Spiegazione dei talismani

Aḥmad ibn ‘Ajîba

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Spiegazione dei talismani dai quali è velato lo stato di signoria *

 

Ahmad b. Muhammad b. al-Mahdî Ibn ‘Ajîba al-Hasanî (ca. 1747-1809), nato nel villaggio di al-Khamīs tra Tétouan e Tangeri da famiglia nobile discendente dal Profeta Muhammad attraverso Sidi Hasan, dopo gli studi a Tétouan, a trent’anni cominciò a insegnare giurisprudenza, esegesi coranica, teologia e grammatica. Negli anni 1790-1793, recandosi a più riprese a Fès per perfezionare i suoi studi e avendo sentito parlare dello Shaykh Mawlây al-‘Arabî al-Darqâwî, andò a trovarlo nella sua zauïa presso la tribù dei Banî Zarwâl. Il suo cammino spirituale fu guidato da uno dei discepoli prediletti dello Shaykh al-Darqâwî, lo Shaykh Muhammad al-Buzîdî al-Hasanî, che viveva non lontano da Tétouan. Dopo qualche mese di severa disciplina ricevette il dono divino dell’apertura spirituale e cominciò a esercitare la funzione di Shaykh educatore diffondendo la tarîqa in tutto il nord del Marocco. Prima di entrare nella via spirituale, Ibn’Ajîba aveva già scritto una quindicina di libri di carattere tradizionale, le sue opere successive furono un commento alle Mabâhith al-asliyya di Ibn al-Bannâ’ al-Tujîbî e uno alle Hikam di Ibn ‘Atâ’ Allâh, cui seguirono una profonda esegesi del Corano e una ventina di testi a carattere dottrinale. Di seguito pubblichiamo un trattato, redatto nel 1801, che espone in modo chiaro e sintetico la dottrina dell’unità dell’esistenza.

 

Ecco una considerazione meravigliosa che toglierà il velo dell’illusione di colui la cui intelli­genza è penetrante. Tratta della rimozione dei veli che ricoprono il segreto ben custodito e della scomparsa dei talismani che proteggono il Tesoro nascosto. L’ho chiamato: lo Svelamento del segreto quintessenziale. Comincia così, e da Allâh viene ogni aiuto:

«Sappi che Allâh (l’Assoluto, il Vero) – ch’Egli sia glorificato – ha deposto nell’uomo i se­greti della Sua Essenza, delle Sue Qualità e dei Suoi Atti ma che, per la Sua Saggezza e la Sua sovrana Dominazione, gli ha impedito la conoscenza di questo deposito. Su ciascuno di questi tre segreti, Egli ha posto un talismano e teso un velo, di modo che il servitore è impedito di ve­dere il segreto a causa del talismano che ricopre il suo cuore.

 

Il talismano dell’unità degli atti

Sappi che ogni atto del servitore viene da Allâh, che non vi è nell’esistenza altro agente che Lui. Allâh ha detto: “E il tuo Signore crea ciò che vuole e sceglie quello che, per essi, è il meglio” (Corano, XXVIII, 68); “In verità il tuo Signore fa ciò che vuole” (Corano, XI, 108); “Allâh vi ha creati, voi e quel che fate” (Corano, XXXVII, 96); “Se Allâh l’avesse voluto, non si sarebbero uccisi tra loro, ma Allâh fa ciò che vuole” (Corano, II, 253).

Tuttavia, Allâh l’Altissimo ha posto sul cuore del servitore un talismano con il quale gli ha velato la luce dell’unità degli atti. Questo talismano è il libero arbitrio che Allâh ha conferito all’uomo sul piano esteriore, di modo che l’uomo s’illude di poter scegliere e crede che, se lo vuole, può fare o non fare una cosa.

Questo sentimento di libertà apparente, ogni uomo ragionevole lo prova personalmente, per esempio quando stabilisce la distinzione tra un movimento (incosciente) come il tremolio della mano e altri atti (detti volontari); e se è stato possibile tacciare come “stolti” i partigiani del determinismo assoluto, è perché essi non erano in grado di distinguere tra queste due sorta d’atti. È al libero arbitrio che si riferiscono i termini “acquisizione” e “saggezza” utilizzati, rispettivamente, dai Sunniti e dai Sufi. Questi ultimi dicono, in tal senso, che “la Potenza manifesta e la Saggezza ricopre”. È in funzione di questo libero arbitrio che sono promulgate le leggi religiose ed è su di lui che riposa la resa dei conti: la ricompensa e il castigo.

In realtà, tuttavia, non vi è agente se non Allâh: ma questa verità è uno dei segreti della natura divina, che Allâh ha nascosto al suo servitore, conferendogli esteriormente il libero arbitrio, affinché questo costituisca un argomento contro il servitore (disubbidiente, nel senso che il servitore non possa valersi del fatto che ha agito sotto costrizione). “Dì: ad Allâh appar­tiene l’argomento definitivo” (Corano, VI, 149). Questo segreto che Allâh ha ricoperto con un velo, il servitore non può invocarlo in suo favore per evitare di compiere gli atti (prescritti e conformi alla legge) o per commettere atti di disobbedienza, poiché tutti questi atti sono retti dalla legge religiosa e questa, precisamente, non concerne che le azioni esteriori.

Questo talismano s’ispessisce e si assottiglia, secondo che l’opacità del velo aumenti o dimi­nuisca. Come il velo s’ispessisce, ecco che, per il servitore, la volontà di disporre di se stesso e il libero arbitrio si rafforzano al punto che, talvolta, egli arriva ad affermare categoricamente che è lui stesso l’agente, libero, dei suoi atti, così come l’hanno immaginato i Mutaziliti. Ma come il talismano perde la sua forza, come il velo si assottiglia, ecco che il servitore vede attenuarsi il sentimento di poter disporre di se stesso e di agire liberamente, che conta sempre meno sul proprio potere e sulla propria forza. Se, allora, egli si ricollega a uno Shaykh edu­catore, questi l’allontana dal libero arbitrio e gli comanda di rimettersi al suo giudizio in tutte le cose, di attenersi a ciò che lui stesso – lo Shaykh – ordina e proibisce; e se Allâh accorda a questo discepolo la comprensione e l’intelligenza del cuore, è Allâh stesso che lo prende a carico e che lo tiene lontano dalla volontà individuale e dal libero arbitrio. Se, allora, si mani­festano in lui una volontà e un libero arbitrio, una tale manifestazione è dovuta ad Allâh, viene da Allâh, va verso Allâh che risiede in lui. Egli si mette nella disposizione d’agire, dopo di che guarda quel che Allâh fa. È allora che, per lui, si spezza il talismano che ricopriva l’unità degli atti. Egli vede che tutti gli atti vengono da Allâh, questo per esperienza e per intuizione dirette, e non solamente in virtù di una conoscenza teorica. Pertanto, egli fa parte dei settantamila eletti che entrano in paradiso senza dover rendere conto, poiché non gli resta alcuna azione per la quale egli debba rendere conto, a differenza di coloro che, in ragione dello spessore del loro velo, attribuiscono a loro stessi, o attribuiscono ad altri, la paternità degli atti. Le genti di que­st’ultima categoria si riconoscono dal fatto che la loro speranza diminuisce quando constatano che commettono un errore o dal fatto ch’essa cresce quando constatano una buona azione; li si vede anche irritarsi contro chi nuoce loro, anche se in principio la loro credenza è che non vi altro agente all’infuori di Allâh e che il servitore è costretto nella forma del libero arbitrio. Il fatto è che, in questo dominio, la sola conoscenza teorica non basta: occorre anche un’espe­rienza autentica, come abbiamo detto poco sopra.

È a questa esperienza che si è riferito Al-Jaylânî dicendo (due versi, rime in ‘ayn, metro tawîl):

“Mi vedo come lo strumento ed è Lui che mi muove; sono il calamo nella mano del destino.

Non sono affatto determinista, ma osservo agire Colui la cui volontà non conosce oppositori”.

Quando il servitore ha fatto questa esperienza, vede scomparire i dubbi e l’opposizione tra la realtà spirituale e la legge religiosa; egli mette la realtà spirituale al posto che le compete, che è il dominio esoterico (il foro interiore), e la legge religiosa al suo posto, che è il dominio exote­rico (il piano dell’azione esteriore).

La parola del Profeta: “Agite! Ciascuno troverà la facilità nell’adempiere quello per cui è stato creato”, esprime una sintesi tra la legge religiosa e la realtà spirituale. Infatti, la parola “agite” si riferisce alla legge religiosa, mentre le parole “ciascuno troverà la facilità, ecc.” si riferiscono alla realtà spirituale. È come se il Profeta avesse detto che occorre agire, vale a dire orientarsi con zelo verso le azioni (virtuose) nella via esteriore, ma che in realtà non siamo noi che agiamo.

Lo stesso, quando il Profeta dice: “Nessuno tra voi entrerà in Paradiso per via delle sue azioni”, egli esprime la realtà spirituale, mentre la parola divina: “Entrate in Paradiso in virtù di ciò che avete compiuto” (Corano, XVI, 32) esprime la legge religiosa.

Così, la legge religiosa attribuisce l’azione al servitore in considerazione del libero arbitrio che gli è stato conferito sul piano esteriore: è quella la (dottrina della) acquisizione (dei meriti). La realtà spirituale (al contrario) nega al servitore la paternità dei suoi atti in considerazione della verità intrinseca delle cose.

Il servitore si trova dunque posto tra la realtà spirituale e la legge religiosa, la realtà spiritua­le essendo la credenza (che risiede) nel foro interiore, e la legge religiosa l’azione (che si com­pie) nel dominio esteriore. Ciò che caratterizza i miscredenti, è che essi non vogliono appog­giarsi che sulla realtà interiore, dicendo: “Se Allâh l’avesse voluto, noi non Gli avremmo dato degli associati” (Corano, VI, 148) o, “Se Allâh l’avesse voluto, non li avremmo affatto adorati” (Corano, XVIII, 20). Ma quest’adesione non servirà loro nulla poiché essi trascurano la legge religiosa e la rifiutano, come colui che ha detto: “Egli mi ha chiamato e ha chiuso la porta, cosa posso dunque fare?”. Questo significa argomentare servendosi della predestinazione, quando lo stesso uomo sarebbe abitualmente in grado di esercitare il libero arbitrio, che Allâh ha conferito al servitore, sul piano esteriore e avrebbe così la possibilità di uscire dalla miscredenza, per esempio, scegliendo di pronunciare la professione di fede.

Quanto all’Onnipotenza divina, alla rigida Sovranità che regna sul piano della realtà intrinseca, la responsabilità (del servitore) non la riguarda in alcun modo, giacché essa è fuori dalla portata del servitore e fa parte dei segreti della Potenza dominicale che non appartiene se non ad Allâh, secondo la Sua Parola: “Egli non sarà interrogato su ciò ch’Egli fa, ma essi sa­ranno interrogati” (Corano, XXI, 23).

Sahl ha detto: “Alla Divinità appartengono dei segreti che, se fossero svelati, renderebbero vane le missioni profetiche; alle missione profetiche appartengono dei segreti che, se fossero svelati, renderebbero vana la scienza religiosa; alla scienza religiosa appartengono dei segreti che, se fossero svelati, renderebbero vane le prescrizioni legali”.

Infatti, se i segreti della Divinità si mostrassero senza alcun velo, gli uomini non avrebbero alcun bisogno che si trasmettesse loro la scienza, immersi come sarebbero nell’Oceano del­l’Unità essenziale, e non avrebbero alcun bisogno di un intermediario come i profeti. Se i segreti delle missioni profetiche fossero loro svelati, gli uomini sarebbero tutti sapienti, poiché la scien­za divina nascosta nel loro foro interiore si mostrerebbe apertamente ed essi non avrebbero al­cun bisogno di profeti che trasmettano loro questa scienza. Se infine i segreti della scienza reli­giosa, con cui si opera la differenziazione tra lo sventurato e il beato, fossero rivelati a tutti, le prescrizioni legali diverrebbero vane; lo sventurato direbbe: “perché agire?” e non farebbe nulla, mentre il beato direbbe: “sono appagato, non ho alcun bisogno d’agire”; così, i precetti della legge religiosa perderebbero ogni valore. È per questo che Allâh ha voluto che tale questione restasse equivoca agli occhi dei suoi servitori ed Egli li ha chiamati tutti a rendergli obbedienza e ad affermare la Sua Unità, guidando coloro cui la beatitudine era predestinata e abbandonando quelli cui la sventura era predestinata.

Allâh ha detto: “Allâh chiama alla dimora della Pace e guida chi Egli vuole su un cammino diritto” (Corano, X, 25). Colui cui un grado elevato è predestinato, Allâh lo muove in modo tale ch’egli si affretta a cercare i mezzi per pervenire a tale grado: “S’Egli vuole manifestarti la Sua Grazia, creerà in te (degli atti) e te (ne) attribuirà (il merito)”. Colui cui un grado intermedio è predestinato, Allâh lo spinge verso i mezzi per pervenirvi, conformemente a ciò che è stato decretato dall’eternità.

Non conviene utilizzare l’argomento della predestinazione (per liberarsi della propria re­sponsabilità) in questo mondo. Se invochi lo hadîth secondo cui Adamo e Mosè avrebbero argo­mentato della predestinazione – con Mosè che dice ad Adamo: “Sei Tu che ci hai perduto e fatto uscire dal paradiso”, e Adamo che risponde: “Mi biasimerai, Mosè, per una cosa che Allâh aveva decretato a mio riguardo prima che fossi creato?”, con il che Adamo avrebbe avuto l’ultima parola –, io direi che questa discussione è avvenuta dopo la morte dei due interlocutori, nel mondo intermedio, mondo che non è quello della responsabilità ma quello della presa di conoscenza, e che, in quel mondo, sta bene argomentare della predestinazione.

Se ancora dici: “Come si potrebbero rivolgere dei rimproveri al servitore, quando non è mai lui che agisce in realtà?”, io risponderei che, se è a lui che si rivolgono i rimproveri, è in considerazione del fatto che lui stesso si attribuisce la paternità dei suoi atti in virtù del libero arbitrio che Allâh ha creato in lui sul piano esteriore.

Si riporta che quando il servitore raggiunge l’età della ragione, Allâh gli invia degli angeli che gli domandano: “Chi sei tu?”. Egli risponde: “Il servitore di Allâh” ed essi si rendono testi­moni del suo atto di servitù verso Allâh. Al primo gesto ch’egli compie in seguito, essi gli do­mandano: “Chi ha appena fatto questo?” – “Io!” risponde lui, ed essi si rendono testimoni del fatto ch’egli si è attribuito la sua azione. È su quest’attribuzione che riposa la resa dei conti; chiunque, per lo svelamento e l’intuizione intellettuale, si libera di quest’attribuzione e vede che in verità essa spetta ad Allâh, si trova con ciò stesso esentato dalla resa dei conti, come l’abbiamo visto sopra a proposito dei settantamila eletti. Ma Allâh è più sapiente!

 

Il talismano dell’unità degli attributi

Sappi che Allâh ha fatto di questa forma umana un modello dominicale i cui attributi sono somiglianti agli Attributi del Misericordioso. Egli ha posto in essa un potere, una volontà, un sapere, una vita, un udito, una vista e una parola. Secondo numerosi commentatori, questo è il senso dello hadîth: “Allâh ha creato Adamo a sua immagine”.

Tuttavia, gli attributi che Allâh ha così posto nell’uomo sono contingenti, imperfetti, mentre gli Attributi divini sono eterni, perfetti. Essi sono nascosti nell’uomo come i frutti nei rami o come il burro nel latte. In altre parole, gli Attributi eterni di Allâh sono velati dagli attributi con­tingenti del servitore. E anche se, talvolta, con il favore di un intervento straordinario, può suc­cedere che l’uomo manifesti un sapere e un potere stupefacenti, una capacità di udire, di vedere, o di parlare che abbagliano l’intelletto, (non è che una manifestazione passeggera sulla quale) è in seguito steso un velo, e l’uomo ritorna al suo stato iniziale e resta nei limiti che gli sono propri.

Fintantoché gli Attributi divini gli restano velati dal talismano dei propri attributi, l’uomo ha la pretesa di agire di propria volontà, di volere di propria volontà, di vivere di vita propria, di udire con il suo udito, di vedere con la sua vista, di discorrere con la sua parola. In realtà, i suoi attributi sono interamente dipendenti dagli Attributi divini; essi sono dei raggi derivati dai loro raggi: non possiedono (in se stessi) alcuna influenza. Ma come questo talismano illusorio si strappa e il velo che gli nasconde l’unità degli attributi si solleva, ecco ch’egli realizza che non ha né potere, né volontà, né sapienza, né vita, se non per la Potenza, la Volontà e per tutti gli altri Attributi divini; da quel momento, egli si muove per la Potenza di Allâh, vuole per la Volontà divina, vede e ode per Allâh, parla per Allâh.

A questo proposito, Shushtarî scrive. “Per Allâh io parlo, grazie a Lui io odo”.

Allo stesso modo, il Polo Ibn Mashîsh si esprime così: “… Al punto che io non vedo, non odo, non sento, non esisto che per Essa”.

Questo è anche il senso dello hadîth (nel quale Allâh, esprimendosi per bocca del Profeta, dice): “E quando Io l’amo (il mio servitore), Io sono l’udito con cui egli ode, la vista con cui egli vede”, ecc. (vedi il testo completo). Ma Allâh è più sapiente.

 

Il talismano dell’unità dell’Essenza

Sappi che Allâh era un Tesoro nascosto, sottile, esistente da tutta l’eternità, che nessuno conosceva. E quando Egli volle essere conosciuto, si rivelò con le manifestazioni generate da questo stato di non-manifestazione, rendendole dense e apparenti, conformemente al Suo nome: l’Apparente (al-zâhir); poi Egli le occultò e le ricoprì (con un velo) conformemente al Suo nome: il Nascosto (al-bâtin). Le manifestazioni divennero così apparenti-nascoste, rese occulte da ciò stesso che Allâh fece apparire in esse, vale a dire le leggi dello stato di servitù, gli attri­buti della condizione umana e i caratteri contingenti della manifestazione sensibile: struttura, forma, limite, localizzazione. Tuttavia, non v’è contingenza in realtà, ma una manifestazione ricorrente, la cui apparizione si rinnova per poi occultarsi, in modo che si realizzino in essa i Nomi divini: l’Apparente e il Nascosto.

Per colui che considera la manifestazione nel suo principio e si astrae dal suo aspetto sensibile, essa non costituisce un velo che gli nasconde Allâh, bensì egli vede Allâh apparente in essa. Chiunque, in compenso, si fermi all’aspetto esteriore, sensibile, della manifestazione, si trova da questo velato nella visione di Allâh e la manifestazione non è per lui che tenebre. È per questo che l’autore delle Hikam ha detto: “L’universo non è che tenebre; solo la manifestazione di Allâh in esso lo rischiara”.

L’universo, tuttavia, non è tenebre se non rispetto alle genti che sono velate. Per coloro la cui vista è libera, l’universo intero è luce. Se il servitore si ricollega a uno Shaykh educatore, questi lo distacca completamente dagli attributi della sua natura umana facendogli contemplare la sua natura spirituale; allo stesso modo, lo distacca dagli statuti dello stato di servitù, rendendogli manifesta la luce dello stato di Signoria, e dall’aspetto sensibile dell’universo creato, facendogli vedere i significati dei segreti essenziali. Così, l’uomo è estraniato a se stesso grazie alla pre­senza del suo Amato, estraniato alla creazione dalla presenza del Creatore. È a questo stato che si riferisce l’espressione “stazione d’amore” (maqâm al-mahbûbiyya), che deriva dalla seguente versione dello hadîth citato sopra: “E quando Io l’amo, Io sono lui!”.

Quando il talismano costituito dall’esistenza illusoria del servitore e dal suo attaccamento agli attributi della sua condizione umana si spezza per la cancellazione di questi attributi, il tesoro che era fino ad allora nascosto: la Santissima Essenza, appare al servitore e costui per­viene alla stazione dell’eccellenza (maqâm al-ihsân), raggiunge il grado della contemplazione e della visione diretta, della santità perfetta, della beatitudine suprema.

È a proposito di questa stazione che Ibn al-‘Arîf ha scritto (cinque versi, metro tawîl, rima in ha):

“Un segreto si è rivelato a te, che per lungo tempo ti era rimasto nascosto; un’aurora si è levata, di cui tu stesso eri la tenebra.

Sei tu stesso che veli al tuo cuore il segreto del suo mistero: se non fosse per te, il tuo cuore non sarebbe sigillato.

Se ti assenti da lui, egli diviene il campo ove la carovana portatrice dell’illuminazione ben custodita stabilisce le sue tende.

Una parola ispirata si fa allora intendere, la si ascolti senza stancarsi, la cui prosa e i cui versi ci riempiono d’ardore,

Che rallegra l’anima dell’uditore e cancella la nostalgia dal cuore sofferente”.

Shushtari ha scritto in un poema:

“Tu che cerchi la vera novella, la tua esistenza condizionata la ricopre.

La novella e la sua verifica vengono da te; il segreto è presso di te.

Ritorna al tuo essere essenziale e considera: giacché non vi è là altri che te”.

Ha aggiunto:

“Ascolta la mia parola e assimilala, se tu la comprendi:

il tuo tesoro è ora spogliato di ogni talismano”.

Sappi dunque che la presenza di questo talismano è reale, che essa è voluta dalla Saggezza divina per proteggere i segreti dell’Essenza suprema e della Signoria affinché il tesoro resti sepolto e il segreto ben protetto. Se questo talismano non esistesse, il segreto sarebbe divulgato e messo alla portata di chi non lo merita; sarebbe esposto apertamente, abbandonato alla voce pubblica. È lui la cortina cui fa allusione il seguente hadîth: “Non v’è, per impedire agli uomini di guardare il loro Signore, che la cortina di splendore abbassata davanti al suo Volto nel Giardino dell’Eden”. Questa cortina è quella del mondo sensibile, della sovrana dominazione, tesa davanti ai misteri delle realtà intelligibili. Così è, almeno, per quel che riguarda le “genti del velo”, in questo basso mondo. Quanto a coloro per cui il talismano dell’unità dell’Essenza è stato sollevato, il Dio di Verità non è loro velato un solo istante, né in questo mondo, né nell’altro. Essi vedono l’Essenza del Misericordioso in ogni istante.

Questo talismano ha ricevuto diverse denominazioni: mondo della separazione, mondo della Saggezza, mondo del Regno, mondo dei corpi, mondo delle tracce, mondo fenomenico. E il Tesoro ch’esso ricopre è chiamato mondo dell’unione, mondo della Potenza, mondo della Rega­lità, mondo degli spiriti, mondo del mistero. Quanto al mondo dell’Onnipotenza, esso è l’Ocea­no sottile e debordante da cui sgorgano le luci (le manifestazioni dei Nomi e Attributi divini) del mondo della Regalità; ma, in quanto che non è lui stesso il luogo della manifestazione (e non è colpita da essa), esso appartiene al Tesoro nascosto e al segreto ben custodito.

Di conseguenza, l’esistenza è unica ed è l’Esistenza stessa di Allâh (il Reale, il Vero, l’Asso­luto). Quello in cui si produce la manifestazione è chiamato “Regalità” (malakût) da colui che guarda con l’occhio dell’unione, mentre colui che lo guarda con l’occhio della separatività, nel mondo della Saggezza, lo chiama “Regno” (mulk). E quello in cui la manifestazione non si pro­duce, il mondo dei segreti sottili e dei misteri, è designato con “Onnipotenza” (jabarût); ma non sono queste che semplici denominazioni convenzionali. Coloro che considerano le cose in modo separativo tra le genti del velo, non vedono che il “Regno”, giacché si limitano all’aspetto sen­sibile degli esseri e le luci della “Regalità” sono loro velate. Le genti dell’estinzione non vedono che la “Regalità” e i loro pensieri evolvono liberamente nei segreti illimitati dell’“Onni­potenza”. Le genti della sussistenza (o della perpetuazione) vedono la “Regalità”, evolvono negli oceani dell’“Onnipotenza” e ridiscendono verso il mondo del “Regno” per compiervi i doveri inerenti lo stato di servitù, osservarvi le convenienze verso il Signore e dedicarsi con assiduità alle scienze che si riferiscono a queste convenienze. Per costoro, lo stato d’unione non è un velo che nasconde la coscienza della separatività, e la separatività non è un velo per l’unio­ne. L’estinzione non è un velo per la sussistenza, e la sussistenza non è un velo per l’estinzione. Essi rendono a ogni cosa il dovuto e trattano ogni cosa in tutta equità. Che Allâh voglia inte­grarci nella loro élite, con la Sua grazia e la Sua generosità. Amîn!

* Cf. J.-L. Michon, Le Soufi marocain Aḥmad ibn ‘Ajîba (1746-1809) et son Mi‘râj, glossaire de la mystique musulmane, Librairie Philosophique J. Vrin, Paris, 1990, II ed. (II. L’Œuvre. 3. Anthologie. Unité de l’être et unification mystique); cf. anche Deux Traités sur l’Unité de l’Existence, Al-Quobba Zarqua, Marrakech, 1998.