sono meno di niente», quello tornò a casa giustificato. La stessa nobile bocca di Dio disse: «Che ciascuno si guardi dall’innalzarsi al di sopra di un altro, chiunque e qualunque cosa egli sia»[7].

Questa beata peccatrice, entrata nella casa dell’ospite, compì tre atti efficaci: si convertì, nella misura in cui si era pervertita; di quanto ella aveva rivolto i suoi occhi al mondo, di tanto ora con calde lacrime inondò i piedi di Cristo, e glieli asciugò con i suoi capelli, per espiare il piacere che con essi aveva ricevuto dal mondo, facendo penitenza col suo corpo, nel prosternarsi, e con i suoi averi, acquistando unguen­to per Gesù. La seconda cosa che fece fu di abbandonarsi subito e interamente a Cristo; la terza cosa fu che il suo cuore era colmo di dolore.

Figli miei, per tutto l’abbandono che non si manifesta esteriormente, non darei una fava. Esso dovrebbe venir conquistato attraverso le opere e nella verità, al di fuori della cattiva natura umana che dispone di mille astuzie e raggiri nei quali essa si trattiene. Se tutto ciò non venisse eliminato, avrei l’impressione che mi apparisse un diavolo in sembianza angelica. Sulla parola di questa gente non si può costruire: è come se qualcuno gettasse sul largo Reno un fuscello a mo’ di ponte e vi volesse passare sopra. Nella stessa misura si può fare affidamento su questa gente e sul loro abbandono. È un abbandono artificioso.

Infatti arrivano loro e dicono: «Ah, Signore, parlaci della verità più profonda!». Ahimè, non mi piace questo modo di parlare! Pilato chiese a nostro Signore Gesù Cristo quale fosse la verità, e Cristo tacque[8]. Non si può dire che cos’è la verità, così come non si può dire che cos’è Dio. Dio è verità, purità e semplicità: sono la sola e medesima essenza. Quando a queste persone si dice o si fa qualcosa di sgradito, si ribel­lano subito e mordono: ciò che si è fatto pare loro indegno e si lamen­tano. E allora ci si rende ben conto di dove stava il loro abbandono nelle parole e nelle opere e si evidenzia il loro fondo.

Figli, non ingannate voi stessi! Se mi ingannate, non danneggiate me, in verità, siete voi che rimarrete ingannati, il danno sarà vostro, non mio. Non dubito minimamente che vi siano migliaia di persone che all’apparenza sono molto sante e straordinarie, hanno trascorso tutti i giorni della loro vita in grande spiritualità, hanno prostrato pro­fondamente il loro capo eppure moriranno senza aver conosciuto, nemmeno per un istante, il vero abbandono. Un uomo ragionevole può ben lamentarsi, si può anche ridere e scherzare per la meraviglia di vedere la gente ingannare se stessa a tal punto. Tu sappi, in verità, che fin quando avrai una goccia di sangue nella tua carne e una briciola di midollo nelle tue ossa che non siano state consumate per vero abbandono, non devi pretendere di essere un uomo abbandonato; e sappi ancora che fin quando ti mancherà l’ultima briciola di vero abbandono, acquisita veramente, Dio ti resterà eternamente lontano e non sperimenterai la più profonda, la più alta beatitudine, nel tempo e nell’eternità.

Figli miei, il chicco di grano deve necessariamente morire, se deve portare frutto; solo quando muore porterà molti e grandi frutti. Figli, è necessario che qui ci sia morte, decomposizione, annientamento, qui deve esserci l’«Io non sono». In verità, per Dio che è la verità, non basta desiderare, bramare, pregare, figli miei, lo si deve conquistare, deve costare fatica: ciò che non costa non ha valore. Infatti se si potesse ottenerlo chiedendo, pregando, desiderando, senza sforzo e senza fatica, senza sofferenza e amarezza, sarebbe proprio una ben piccola cosa. In verità, figli, non può essere così. Sant’Agostino dice: «Dio ti ha creato senza di te, ma egli non ti giustificherà mai senza di te»[9]. Non credere e non immaginare che egli voglia farlo mediante qualche miracolo, come se ora Dio volesse far sbocciare una rosa: egli potrebbe benissimo farlo, ma non lo fa. Vuole piuttosto che ciò avven­ga secondo ordine, nel mese di maggio, dopo la brina, con la rugiada e nei modi e mediante i fattori che sono stati ordinati e predisposti a ciò.

Ah, figli miei, è cosa davvero miserevole e deplorevole che un reli­gioso viva trenta o quarant’anni e vada chiedendo e lamentandosi, con­duca una vita del tutto vana e non sappia ancora a che cosa appigliarsi. Sarebbe meglio che sacrificasse un anno, morisse, si annientasse e tagliasse ogni legame. Ahimè, ahimè! Verrà la morte e lui avrà sciu­pato, perduto, dissipato i suoi anni! Che dolore, che danno irreparabile gli procureranno questo eterno restare indietro, questa eterna mancan­za di abbandono! Ah, c’è motivo di lamentarsi qui più di quanto si possa fare nel tempo!

Un religioso e un uomo ben ordinato dovrebbero vivere con fervore, in una costante applicazione, progredire, acquisire sempre maggior bene, in modo che non vi sia giorno in cui non lo si debba trovare tanto progredito da non essere più in grado di ricordare il suo stato precedente. È davvero un peccato che gli uomini mondani cerchino le cose futili, effimere con maggior zelo di quanto gli eletti da Dio cer­cano il bene puro che è e si chiama Dio. Un religioso ben ordinato, dovrebbe essere così spoglio di volontà propria da non poter percepire in se stesso altro che l’«Io non sono».

Ecco che arrivano molte persone ed escogitano varie pratiche: gli uni vogliono vivere per un anno intero a pane e acqua, altri vogliono compiere un pellegrinaggio, ora questo ora quello. Ma io vi dico qual è il cammino più diretto e più breve: entra nel tuo fondo, esamina ciò che ti ostacola maggiormente e ti trattiene: prendilo di mira e getta questa pietra nel fondo del Reno. Altrimenti corri pure in capo al mon­do, fa’ qualsiasi cosa: non ti servirà a niente. La lama che separa la carne dalle ossa è il morire alla propria volontà e ai propri desideri. Molte persone uccidono la natura, ma lasciano vivere i difetti: non ne verrà fuori alcunché. Ah! Figli, rivolgetevi a voi stessi e guardate come siete lontani e dissimili dall’amabile modello di nostro Signore Gesù Cristo, il cui distacco fu più grande, più profondo di tutto il distacco che gli uomini abbiano mai compiuto o mai compiranno in questo tempo terreno.

Dunque questa donna si abbandonò soltanto a Cristo; ciò è da inten­dere in questo modo: abbandonarsi per amore di Dio significa abban­donare tutto a Dio. Molte persone si abbandonano volentieri, ma non vogliono abbandonarsi agli uomini. Vogliono che li tormenti Dio, non gli uomini. No, ci si deve abbandonare come Dio vuole che ci si abbandoni; e colui che vuole ricondurti al tuo nulla, accettalo con grande riconoscenza e con amore, poiché allora ti ricorderai chi sei in verità: «Non sono».

Perché noi tutti possiamo giungere a tale annientamento così da poterci inabissare nell’Essere divino, ci aiuti Dio. Amen.

 

[1] Cf. Luca, 9, 23.

[2] Cf. Luca, 6, 38.

[3] Cf. Giovanni, 21, 19.

[4] Cf. Giovanni, 12, 24.

[5] Cf. Matteo, 22, 16.

[6] Cf. Luca, 18, 9-13.

[7] Cf. Luca, 14, 11.

[8] Cf. Giovanni, 18, 37.

[9] Cf. Sermone 26.