Sull’orizzonte intellettuale

Albano Martín De la Scala

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René Guénon, nella sua opera Il Re del Mondo[1], scrive: «Il periodo attuale è dunque un periodo d’oscuramento e di confusione[2]; le sue condizioni sono tali che, finché per­sisteranno, la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta, donde il carattere dei “Misteri” dell’antichità detta “storica” (che non rimonta neppure al prin­cipio di questo periodo) e delle organizzazioni segrete di tutti i popoli: organizzazioni che conferiscono un’iniziazione effettiva là dove sussiste ancora una vera dottrina tra­dizionale, ma che non ne offrono più che l’ombra quando lo spirito di questa dottrina ha cessato di vivificare i simboli che non ne sono che la rappresentazione esteriore, e questo perché, per diverse ragioni, ogni legame cosciente con il centro spirituale del mondo ha finito coll’essere rotto, ciò che è il senso più particolare della perdita della tradizione, quello che concerne particolarmente questo o quel centro secondario, che cessa d’essere in relazione diretta ed effettiva con il centro supremo.

Si deve dunque […] parlare di qualcosa che è nascosto piuttosto che veramente per­duto, poiché non è perduto per tutti e certuni lo posseggono ancora integralmente; e, se così è, altri hanno sempre la possibilità di ritrovarlo, purché lo cerchino come si conviene, vale a dire purché la loro intenzione sia diretta in tal guisa che, mediante le vibrazioni armoniche che essa risveglia secondo la legge delle “azioni e reazioni con­cordanti”[3], essa possa metterli in effettiva comunicazione spirituale con il centro supremo[4]. Questa direzione dell’intenzione ha d’altronde, in tutte le forme tradizionali, la sua rappresentazione simbolica; intendiamo parlare dell’orientazione rituale: essa, infatti, è propriamente la direzione verso un centro spirituale che, qualunque esso sia, è sempre un’immagine del vero “Centro del Mondo”[5]».

 

Il termine orizzonte, dal latino horizon -ontis e greco ὁρίζων -οντος, participio pre­sente di ὁρίζω “limitare” (sottintendente κύκλος “circolo”), indica la linea apparente, a forma circolare, lungo la quale, in un luogo aperto e pianeggiante, il cielo e la terra sembrano toccarsi, tanto più ampia quanto maggiore è l’altitudine del luogo dal quale si osserva, la parte più lontana dello spazio libero cui si può spingere lo sguardo. Diversi elementi possono impedire la visione dell’orizzonte fisico di un luogo, posto che lo spa­zio dev’essere libero da ostacoli: oscurità o nebbia, difetti alla vista dell’osservatore, una postura scorretta (chi dovesse guardare troppo in alto vedrebbe solo cielo, chi troppo in basso, solo terra). Escludendo incorreggibili difetti alla vista, tutti gli altri impedimenti possono essere rimossi, scegliendo il momento[6] e il punto[7] più propizi all’osservazione, adottando una postura eretta e ben orientata orizzontalmente[8], tuttavia ciascun individuo possiede una propria percezione di orizzonte. Solo l’ampiezza massima di quel circolo apparente, il cosiddetto orizzonte astronomico terrestre, è caratteristico dell’altezza dell’os­servatore, la sua distanza potendo essere facilmente calcolata con il teorema di Pitagora.

Il termine orizzonte, dal piano fisico, può essere utilizzato a rappresentare le realtà del piano psichico[9] e, ancor meglio, spirituale[10]. Così, all’uscita dell’oscuro baratro dell’In­ferno, all’arrivo nell’isoletta del Purgatorio, il «secondo regno | dove l’umano spirito si purga | e di salire al ciel diventa degno», Dante menziona l’orizzonte in quel “primo giro” [11]. Ma sarà solamente in cima al Purgatorio, dove si colloca il Paradiso Terrestre e dove Dante s’incontra con Beatrice, nel punto più elevato in cui la razionalità sublima nell’intelletto, che fa tutt’uno con la spiritualità[12], che l’orizzonte raggiungerà la sua massima estensione[13], la percezione individuale non avendo più ostacolo sottile alcuno alla “visione” dell’intero emisfero.

La risalita al monte Purgatorio equivale alla rigenerazione psichica dell’uomo, con il razionale che viene spinto ai suoi limiti superiori, a incontrare il puro intelletto. Tale risalita si compie attraverso la purificazione dai peccati[14] vale a dire, in un linguaggio meno exoterico, la rimozione di altrettanti ostacoli alla visione interiore dell’orizzonte che compete a quella posizione. Ogni passo di questo cammino iniziatico muove dall’e­sercizio della discriminazione, “strumento” indispensabile perché l’individuo conosca la propria condizione relativa, e richiede specifiche qualificazioni. «Va da sé che la qualifi­cazione essenziale, quella che domina tutte le altre, è una questione d’“orizzonte intel­lettuale” più o meno esteso»[15]. Arrivato in cima al Purgatorio, Dante si trova ad avere dato risposta all’ingiunzione “Conosci te stesso”, di fatto alla domanda “Chi sei tu?”[16].

La rigenerazione psichica dell’uomo, il riassorbimento delle facoltà individuali nel proprio centro, equivale al passaggio “dal cervello al cuore”[17], dalla sede della razio­nalità a quella dell’Intelligenza, attraverso la “concentrazione” dell’essere[18].

Si faccia bene attenzione tuttavia, «non v’è niente come l’abuso d’erudizione per limi­tare strettamente l’“orizzonte intellettuale” di un uomo e impedirgli di vedere chiara­mente in certe cose»[19]. L’intelligenza intuitiva e l’intelligenza discorsiva o razionale non si collocano sullo stesso piano[20], «la ragione, infatti, che è solo una facoltà di conoscen­za mediata, è il modo propriamente umano dell’intelligenza; l’intuizione intellettuale può essere detta sopra-umana, poiché è una partecipazione diretta all’Intelligenza uni­versale»[21], quindi la sola capace di cogliere, in modo immediato, le realtà d’ordine me­tafisico, attraverso il linguaggio dei simboli.

«Ogni vero simbolo porta in sé i suoi molteplici sensi, e questo fin dall’origine, giac­ché esso non è costituito come tale in virtù di una convenzione umana, ma in virtù della “legge di corrispondenza” che collega tutti i mondi tra di loro; il fatto che, mentre cer­tuni vedono questi sensi, altri non li vedano o non ne vedano che una parte, non toglie che essi vi siano realmente contenuti, e l’“orizzonte intellettuale” di ciascuno fa tutta la differenza; il simbolismo è una scienza esatta e non una fantasticheria in cui le fantasie individuali possano aver libero corso»[22]. «Pretendere di mettere questa [la verità] “alla portata di tutti”, renderla accessibile a tutti indistintamente, significa necessariamente sminuirla e deformarla, giacché è impossibile ammettere che tutti gli uomini siano ugualmente capaci di comprendere qualsiasi cosa; non è una questione d’istruzione più o meno estesa, è una questione d’“orizzonte intellettuale”, e ciò è qualcosa che non si può modificare, che è inerente alla stessa natura di ogni individuo umano»[23].

I vizi, che Dante definisce «cose che lo ’ntelletto nostro vincono, sì che non può ve­dere quello che sono»[24], sono come detto altrettanti ostacoli alla visione dell’orizzonte, ossia della Verità. Il Sommo Poeta li suddivide in due categorie: innati e consuetudinari. I secondi possono essere eliminati con il comportamento virtuoso[25], mentre i primi, con­naturali all’essere, possono solo essere ridotti dal buon comportamento; solo l’intervento divino[26], nella sua onnipotenza e in modo “miracoloso”, può vincerli e incidere sulla natura degli esseri modificandone l’orizzonte intellettuale[27]. Resta inteso che ogni essere non potrà in ogni caso che sviluppare le possibilità che già conteneva in se stesso e questo perché la realizzazione metafisica «non è la produzione di qualcosa che non esiste ancora, ma la presa di coscienza di ciò che è, in modo permanente e immutabile, al di fuori di ogni successione di tempo o d’altro genere, giacché tutti gli stati dell’esse­re, considerati nel loro principio, sono in perfetta simultaneità nell’eterno presente»[28].

Ma ch’è il “punto” d’incontro del Cielo e della terra, quell’orizzonte che Dante collo­ca in cima al Purgatorio, dove culmina la rigenerazione psichica dell’essere e porta d’ac­cesso alla risalita spirituale, se non l’incontro dell’individuo con un’organizzazione ini­ziatica in cui «sussiste ancora una vera dottrina tradizionale», in grado di «vivificare i simboli i quali non ne sono che la rappresentazione esteriore», e che quindi può condur­re all’iniziazione effettiva? Quanto più cosciente sarà tale “riconoscimento”, quanto più riservato, poiché «la conoscenza iniziatica deve necessariamente rimanere nascosta[29]», tanto più efficace sarà l’adesione agli “strumenti” di cui l’organizzazione dispone per consentire la piena attuazione delle possibilità insite nell’orizzonte intellettuale del­l’essere[30].

 

[1]. R. Guénon, Le Roi du Monde, Éditions Traditionnelles, Paris, 1950, cap. VIII. Le note che si riferiscono alla citazione sono dello stesso Guénon.

[2] L’inizio di quest’età è rappresentato segnatamente, nel simbolismo biblico, dalla Torre di Ba­bele e dalla “confusione delle lingue”. […]

[3] Quest’espressione è mutuata dalla dottrina taoista; d’altra parte, noi qui prendiamo la parola “intenzione” in un senso che è assai esattamente quello dell’arabo niyah, che abitualmente si tra­duce così, e questo senso è d’altronde conforme all’etimologia latina (da in-tendere, tendere verso).

[4] Quanto abbiamo appena detto permette d’interpretare in un senso molto preciso queste parole del Vangelo: «Cercate e troverete; chiedete e riceverete; bussate e vi sarà aperto». – Ci si dovrà naturalmente riferire qui alle indicazioni che abbiamo già dato a proposito della “retta inten­zione” e della “buona volontà”; e si potrà così completare agevolmente la spiegazione di questa formula: Pax in terra hominibus bonæ voluntatis.

[5] Nell’Islam, quest’orientazione (qiblah) è come la materializzazione, se così si può dire, dell’in­tenzione (niyah). L’orientazione delle chiese cristiane è un altro caso particolare che si riferisce essenzialmente alla stessa idea.

[6] «L’ubicazione di un avvenimento nel tempo è strettamente determinata e propriamente “unica”, cosicché la natura essenziale degli avvenimenti appare molto più legata al tempo di quanto quella dei corpi non lo sia allo spazio, il che conferma ancora che il tempo deve avere in se stesso un carattere più largamente qualitativo» (R. Guénon, Le Règne de la Quantité et les Signes des Temps, Gallimard, Paris, 1945, cap. V: Les déterminations qualitatives du temps).

[7] «V’era infatti nell’antichità quel che si potrebbe chiamare una geografia sacra, o sacerdotale, e la posizione delle città e dei templi non era arbitraria, ma determinata secondo leggi molto precise» (R. Guénon, Le Roi du Monde, Gallimard, Paris, 1958, cap. XI: Localisation des centres spiri­tuels); «L’ubicazione stessa dei luoghi di pellegrinaggio, come quella dei santuari dell’antichità, ha un valore esoterico …; ciò è in diretta relazione con quel che abbiamo chiamato “geografia sacra”» (R. Guénon, Aperçus sur l’Ésotérisme chrétien, Éditions Traditionnelles, Paris, 1954, cap. IV: Le langage secret de Dante et des “Fidèles d’Amour” I).

[8] Le espressioni “allineato”, “a squadra”, “a livello”, “perpendicolare” sono ricorrenti nell’inizia­zione massonica.

[9] “Fare un giro d’orizzonte” è un’espressione figurata per: esaminare la situazione nel suo aspetto complessivo. Nell’esercizio della discriminazione, l’iniziato è chiamato continuamente a fare un giro d’orizzonte.

[10] «Non bisogna d’altronde sorprendersi che sia il corpo a corrispondere così al riflesso del non manifestato nell’essere umano, giacché, qui ancora, la considerazione del senso inverso dell’ana­logia permette di risolvere immediatamente tutte le apparenti difficoltà: il punto più alto, come ab­biamo già detto, ha necessariamente il suo riflesso nel punto più basso; ed è così che, per esempio, l’immutabilità principiale ha, nel nostro mondo, la sua immagine invertita nell’immobilità del minerale» (R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXXI: Les deux nuits).

[11] Dante, Commedia, Purgatorio, I, 4-6; indi I, 13-15: «Dolce color d’oriental zaffiro, | che s’ac­coglieva nel sereno aspetto | del mezzo, puro infino al primo giro».

[12] «La pura intellettualità e la spiritualità sono in fondo sinonimi» (R. Guénon, Mélanges, Galli­mard, Paris, 1976, cap. III: Esprit et intellect).

[13] Il viaggio di Dante si svolge, nell’Inferno, nell’emisfero di Gerusalemme e, nel Purgatorio, in quello opposto: ora questi due emisferi hanno per circolo separatorio l’orizzonte comune dell’Eden e del Golgota, che sono agli antipodi; Virgilio a Dante: «dentro raccolto, imagina Sïòn | con questo monte in su la terra stare | sì, ch’amendue hanno un solo orizzòn | e diversi emisperi» (Dante, Commedia, Purgatorio, IV, 68-71).

[14] La Superbia, il cui cerchio ha per custode l’Angelo dell’Umiltà, l’Invidia con l’Angelo della Misericordia, l’Iracondia con l’Angelo della Pace, l’Accidia con l’Angelo della Sollecitudine, l’A­varizia e la Prodigalità con l’Angelo della Giustizia, la Golosità con l’Angelo dell’Astinenza, la Lussuria con l’Angelo della Castità.

[15] R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, Éditions Traditionnelles, Paris, 1946, cap. XIV: Des qua­lifications initiatiques, che prosegue: «ma può accadere che le possibilità d’ordine intellettuale, pur esistendo virtualmente in un’individualità, siano, a causa degli elementi inferiori di questa (elementi al contempo d’ordine psichico e d’ordine corporeo), impedite a svilupparsi, sia tempora­neamente, sia anche definitivamente. Questa è la prima ragione di quelle che potremmo chiamare le qualificazioni secondarie; e v’è ancora una seconda ragione che risulta immediatamente da quanto abbiamo appena detto: si è che, in questi elementi, che sono i più accessibili all’osserva­zione, si possono trovare dei marchi di certe limitazioni intellettuali; in quest’ultimo caso, le qualificazioni secondarie diventano in qualche modo degli equivalenti simbolici della stessa qualificazione fondamentale».

[16] Cf. A. K. Coomaraswamy, The “E” at Delphi, in Review of Religion, VI (1941), 18-19, pubblicato nel seguito della presente rivista.

[17] Cf. R. Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, Gallimard, Paris, 1962, cap. LXX: Cœur et cerveau.

[18] «E questa concentrazione è d’altronde la realizzazione della pienezza delle possibilità umane» (R. Guénon, La Grande Triade, Gallimard, Paris, 1957, cap. XIV: Le médiateur).

[19] R. Guénon, L’erreur spirite, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, Conclusion.

[20] «La grande maggioranza delle persone “colte” dev’essere annoverata tra coloro il cui stato mentale è maggiormente sfavorevole al ricevimento della vera conoscenza» (R. Guénon, Aperçus sur l’Initiation, ibid., cap. XXXIII: Connaissance initiatique et “culture” profane).

[21] R. Guénon, Symboles fondamentaux de la Science sacrée, ibid., cap. LXX: Cœur et cerveau.

[22] R. Guénon, Aperçus sur l’Ésotérisme chrétien, ibid., cap. VIII; Symboles fondamentaux de la Science sacrée, ibid., cap. III: Le Saint Graal.

[23] R. Guénon, Orient et Occident, Véga, Paris, 1948, cap. II: La superstition de la science.

[24] Dante, Convivio, Trattato III, cap. VIII.

[25] Dante, Convivio. ibid.: «si vincono per buona consuetudine, e fassi l’uomo per essa virtuoso, sanza fatica avere ne la sua moderazione».

[26] Dante, Convivio, ibid.: «queste fiammelle che piovono da la sua biltade».

[27] Dante, Convivio, ibid.: «la sua bellezza ha podestade in rinnovare natura in coloro che la mira­no; ch’è miracolosa cosa».

[28] René Guénon, La Métaphysique orientale, Éditions Traditionnelles, Paris, 1951.

[29] La forma più antica della parola Cielo, latino cœlum, greco koilon, cavo (in rapporto con il simbolo della caverna), sembra essere caelum, che ricorda da vicino la parola caelare, nascondere («dunque “ciò che copre”, “ciò che nasconde”, ma anche “ciò che è nascosto”, e quest’ultimo sen­so è duplice: è ciò che è nascosto ai sensi, il dominio sovrasensibile; ed è anche, nei periodi d’occul­tazione e d’oscuramento, la tradizione che cessa d’essere manifestata esteriormente e apertamente, il “mondo celeste” divenendo allora il “mondo sotterraneo”», R. Guénon, Le Roi du Monde, ibid., cap. VII: “Luz” ou le séjour d’immortalité).

[30] Nell’iniziazione massonica, il punto d’incontro del cielo e della terra è rappresentato dalla so­vrapposizione di compasso e squadra. Sarà interessante sviluppare in un prossimo articolo i diver­si aspetti di tale simbolismo con il cambio di prospettiva che comporta nei tre gradi, con partico­lare riferimento allo spostamento delle luci, che figura tra i misteri della Camera di Mezzo.