Epistola a Cangrande
Dante Alighieri

Presentiamo ora l’epistola scritta da Dante Alighieri a Cangrande della Scala, nella quale il Sommo Poeta gli si dichiara “amico” – cer­tamente in senso superiore e spirituale – e per fortificare e conser­vare tale unione gli fa dono della terza cantica della Commedia, di cui dà un’esaustiva spiegazione. Inoltre, giacché per comprendere una parte bisogna conoscere il tutto, offre anche chiare e numerose chiavi interpretative dell’opera nel suo insieme. Essa viene definita dal Poeta “polisensa”, cioè ricca di molteplici significati, come la Bibbia, che viene qui presa come esempio, presentando una verità manifesta e altre più o meno velate ed elevate (come tutti i testi tradizionali, ag­giungiamo noi, soprattutto se scritti in lingua sacra). Viene pure pre­cisato lo scopo della Commedia: «rimuovere i viventi in questa vita dallo stato di miseria e condurli allo stato di felicità». La scienza ivi esposta è quindi utile e concreta e solo accidentalmente assume forma speculativa. Dante precisa di aver argomentato così che il lettore della Commedia assumesse un’attitudine atta a poterne profittare, cioè si facesse «benevolo, attento e docile»[1]: egli indica inoltre che, come è uso tra i poeti, ha fatto precedere la sua cantica da «una lunga invo­cazione in quanto si deve chiedere alle sostanze superiori qualche cosa contro la comune misura degli uomini, quasi un dono divino».

Il risultato ottenuto ci pare dimostrare che la sua domanda è stata esaudita.

Epistola XIII

Al magnifico e vittorioso signore messer Can Grande della Scala Vicario generale del santissimo Principato Cesareo nella città di Verona e nella città di Vicenza, il suo devotissimo Dante Alighieri fiorentino di nascita non di costumi, augura per lunghissimo tempo vita felice e perpetuo accrescimento di gloriosa fama.

[1] Attitudine che riteniamo dovrebbe cercare di assumere ogni lettore che voglia comprendere e profittare di un testo tradizionale.

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