Editoriale

Il presente numero della rivista si propone di trovare una risposta al quesito posto dal nostro collaboratore Albano Martín De La Scala nel suo articolo Cercare che cosa? Manifestamente, per chi segua una prospettiva iniziatica, l’obiettivo della ricerca non può essere che la conoscenza, ma quale?

René Guénon in Conoscenza iniziatica e “cultura” profana chiari­sce che non si tratta di quest’ultima, con la quale anzi la prima è, sotto diversi aspetti, incompatibile.

Lao-tsu e Chuang-tsu, in vari Apologhi sulla lettura, indicano l’im­possibilità a esprimere verbalmente la verità, da cui la conseguente inutilità dei libri ai fini di una vera conoscenza. La lettura, anche quella di testi tradizionali, può tutt’al più essere funzionale a una chia­rificazione e purificazione mentale propedeutica alla vera conoscenza.

Vi sono molti modi diversi di leggere e ciascuno di essi porta conse­guenze e frutti altrettanto differenti: è quanto mostra in modo appro­fondito René Guénon nella seconda parte del suo articolo A proposito del ricollegamento iniziatico. Nell’Epistola a Cangrande Dante illu­stra le differenti chiavi interpretative della Commedia e indica quale sia la corretta attitudine per trarre beneficio dalla sua lettura.

Solo la frequentazione di chi è, almeno in parte, depositario della conoscenza può dare i mezzi e la profondità per avvicinarsi alla com­prensione di testi che allora sono presi come simboli: questo è uno dei concetti presenti nel capitolo Il primo monumento della conoscenza de La Via metafisica di Matgioi. In mancanza dell’aspetto vitale si rischia di fare la fine di Don Chisciotte della Mancia di Miguel de Cervantes, la cui aspirazione mal diretta e traviata dalle troppe letture assume le forme di una grottesca follia.

Negli estratti dalle Lettere a Lucilio Seneca insegna che «La virtù non andrà in uno spazio angusto: ciò che è grande richiede uno spazio ampio. Bisogna scacciare tutto dal proprio petto e lasciarlo sgombro per la virtù». Sul tema, in Mirabilia del cuore, Al-Ghazâlî ci parla dell’ispirazione dei sufi e delle differenze che la separano dall’ap­prendimento dei dotti, mentre nel Primo sermone per la Pentecoste Johannes Tauler indica come preparare lo spazio per accogliere i doni dello Spirito Santo e quale sia la loro natura.

Al-‘Arabî ad-Darqâwî in Lettere di un maestro sufi sollecita la tensione allo spirituale e l’abbandono degli attaccamenti al mondo sensibile e invita a occuparsi di ciò che Dio ordina, senza distrarsi nel valutarne le conseguenze, concentrandosi invece sul compimento del proprio dovere. Si tratta di una dottrina che può apparire “povera” rispetto ad altre, ma che in realtà è atta a creare le condizioni per ricevere i doni divini e le scienze infuse.

Questo numero della rivista termina con una fiaba popolare svedese dal titolo Il principe Fedele, in cui si vede come le indicazioni ricevute da chi percorre la Via siano spesso di difficile interpretazione, benché sia proprio dal loro fiducioso rispetto che dipende il risultato finale.

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