La principessa sulla montagna di vetro

Anonimo

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Cera una volta un re che amava la caccia a tal punto che non conosceva piacere più grande che inseguire le bestie della foresta. In qualsiasi momento se ne andava in giro con il falco e il cane e aveva sempre successo, ma un giorno accadde che non riuscì a stanare selvaggina, sebbene cercasse ovunque fin dal mattino.

Verso sera, quando giunse per lui il momento di tornare a casa con i suoi uomini, vide improvvisamente un nano che correva davanti a lui nel bosco. Subito il re spronò il cavallo, lo inseguì e lo catturò, e tutti si stupirono del suo singolare aspetto, perché era piccolo e brutto come un troll e aveva i capelli crespi come il muschio. Ma qualsiasi cosa il re gli dicesse, quello non rispondeva, né con le buone né con le cattive. Il re, già insoddisfatto per la caccia, ne fu molto irritato e così coman­dò ai suoi scudieri di prendere quell’uomo selvaggio e tenerlo bene in custodia affinché non fuggisse. Poi tornò al suo palazzo e di ciò che accadde dopo non si racconta niente.

A quei tempi c’era la vecchia usanza che il re e i suoi uomini sedes­sero a bere fino a tarda notte e allora si parlava molto, e ancor più si beveva. Mentre erano ancora seduti a tavola e bevevano e si diver­tivano, il re prese un grande corno e disse: “Che ne pensate della nostra caccia di oggi? Quando si è mai potuto dire prima che siamo tornati a casa senza selvaggina?”.

“È proprio vero ciò che dici” dissero gli uomini, “e un altro caccia­tore bravo come te sicuramente non si trova al mondo. Comunque non devi lamentarti della nostra caccia, poiché abbiamo catturato una selvaggina di cui non si è mai visto né sentito l’uguale”.

Quelle parole fecero molto piacere al re e ora chiese loro cosa pensavano che dovesse fare del nano.

“Beh” risposero i cortigiani, “devi tenerlo prigioniero qui al palazzo, in modo che si veda in giro che cacciatore sei. Ma devi custodirlo in modo che non fugga, perché è astuto e maligno”.

Il re tacque per un po’. Poi alzò il corno e disse: “Farò come dite, e non sarà un mio errore se il selvaggio fuggirà. E prometto che colui che lo lascerà libero morirà senza pietà, fosse anche mio figlio”.

Detto questo svuotò il corno.

Era un giuramento solenne e i cortigiani si guardarono esitanti, per­ché non lo avevano mai udito parlare in quel modo e si rendevano ben conto che l’idromele gli aveva dato alla testa.

Il mattino dopo, non appena il re si svegliò, ricordò la promessa che aveva fatto al banchetto. Mandò subito a prendere del legname e costruì una piccola casa o gabbia vicino al palazzo reale. La gabbia era fatta di grandi assi e chiusa da robuste serrature e sbarre, in modo che nessuno potesse penetrare, e nel mezzo della parete fu aperta una finestrella per passare il cibo. Quando poi tutto fu pronto, il re fece portare il selvaggio, lo mise in gabbia e prese lui stesso le chiavi. Ora il nano dovette rimanere lì giorno e notte, e la gente andava e veniva per guardarlo. Ma nessuno lo sentì mai protestare né dire una sola parola.

Poi passò molto tempo, ma un giorno accadde che una guerra scop­piò nel paese e il re dovette partire. Al momento della partenza disse alla sua regina: “Ora devi governare il mio regno e lascerò la terra e il popolo alle tue cure. Ma una cosa devi promettermi: che custodirai bene il selvaggio, in modo che non fugga mentre sono assente”.

La regina promise di fare del suo meglio in questa e in tutte le altre cose, e così il re le diede le chiavi della gabbia. Poi fece salpare le sue navi, alzò le vele e andò molto lontano, in altri regni, e ovunque andasse mieteva vittorie.

La regina rimase sulla spiaggia a guardarlo finché riuscì a scorgere le bandiere sul mare. Poi con le sue dame tornò al palazzo.

Il re e la regina avevano un unico figlio, un principe che era ancora in tenera età ma lasciava ben sperare. Dopo la partenza del re, un giorno accadde che il principe, andando in giro per la reggia, giunse alla gabbia del selvaggio. Lì si sedette a giocare con la sua mela d’oro. Mentre giocava, capitò che la mela inavvertitamente entrasse dalla finestra della gabbia. Subito il nano si avvicinò e la gettò fuori. Al principe sembrò un gioco divertente, perciò gettò di nuovo dentro la mela, e di nuovo il selvaggio la lanciò fuori, e così continuarono per un po’. Ma presto la gioia si trasformò in dispiacere, poiché il selvag­gio si tenne la mela e non volle più restituirla. Visto che non c’era niente da fare, né minacciando né pregando, alla fine il piccolo co­minciò a piangere.

Allora il selvaggio disse: “Male si è comportato tuo padre con me, perché mi ha preso prigioniero, e tu non riavrai mai la tua mela se non mi lascerai libero”.

“Come posso lasciarti libero? Dammi la mia mela d’oro! La mia mela d’oro!” piangeva il principe.

“Ebbene, ora fai come ti dico” disse il selvaggio. “Vai da tua madre, la regina, e chiedile di pettinarti. Poi bada bene a rubarle le chiavi dalla cintola e vieni qui ad aprire la porta. Poi puoi rimettere a posto le chiavi nello stesso modo in cui le hai prese, e nessuno se ne accor­gerà”.

In breve, il selvaggio riuscì a persuadere il piccolo, che alla fine fece come gli veniva chiesto e tornò quindi con le chiavi e aprì la porta della gabbia, in modo che il selvaggio potesse uscire. Quando si separarono, l’uomo disse: “Eccoti dunque la tua mela d’oro, come ti ho promesso, e grazie per avermi liberato. Un’altra volta, quando ne avrai bisogno, sarò io ad aiutarti”.

E così dicendo corse via. Il principe tornò da sua madre e rimise a posto le chiavi nello stesso modo in cui le aveva prese.

Quando fu scoperto che il selvaggio se l’era data a gambe, in tutta la reggia ci fu grande agitazione e la regina mandò gente ovunque per trovarlo. Ma era scomparso.

Il tempo passava e la regina era sempre più preoccupata, perché aspettava da un giorno all’altro il ritorno del marito. Un giorno vide infine le sue vele avvicinarsi sul mare, e molte persone si raccolsero sulla spiaggia per salutarlo. Quando scese a terra, la sua prima doman­da fu se avevano custodito bene il selvaggio. Allora la regina dovette ammettere come stavano le cose, e raccontò tutto ciò che era accaduto. Il re era fuori di sé e disse che avrebbe punito il colpevole, chiunque fosse. Fece passare al setaccio tutta la reggia e anche i bambini dovet­tero testimoniare, ma nessuno sapeva niente.

Alla fine toccò al piccolo principe, che confessò: “So di aver meritato l’ira di mio padre, ma non posso nascondere la verità: sono io che ho liberato il selvaggio”.

La regina si fece pallida come una morta, e anche tutti gli altri, per­ché non c’era persona che non volesse bene al principe.

“Mai si dovrà dire di me che non ho mantenuto una promessa, anche se ne andasse della mia carne e del mio sangue. Morirai come meriti”.

Così diede ordine ai suoi uomini di portare il principe nel bosco e ucciderlo, e di riportare il suo cuore come prova di aver obbedito.

Ora ci fu grande dolore fra il popolo e tutti chiesero la grazia per il principe, ma il re fu irremovibile. Così gli uomini non osarono fare altro che obbedire: presero con sé il principe e si misero in cammino. Quando furono nel profondo del bosco videro un pastore che pasco­lava dei maiali, e così uno di essi disse all’altro: “Non mi sembra giusto togliere la vita al figlio del re. Compriamo piuttosto un verro e prendiamo il suo cuore, tutti crederanno che sia del principe”.

Beh, anche l’altro pensava che fossero parole sagge. Comprarono così un verro dal pastore, portarono l’animale nel bosco, lo uccisero e presero il suo cuore. Poi pregarono il principe di andarsene per la sua strada e non tornare mai più. Loro tornarono alla reggia, ed è facile capire quale dolore li accolse quando raccontarono della morte del principe.

Il giovane principe fece ora quanto i servi gli avevano detto: conti­nuò a camminare e da mangiare aveva solo noci e bacche selvatiche che crescevano nel bosco. Dopo aver vagato a lungo giunse a un monte, e in cima al monte c’era un grande abete: si arrampicò sull’al­bero per vedere se riusciva a trovare una strada, e quando fu in cima e guardò da ogni lato, vide lontano lontano una grande reggia che scin­tillava al sole. Allora il suo cuore si rallegrò ed egli si mise in cam­mino in quella direzione.

Cammin facendo incontrò un ragazzo che stava arando: lo pregò di scambiare con lui i vestiti, e quello accettò. Così attrezzato giunse infi­ne alla reggia, varcò la soglia e chiese di entrare a servizio; fu assunto quindi come pastore per pascolare il bestiame del re. Se ne andava nel bosco per lunghi giorni e con il passar del tempo divenne grande e imponente, tanto che in nessun luogo c’era l’uguale.

Il re che regnava lì era stato sposato e dalla sua regina aveva avuto una sola figlia: era più bella di ogni altra fanciulla e in più così dolce e gentile che chi l’avesse sposata avrebbe potuto considerarsi felice.

Quando compì quindici anni ebbe un numero incredibile di preten­denti, e sebbene dicesse di no a tutti il loro numero continuava ad aumentare, e il re era disperato perché non sapeva più che cosa rispondere. Perciò andò da sua figlia e la pregò di sceglierne uno, ma lei non voleva. Allora il re andò in collera e disse: “Se non vuoi fare la tua scelta, dovrò farla io, anche se forse non sarà proprio secondo le tue idee”.

Il re stava per andarsene, ma la principessa lo trattenne: “Vedo bene che le cose dovranno andare secondo la tua volontà” disse. “Pure non devi credere che sposi chiunque. Sposerò solo colui che è in grado di salire sulla montagna di vetro completamente armato”.

Al re sembrò una buona proposta e inviò per tutto il regno un editto secondo il quale avrebbe avuto la principessa chi fosse stato capace di salire a cavallo sulla montagna di vetro.

Quando giunse il giorno stabilito dal re, la principessa fu accompa­gnata con gran fasto fino alla montagna di vetro. Lì si sedette sulla cima con la corona d’oro sul capo e la mela d’oro in mano, ed era così bella che non c’era alcuno che non avrebbe rischiato volentieri la sua vita per lei.

In basso, sotto la montagna, si riunirono tutti i pretendenti con magnifici cavalli e armi scintillanti, e al sole ogni cosa splendeva come un fuoco, e tutto intorno il popolo affluiva in grandi schiere per vedere il loro gioco. Quando poi tutto fu pronto, venne dato il segnale con corni e trombe e nello stesso istante i pretendenti corsero l’uno dopo l’altro con tutte le forze salendo il monte. Ma la montagna era alta e liscia come il ghiaccio e in più molto ripida, così nessuno saliva più di un pezzettino prima di precipitare giù a gambe all’aria e poteva anche capitare che in tal modo si rompesse gambe e braccia. Da questo nasceva un terribile frastuono, i cavalli nitrivano, il popolo gridava e le armi strepitavano, tanto che si sentiva molto lontano.

Mentre tutto questo accadeva, il principe se ne andava in giro nel bosco con i suoi buoi. Quando sentì quel rumore e quel brontolio si sedette su una pietra, posò la testa sulle mani e rimase immerso in profondi pensieri: pensava a quanto gli sarebbe piaciuto essere lì e cavalcare come gli altri. Nello stesso istante udì dei passi, e quando alzò lo sguardo c’era davanti a lui il selvaggio.

“Grazie per l’altra volta” disse quello. “Perché te ne stai lì seduto tutto solo e triste?”.

“Beh, potrò ben essere afflitto” disse il principe. “Per colpa tua sono un fuggiasco dal paese di mio padre, e ora non ho né un cavallo né un’armatura per poter andare alla montagna di vetro e partecipare alla gara per la principessa”.

“Ah, nient’altro?” disse il selvaggio. “Allora si risolverà sicuramente in qualche modo. Tu una volta mi hai aiutato, ora ti aiuterò io”.

Detto questo lo prese per mano e lo portò sotto terra nella sua grotta. Lì gli mostrò un’armatura fatta dell’acciaio più duro, e così lucida che era circondata di un alone azzurro. E lì accanto c’era uno splendido destriero sellato che grattava in terra con gli zoccoli d’acciaio e mordeva il freno al punto che la schiuma bianca scorreva fino a terra.

“Ora affrettati a vestirti” disse il selvaggio. “Poi sali a cavallo e tenta la fortuna, io nel frattempo pascolerò i tuoi buoi”.

Il principe non se lo fece dire due volte, indossò l’elmo e la corazza, si mise gli speroni ai piedi e si legò la spada al fianco e con quella corazza d’acciaio si sentiva leggero come un uccellino nell’aria. Poi saltò in sella, spronò il cavallo e corse via verso la montagna.

I pretendenti della principessa stavano terminando il gioco e nessuno di loro aveva vinto il premio, sebbene tutti avessero fatto quanto potevano. Mentre stavano lì a pensare che forse un’altra volta avreb­bero avuto più fortuna, improvvisamente videro un giovane arrivare a cavallo dal bosco, diretto verso la montagna, e stava in sella proprio come un cavaliere, era un piacere vederlo. Subito gli occhi di tutti si rivolsero verso il guerriero sconosciuto e tutti si chiesero chi potesse essere, perché nessuno lo aveva mai visto.

Ma non ebbero tempo di chiedere, perché appena uscito dal bosco si alzò sulle staffe, spronò il cavallo e corse come una freccia salendo la montagna di vetro. Ma non arrivò fino in cima: giunto a metà della salita girò improvvisamente il cavallo e scese di nuovo dalla monta­gna, tanto che il fuoco sprizzava dagli zoccoli. Poi in un attimo scom­parve nel bosco.

Ora ci fu agitazione e stupore per lo sconosciuto guerriero e tutti furono d’accordo di non aver mai visto un cortigiano più fiero né un destriero più splendido, e anche la principessa sembrava la pensasse così, perché da allora ogni notte sognò il giovane straniero.

Tempo dopo i pretendenti dovevano provare ancora la fortuna. Tutto andò nello stesso modo della prima volta e a nessuno di loro arrise sorte migliore, perché dopo aver fatto un pezzo di salita precipitavano giù a gambe all’aria.

Nel frattempo il principe pascolava i suoi buoi nel bosco e quando sentì il rumore e lo strepitio di armi si sedette e pianse, perché pensava alla principessa e a quanto gli sarebbe piaciuto essere lì e cavalcare con gli altri. Allora ecco di nuovo il selvaggio davanti a lui a chieder­gli perché fosse così triste. E quando ebbe appreso il motivo del suo dolore lo prese per mano, lo portò nella caverna e gli mostrò un’arma­tura dell’argento più chiaro, così lucida che risplendeva da lontano. E lì accanto c’era un destriero bianco come la neve, completamente sel­lato che grattava in terra con gli zoccoli d’argento e mordeva il freno, tanto che la schiuma schizzava.

“Affrettati ora a indossare l’armatura e vai a provare la tua sorte, io nel frattempo pascolerò i tuoi buoi” disse il selvaggio.

Il principe fece come gli aveva detto e poi cavalcò di gran carriera verso la montagna di vetro.

Mentre i pretendenti della principessa stavano lì a sperare in miglior fortuna la volta successiva, improvvisamente un giovane uscì al galop­po dal bosco e si diresse verso la montagna, ed era vestito d’argento dalla testa ai piedi. Riconobbero subito il guerriero della prima volta.

Il principe era appena spuntato sulla pianura che subito si rizzò sulle staffe, spronò il cavallo e corse come un fuoco su per il pendio. Tuttavia non arrivò fino in cima, ma quando giunse sulla cresta della montagna salutò la principessa con grande cortesia, girò il cavallo e ridiscese la china facendo scintillare gli zoccoli. Poi scomparve nel bosco.

Ora è facile credere che ci fu un’agitazione ancora maggiore della volta precedente, e tutti si chiedevano chi fosse il guerriero straniero. Ma erano tutti d’accordo: non avevano mai visto un giovane più svelto e la principessa, dicevano, era arrossita come una rosa quando lui l’aveva salutata sulla montagna.

Tempo dopo il re fissò un giorno per il terzo tentativo dei preten­denti. La principessa fu accompagnata di nuovo sulla montagna e tutto si svolse come la volta precedente, ma andò altrettanto male perché la montagna era così liscia e ripida che quando avevano fatto un pezzetto precipitavano giù di nuovo a gambe all’aria.

Mentre avveniva tutto questo, il principe pascolava i suoi buoi e quando udì il rumore e il brontolio pianse amaramente, perché pensava alla principessa e a quanto gli sarebbe piaciuto rischiare la vita per conquistarla. Allora ecco improvvisamente davanti a lui il selvaggio che gli chiese perché fosse così triste. Quando il principe glielo ebbe confessato, il selvaggio lo portò con sé nella grotta e gli mostrò un’ar­matura dell’oro più puro, che splendeva come il sole. E lì accanto c’era uno splendido destriero completamente sellato che grattava con gli zoccoli d’oro e mordeva il freno al punto che la schiuma scendeva a terra.

“Affrettati ora, vestiti e galoppa via, a tentare la tua sorte” disse il selvaggio.

Il principe indossò l’armatura, saltò in sella e cavalcò verso la mon­tagna di vetro.

Mentre ora i pretendenti della principessa si consigliavano su cosa fosse meglio fare, d’improvviso videro un giovane arrivare a cavallo dal bosco e dritto verso la montagna, era vestito d’oro dalla testa ai piedi e stava in sella proprio come un cavaliere. Riconobbero lo stesso guerriero di prima, ma il principe non lasciò che si stupissero a lungo, si alzò sulla sella, spronò il cavallo e corse come un fulmine su per la montagna. Giunto sano e salvo fino in cima, salutò la principessa con grande cortesia, s’inginocchiò davanti a lei e ricevette la mela dalla sua mano. Poi girò il cavallo e ridiscese dalla montagna, tanto che il fuoco schizzava dagli zoccoli d’oro lasciando alle sue spalle una lunga striscia d’oro. Infine scomparve nel bosco.

Ora non è difficile credere che ci fu un bel po’ di vita sulla mon­tagna. La gente esultava tanto che si sentiva da lontano, i corni ri­suonavano, le trombe squillavano, i cavalli nitrivano, le armi stre­pitavano e il re fece annunciare che lo straniero dorato aveva vinto il premio.

Ora mancava solo di scoprire chi fosse il guerriero tutto d’oro, perché nessuno lo conosceva. Tutti si aspettavano che si presentasse subito alla reggia, ma lui non arrivava. Ci fu grande stupore, e intanto la principessa impallidiva e deperiva, il re si faceva impaziente e i pretendenti brontolavano ogni giorno di più.

Visto che non c’era altro da fare, il re fece annunciare una grande assemblea al suo palazzo, e ogni uomo, che fosse di alto o basso lignaggio, doveva presentarsi, affinché la principessa potesse scegliere fra loro. Si presentò un’enorme quantità di persone, sia per la principessa sia perché il re così aveva ordinato.

Quando furono tutti riuniti, la principessa uscì dalla reggia con gran fasto e insieme alle sue damigelle andò in giro fra la folla. Ma sebbene cercasse ovunque, non trovava ciò che cercava. Giunta all’ultima fila vide d’improvviso un uomo nascosto tra la folla. Portava un gran cappello e un ampio mantello grigio, come usano i pastori, ma aveva il cappuccio tirato su, e nessuno poteva vedere il suo volto.

Subito la principessa gli si avvicinò, abbassò il cappuccio, abbracciò l’uomo e gridò: “Eccolo! Eccolo!”.

Allora tutti risero, perché riconobbero in lui il pastore del re.

“Dio mi protegga, che genero mi toccherà!” esclamò il re.

Ma come se niente fosse l’uomo rispose: “Ah, non vi preoccupate per questo! Sono figlio di re come voi siete re!”.

E così dicendo si tolse il mantello, e allora nessuno rise più, perché invece del grigio pastore c’era davanti a loro un giovane principe così bello, vestito d’oro dalla testa ai piedi e con la mela d’oro della princi­pessa in mano, e tutti ora riconobbero che era lui il giovane che aveva cavalcato fino in cima alla montagna di vetro.

Ora ci fu una grande gioia, il principe abbracciò la sua promessa sposa e raccontò le sue origini e tutto ciò che gli era accaduto. Il re non si diede pace, fece subito organizzare le nozze e invitò tutto il popolo e anche i pretendenti. Fu organizzato un banchetto di cui non si era mai visto l’uguale, e il principe ebbe la figlia del re e anche la metà del regno. Ma dopo sette giorni di festeggiamenti prese la sua bella moglie e con gran seguito tornò nel paese di suo padre. Ci fu grande gioia, e il re e la regina piansero di felicità nel vederlo di nuovo vivo.

Da allora vissero felici insieme, e nessuno ha mai più saputo nulla del selvaggio.