“El-Faqru”

René Guénon

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L’essere contingente può essere definito come quello che non ha in se stesso la propria ragione sufficiente; un tale essere, di conseguenza, non è niente per se stesso, e niente di ciò che è gli appartiene in pro­prio. Tale è il caso dell’essere umano, in quanto individuo, come pure di tutti gli esseri manifestati, in qualsivoglia stato, giacché, quale che sia la differenza tra i gradi dell’Esistenza universale, essa è sempre niente rispetto al Principio. Questi esseri, umani o altri, sono dunque, in tutto ciò che sono, in una completa dipendenza nei confronti del Principio, «al di fuori del quale non v’è niente, assolutamente niente che esiste»[1]; è nella consapevolezza di tale dipendenza che consiste propriamente ciò che varie tradizioni designano come la “povertà spirituale”. Nello stesso tempo, per l’essere che è pervenuto a tale con­sapevolezza, questa ha per conseguenza immediata il distacco da tutte le cose manifestate, giacché egli sa, dato che anche tali cose non sono niente, che la loro importanza è rigorosamente nulla rispetto alla Real­tà assoluta. Questo distacco, nel caso dell’essere umano, implica es­senzialmente e prima di tutto l’indifferenza riguardo ai frutti dell’a­zione, qual è insegnata segnatamente nella Bhagavad-Gîtâ, indifferen­za per il cui tramite l’essere sfugge alla concatenazione indefinita delle conseguenze di quest’azione: è l’“azione senza desiderio” (nishkâma Karma), mentre l’“azione con desiderio” (sakâma Karma) è l’azione compiuta in vista dei suoi frutti.

Con ciò, l’essere esce dunque dalla molteplicità; sfugge, secondo le espressioni impiegate dalla dottrina taoista, alle vicissitudini della “corrente delle forme”, all’alternanza degli stati di “vita” e di “morte”, di “condensazione” e di “dissipazione”[2], passando dalla circonferenza della “ruota cosmica” al suo centro, che è designato a sua volta come «il vuoto (il non-manifestato) che unisce i raggi e ne fa una ruota»[3]. «Chi è giunto al massimo del vuoto, dice anche Lao-tseu, costui sarà saldamente stabilito nella quiete … Ritornare alla propria radice (vale a dire al Principio, al tempo stesso origine prima e fine ultimo di tutti gli esseri), vuol dire entrare nello stato di quiete»[4]. «La pace nel vuoto, dice Lie-tseu, è uno stato indefinibile; non la si prende né la si dà; si arriva a stabilirvisi»[5]. Questa “pace nel vuoto”, è la “grande pace” (Es-Sakînah) dell’esoterismo musulmano[6], che è nello stesso tempo la “presenza divina” al centro dell’essere, presupposta dall’unione con il Principio, che può effettivamente operarsi solo in quello stesso centro. «A colui che dimora nel non-manifesto, tutti gli esseri si manife­stano … Unito al Principio, è in armonia, attraverso esso, con tutti gli esseri. Unito al Principio, conosce tutto attraverso le ragioni generali superiori, e non si serve più, di conseguenza, dei suoi diversi sensi, per conoscere in particolare e in dettaglio. La vera ragione delle cose è invisibile, inafferrabile, indefinibile, indeterminabile. Solo, lo spirito ristabilito nello stato di perfetta semplicità può afferrarla nella con­templazione profonda»[7].

La “semplicità”, espressione dell’unificazione di tutte le potenze dell’essere, caratterizza il ritorno allo “stato primordiale”; e si vede qui tutta la differenza che separa la conoscenza trascendente del saggio, dal sapere ordinario e “profano”. Questa “semplicità”, è anche ciò che è designato altrove come lo stato d’“infanzia” (in sanscrito bâlya), inteso naturalmente in senso spirituale, e che, nella dottrina indù, è con­siderato come condizione preliminare all’acquisizione della conoscenza per eccellenza. Ciò ricorda le analoghe parole che si trovano nel Van­gelo: «Chiunque non accoglierà punto il Regno di Dio come un bam­bino, non v’entrerà affatto»[8]. «Mentre avete nascosto queste cose ai sapienti e agli avveduti, le avete rivelate ai semplici e ai piccoli»[9].

“Semplicità” e “piccolezza” sono qui, in fondo, degli equivalenti della “povertà”, di cui si parla tanto spesso anche nel Vangelo, e che è generalmente assai mal compresa: «Beati i poveri in spirito, giacché il Regno dei Cieli appartiene loro»[10]. Questa “povertà” (in arabo El-faqru) conduce, secondo l’esoterismo musulmano, a El-fanâ, cioè al­l’“estinzione” dell’“io”[11]; e, attraverso questa “estinzione”, si raggiun­ge la “stazione divina” (El-maqâmul-ilahi), che è il punto centrale dove tutte le distinzioni inerenti ai punti di vista esteriori sono supe­rate, dove tutte le opposizioni sono scomparse e sono risolte in un equilibrio perfetto. «Nello stato primordiale, queste opposizioni non esistevano. Tutte sono derivate dalla diversificazione degli esseri (ine­rente alla manifestazione e come lei contingente), e dai loro contatti causati dalla girazione universale (vale a dire dalla rotazione della “ruota cosmica” attorno al suo asse). Esse di colpo cessano di colpire l’essere che ha ridotto il suo io distinto e il suo movimento particolare a quasi niente»[12]. Questa riduzione dell’“io distinto”, che alla fine scom­pare riassorbendosi in un punto unico, corrisponde a El-fanâ, come pure al “vuoto” di cui dicevamo sopra; è d’altronde evidente, secondo il simbolismo della ruota, che il “movimento” di un essere è tanto più ridotto quanto più tale essere è prossimo al centro. «Quest’essere non entra più in conflitto con alcun essere, poiché è stabilito nell’infinito, cancellato nell’indefinito[13]. Egli è pervenuto e si tiene nel punto di par­tenza delle trasformazioni, punto neutro dove non vi sono conflitti. Con­centrando la sua natura, alimentando il suo spirito vitale, raccogliendo tutte le sue potenze, egli si è unito al principio di tutte le genesi. Essendo la sua natura intera (totalizzata sinteticamente nell’unità prin­cipiale) e il suo spirito vitale intatto, nessun essere può scalfirlo»[14].

La “semplicità” di cui si parlava sopra corrisponde all’unità “senza dimensioni” del punto primordiale, al quale fa capo il movimento di ritorno verso l’origine. «L’uomo assolutamente semplice piega con la sua semplicità tutti gli esseri … al punto che niente gli si oppone nelle sei regioni dello spazio, niente gli è ostile, il fuoco e l’acqua non l’of­fendono»[15]. Infatti, egli si tiene al centro, da cui originano per irrag­giamento le sei direzioni, e dove esse vengono, nel movimento di ri­torno, a neutralizzarsi a due a due, di modo che, in questo punto unico, la loro triplice opposizione cessa interamente, e niente di ciò che ne risulta o vi si trova può colpire l’essere che dimora nell’unità immu­tabile. Poiché costui non si oppone a niente, niente può opporsi a lui, giacché l’opposizione è necessariamente una relazione reciproca, che esige la presenza di due termini, e che, di conseguenza, è incom­patibile con l’unità principiale; e l’ostilità, che è solo un seguito o una manifestazione esteriore dell’opposizione, non può sussistere nei con­fronti di un essere che è al di fuori e al di là d’ogni opposizione. Il fuoco e l’acqua, che sono il modello dei contrari nel “mondo elemen­tare”, non possono offenderlo, giacché, a dire il vero, essi per lui non esistono nemmeno più come contrari, essendo rientrati, equilibrandosi e neutralizzandosi reciprocamente attraverso la riunione delle loro qualità apparentemente opposte, ma in realtà complementari, nell’in­differenziazione dell’etere primordiale.

Questo punto centrale, attraverso cui si stabilisce, per l’essere umano, la comunicazione con gli stati superiori o “celesti”, è anche la “porta stretta” del simbolismo evangelico, e si può perciò comprendere chi siano i “ricchi” che non possono attraversarla: sono gli esseri attac­cati alla molteplicità, e che, pertanto, sono incapaci d’elevarsi dalla conoscenza distintiva alla conoscenza unificata. Tale attaccamento, infatti, è direttamente contrario al distacco di cui si diceva sopra, come la ricchezza è contraria alla povertà, e incatena l’essere alla serie in­definita dei cicli di manifestazione[16]. L’attaccamento alla molteplicità è anche, in un certo senso, la “tentazione” biblica, che, facendo gustare all’essere il frutto dell’“Albero della Scienza del bene e del male”, cioè della conoscenza duale e distintiva delle cose contingenti, lo allontana dall’unità centrale originaria e gli impedisce di cogliere il frutto dell’“Albero della Vita”; ed è proprio per questo, in effetti, che l’essere è sottoposto all’alternanza delle mutazioni cicliche, cioè alla nascita e alla morte. Il percorso indefinito della molteplicità è rap­presentato precisamente dalle spire del serpente che si attorciglia al tronco dell’albero che simboleggia l’“Asse del Mondo”: è il cammino degli “smarriti” (Ed-dâllîn), di coloro che sono nell’“errore” nel senso etimologico della parola, contrapposto alla “retta via” (Es-sirâtul-mustaqîm), che sale verticalmente seguendo lo stesso asse, di cui si parla nella prima sura del Corano[17].

“Povertà”, “semplicità”, “infanzia”, sono in fondo una sola e mede­sima cosa, e la spoliazione che tutti queste parole esprimono[18] sfocia in un’“estinzione” che è, in realtà, la pienezza dell’essere, così come il “non-agire” (wu-wei) è la pienezza dell’attività, poiché è da lì che derivano tutte le attività particolari: «Il Principio è sempre non-agente, eppure tutto è fatto da lui»[19]. L’essere che è così giunto al punto centrale ha con ciò stesso realizzato l’integralità dello stato umano: è l’“uomo vero” (tchenn-jen) del Taoismo, e quando, partendo da questo punto per elevarsi agli stati superiori, avrà compiuto la perfetta tota­lizzazione delle sue possibilità, sarà divenuto l’“uomo divino” (cheun-jen), che è l’“Uomo Universale” (El-Insânul-Kâmil) dell’esoterismo musulmano. Così, si può dire che sono i “ricchi” dal punto di vista della manifestazione che sono in verità i “poveri” rispetto al Principio, e viceversa; è ciò che esprime con altrettanta chiarezza il passo evan­gelico: «Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi»[20]; e dobbiamo constatare a tale riguardo, una volta di più, il perfetto accor­do di tutte le dottrine tradizionali, che sono solo le diverse espressioni della Verità una.

 

Mesr, 11-12 rabî awal 1349 H. (Mûlid en-Nabi)

 

 

[1] Mohyiddîn ibn Arabî, Risâlatul-Ahadiyyah.

[2] Aristotele, in un senso simile, dice “generazione” e “corruzione”.

[3] Tao-te-King, XI.

[4] Tao-te-King, XVI.

[5] Lie-tseu, cap. I.

[6] Vedere il nostro articolo su La grande guerre sainte (Le Voile d’Isis, n. 125, maggio 1930).

[7] Lie-tseu, cap. IV.

[8] Luca, XVIII, 17.

[9] Matteo, XI, 25; Luca, X, 21.

[10] Matteo, V, 3.

[11] Questa “estinzione” non è priva di analogie, anche quanto al senso letterale del termine che la designa, con il Nirvâna della dottrina indù; al di là di El-fanâ v’è ancora Fanâ el-fanâi, l’“estinzione del­l’estinzione”, che analoga­mente corrisponde al Parinirvâna.

[12] Tchuang-tseu, cap. XIX.

[13] La prima di queste due espressioni si riferisce alla “personalità” e la seconda all’“individualità”.

[14] Tchuang-tseu, cap. XIX. – L’ultima frase si riferisce ancora alle condizioni dello “stato primordiale”: è ciò che la tradizione giudeo-cristiana designa come l’immortalità dell’uomo prima della “caduta”, immortalità recuperata da chi, tornato al “Centro del Mondo”, si alimenta all’“Albero della Vita”.

[15] Lie-tseu, cap. II.

[16] È il samsâra buddhista, la rotazione indefinita della “ruota della vita”, da cui l’essere deve liberarsi per raggiungere il Nirvâna.

[17] Questa “retta via” è identica al Te o “Rettitudine” di Lao-tseu, che è la direzione che un essere deve seguire perché la sua esistenza sia secondo la “Via” (Tao), o, in altri termini, conforme al Principio.

[18] È la “spoliazione dei metalli” nel simbolismo massonico.

[19] Tao-te-King, XXXVII.

[20] Matteo, XX, 16.