Editoriale

Redazione

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Il presente numero della rivista è dedicato all’impegno iniziatico. Riteniamo fondamentale, per ben comprendere di che si tratti, chiarire in estrema sintesi percorso e fine ultimo dell’ini­ziazione. Solo attraverso un lavoro di purificazione che lo svincoli dagli attaccamenti mondani e faccia crescere in lui le virtù, l’essere potrà prepararsi all’estinzione dell’ego, fine dei “piccoli misteri” e preludio ai “grandi misteri” che culminano nella “liberazione finale”. Il penoso trava­glio di distacco dal mondo e la morte dell’ego sono descritti in modo velato da Dante Alighieri nell’Epistola IV e nel canto a seguire, mentre sono trattati in tutta evidenza in alcune Lettere di Mulay ad-Darqâwî, disarmanti per concisione e chiarezza.

L’importanza per chi ama appassionatamente la virtù della costante ricerca del “sommo bene”, rispettando l’impegno di sottomettersi alla Legge universale e così sconfiggere i propri vizi, si evince dalle Lettere a Lucilio di Lucio Anneo Seneca, di cui presentiamo qualche estratto.

Nell’articolo Via iniziatica e via mistica René Guénon mostra l’incompatibilità tra queste due vie, la prima caratterizzata da un’attitudine attiva che è invece assente nella seconda, mentre in Sulle condizioni dell’iniziazione lo stesso autore sottolinea come la “qualificazione”, la rego­lare trasmissione e il lavoro interiore siano indispensabili per percorrere un cammino iniziatico.

A seguire, nei Discorsi del discernimento Meister Eckhart indica come la padronanza di un’arte si raggiunga con lungo e appassionante lavoro, e come l’uomo possa arrivare a essere pervaso con naturalezza dalla presenza divina solo passando attraverso un’attenzione continua ai propri atti e una costante tensione verso Dio. Temi questi non lontani dai benefici di una vita ritirata, che troviamo nella terza e ultima parte degli estratti de La vita solitaria di Petrarca.

Dalla Biblioteca di Apollodoro, la narrazione de Le dodici fatiche d’Eracle è una chiara rap­presentazione simbolica delle prove dell’anima che si libera progressivamente dai vizi, vince il destino e conquista l’eternità con la forza della virtù, come riconosce e approfondisce Denys Roman nel suo articolo Le dodici fatiche d’Ercole.

Infine, l’azione della Provvidenza, che interviene in aiuto dell’essere umano dopo che questo s’è impegnato con dedizione e coerenza agli obblighi del proprio stato, anche se con mezzi manifestamente inadeguati, è raccontato nella fiaba dei Fratelli Grimm La vera sposa, la quale riconquista la propria condizione in virtù di quella coerenza.

Visto il frequente riferimento ad articoli ispirati alla tradizione classica che la nostra rivista propone, riteniamo opportuno fare una precisazione, quando leggiamo che «da Pitagora a Virgilio e da Virgilio a Dante, la “catena della tradizione” non fu senza dubbio interrotta sul suolo italico»[1], non possiamo evitare di riflettere sulle conseguenze nefaste di un “pregiudizio anticlassico” che si potrebbe sviluppare per reazione al “pregiudizio classico”[2]. Certo la situa­zione di degenerazione e di decadimento spirituale del mondo classico greco-romano non auto­rizza, per usare un eufemismo, una raccolta “a piene mani” nel suo patrimonio, ma gli insegna­menti dottrinali permangono[3], ben visibili a un attento esame, in diverse scuole esoteriche[4] quali il pitagorimo e l’orfismo per arrivare a Dante e ai Fedeli d’Amore e proprio il Sommo Poeta ci dà una “chiave” per riconoscere quegli autori tra i “classici” in cui si può ravvisare un insegna­mento iniziatico, collocandoli nel nobile castello tra gli “spiriti Magni” [5].

[1] R. Guénon, L’Ésoterisme de Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. II: La “Fede Santa”.

[2] R. Guénon, Introduction générale à l’étude des doctrines hindoues, Véga, Paris, 1952, cap. III: Le préjugé classique («Abbiamo già indicato quel che intendiamo con “pregiudizio classico”: è propriamente il partito preso d’attribuire ai Greci e ai Romani l’origine d’ogni civiltà. […] Per chiunque voglia esaminare imparzialmente le cose, è manifesto che i Greci abbiano davvero, perlomeno dal punto di vista intellettuale, tratto quasi tutto dagli Orientali, come essi stessi hanno ammesso abbastanza sovente. […] Il cosiddetto “miracolo greco”, come lo chiamano i suoi entusiastici ammiratori, si riduce insomma a ben poca cosa, o almeno, là dove implica un cambiamento profondo, tale cambiamento è un decadimento: è l’individualizzazione delle concezioni, la sostituzione del razionale al puro intellettuale, del punto di vista scientifico e filosofico al punto di vista metafisico. […] Questa tendenza “pratica”, nel senso più ordinario della parola, è una di quelle che si sarebbero poi accentuate nello sviluppo della civiltà occidentale, ed è visibilmente predominante nell’epoca moderna; a questo riguardo fa eccezione solo il Medioevo, assai più rivolto alla pura speculazione») e cap. IV: Questions de chronologie («Platone, la cui testimonianza in questo caso non dovrebbe essere sospetta, non ha avuto paura di riferire nel Timeo che gli Egizi trattavano i Greci come “bambini”»).

[3] R. Guénon, Comptes rendus, Éditions Traditionnelles, Paris, 1973, Carlo Kerényi, La Religione antica nelle sue linee fondamentali, Zanichelli, Bologna, 1940 («Per ciò che concerne i Romani, il ruolo assai modesto del mito, almeno anteriormente all’influenza greca, dà tutto il suo rilievo al lato “cultuale”; e, a tal proposito, vi sarebbe stato molto da dire sulla nozione dell’azione compiuta rite (cf. il sanscrito rita), che è ben lungi dal ridursi, come certuni hanno creduto, a un concetto unicamente “giuridico” (concetto che sarebbe piuttosto, inversamente, una sorta di degenerazione di questo stesso concetto); ma, qui ancora, si sente la mancanza di una conoscenza diretta ed effettiva dei riti (non vogliamo dire, beninteso, dei riti romani o greci in particolare, dato che appartengono a forme tradizionali scomparse, ma molto semplicemente dei riti in generale). D’altra parte, la vita del Flamen Dialis, che è descritta dettagliatamente, è un esempio notevole di un’esistenza rimasta interamente tradizionale in un ambiente che era già divenuto profano in abbastanza larga misura; è questo contrasto che ne fa risaltare l’apparente stranezza, e tuttavia, benché ciò sfugga evidentemente all’autore, è un simile tipo di esistenza, in cui tutto ha un valore simbolico, che dovrebbe essere considerato come veramente “normale”» – Il Flamen Dialis era il sacerdote dell’antica Roma preposto al culto di Giove Capitolino).

[4] Non è dato sapere quale fosse la profondità degli insegnamenti orali impartiti nelle scuole sapienziali greco-romane. Gli scritti giunti fino a noi raramente toccano la sfera della metafisica e non superano il punto di vista ontologico limitandosi a dare valide indicazioni concernenti la fase iniziale del cammino iniziatico, vale a dire la purificazione dell’essere attraverso la ricerca della virtù e il combattimento dei vizi. Vista l’importanza che tale fase riveste riteniamo che la pubblicazione di questi testi possa risultare utile a chi senta un’aspirazione allo spirituale.

[5] Dante Alighieri, Commedia, I, IV, 106-144.