Editoriale

Un approfondimento del valore insito nella Parola, con particolare ri­ferimento a quella scritta, è il naturale prosieguo del numero precedente.

L’articolo Alcune considerazioni sulla scrittura del nostro collabora­tore Albano Martín de la Scala affronta il delicato argomento della re­sponsabilità che grava chi parla e ancor più chi scrive di temi tradi­zionali e segnatamente iniziatici, nonché del diritto a farlo.

Tierno Bokar, nel noto racconto simbolico Uccelli bianchi e uccelli neri, ci muove a riflettere sulle conseguenze profonde e nascoste della dicotomia tra pensieri e parole buoni e cattivi.

Alcuni passi dell’opera Etymologiæ di san Isidoro che illustrano la definizione delle tre arti del “trivio” e il termine “etimologia”, eviden­ziano come le scienze legate all’uso della parola siano fondanti per le altre e il loro approfondimento possa schiudere le porte della filosofia.

Seguitando la parte iniziale del De Vulgari Eloquentia pubblicato nel precedente numero, proponiamo altri estratti dove il Sommo Poeta argomenta sulla ricerca della lingua più elevata, quella ch’egli chiama volgare illustre, cardinale, reale e curiale, indica i temi, la forma metri­ca e lo stile a essa adatti, infine designa coloro che sono degni di farne uso, ossia i Poeti «diletti da Dio, innalzati fino ai cieli dall’ardore della virtù e figli degli dei».

Nell’articolo La Lingua degli Uccelli, René Guénon fa risaltare co­me essa sia una rappresentazione simbolica della lingua angelica: nel­l’antichità classica la poesia era chiamata “lingua degli Dei” e il poeta, «interprete della “lingua sacra” attraverso la quale traspare il Verbo di­vino», era un «vates, parola che lo caratterizzava come dotato di un’i­spirazione in certo qual modo profetica».

Ne La migrazione di Abramo, Filone d’Alessandria illustra i doni con­cessi da Dio ai sinceri amanti della sapienza: la contemplazione delle realtà immortali, la crescita delle virtù per cui mai ci si dimentica di Lui rinnovando costantemente l’alleanza, infine la bene-dizione d’avere un pensiero chiaro e una buona dizione, dove Dio suggerisce all’intel­letto e questi al linguaggio. La conseguenza di questi doni fa sì che le azioni del sapiente siano tutt’uno con le parole divine, avendo egli chia­rito qual è la sua natura e rinunciato al falso concetto che aveva di se stesso e del creato.

Dagli estratti del Fedro di Platone emerge la superiorità di chi parla o scrive dietro ispirazione divina, ripetendo ciò che ha ascoltato, ben conscio della sua ignoranza, rispetto a chi, in modo pur assennato, esprime la propria opinione umana. Son poi messi in evidenza l’utilità ma anche i limiti insiti nella scrittura, e la vergognosa condizione di chi scrive senza conoscerli.

Tali limiti insiti nella scrittura sono sottolineati anche negli Apologhi sulla scrittura dei Padri taoisti: la scrittura è statica, non vitale, quindi incapace d’adattarsi alla natura propria delle epoche e degli esseri cui si rivolge e di spiegare il senso profondo della realtà.

In Metafisica e dialettica, René Guénon fa risaltare la profonda dif­ferenza tra colui che, come nel suo caso, espone dati tradizionali met­tendo di suo solo l’espressione, e chi invece, pur pretendendo di tratta­re gli stessi argomenti, non traduce con le proprie parole «nient’altro che l’atteggiamento mentale di un profano».

Ahiman Rezon, volume di antiche costituzioni massoniche compilato da Laurence Dermott, si apre con un presunto racconto autobiografico, in cui l’autore contrappone al valore assai relativo di un’opera scritta per iniziativa individuale la portata di quella stilata da chi ne è stato investito dai custodi della propria tradizione.

Da una delle Lettere di un maestro sufi dello Sheikh Mulay Al-‘Arabî ad-Darqâwî traspare come l’autorizzazione spirituale (idhn) comporti due aspetti inseparabili tra loro, poiché annulla l’iniziativa individuale, facendo di chi è autorizzato lo strumento di una volontà sovrindivi­duale, e trasmette una benedizione e un’efficacia che agiscono in virtù di questa strumentalità.

Chiude questo numero un breve racconto popolare, dal titolo L’ap­prendista fontaniere, sull’importanza vitale dell’“autorizzazione” per il corretto adempimento della propria funzione.