La maschera “popolare” *

massoneria, René Guénon, Tradizione, Simbolismo, Coomaraswamy, Spiritualità

René Guénon

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Facevamo osservare, terminando il nostro precedente articolo [**], che gli “Immortali” del Taoismo sono descritti sotto delle apparenze dove si combinano la stravaganza e la volgarità; l’unione di questi due aspetti può anche ritrovarsi altrove, e, segnatamente, il majdhûb e il “giocoliere”, nonché coloro che ne prendono l’aspetto esteriore così come abbiamo spiegato, insieme all’apparenza di “follia”, presentano anche evidentemente un certo carattere “popolare”. Tuttavia, questi due aspetti non sono necessariamente solidali in tutti i casi, e succede anche che quello che possiamo chiamare indifferentemente “volgare” o “popolare” (giacché questi due termini sono in fondo pressoché sinonimi) serva soltanto da “maschera” iniziatica; vogliamo dire con ciò che gli iniziati, e specie quelli degli ordini più elevati, si dissimulino volentieri in mezzo al popolo, facendo in modo di non distinguersene in niente esteriormente. Si può osservare che questa è, in definitiva, l’applicazione più stretta e più completa del precetto rosacrociano che impone d’adottare sempre il linguaggio e il costume delle genti tra cui si vive e di conformarsi in tutto ai loro modi d’agire; sicuramente è possibile vedervi, per prima cosa, un mezzo per passare inosservati tra i profani, cosa non senza importanza sotto diversi aspetti, ma esistono anche altre ragioni più profonde.

Occorre in effetti fare bene attenzione a questo: è sempre del popolo che si tratta in casi simili, e non di ciò che in Occidente si chiama convenzionalmente “classe media”, o di ciò che ad essa corrisponde più o meno esattamente altrove; e la cosa è vera a tal punto che, nei paesi di tradizione islamica, si dice che, quando un Qutb deve manifestarsi tra gli uomini comuni, riveste spesso l’apparenza d’un mendicante o d’un venditore ambulante. È d’altronde a questo stesso popolo (e l’accostamento non è certo fortuito) ch’è sempre affidata la conservazione delle verità d’ordine esoterico che altrimenti rischierebbero di perdersi, verità che esso è incapace di comprendere, sicuramente, ma che tuttavia trasmette non meno fedelmente, anche se a tal fine dovessero essere rivestite, pure loro, da una maschera più o meno grossolana; ed è questa in definitiva l’origine reale e la vera ragione d’essere d’ogni “folklore”, e segnatamente dei cosiddetti “racconti popolari”. Ma, ci si potrebbe chiedere, com’è possibile che sia in questo ambiente, che alcuni definiscono volentieri e in senso peggiorativo come il “popolino”, che l’élite, e pure la parte più elevata dell’élite, di cui è in qualche modo tutto il contrario, possa trovare il suo miglior rifugio, sia per se stessa, sia per le verità di cui è la normale detentrice? Parrebbe qualcosa di paradossale, se non addirittura di contraddittorio; ma vedremo che non è così in realtà.

Il popolo, almeno finché non ha subito una “deviazione” di cui non è minimamente responsabile, poiché in definitiva di per se stesso non è se non una massa eminentemente “plastica”, corrispondente al lato propriamente “sostanziale” di quella che si può chiamare l’entità sociale, il popolo, dicevamo, porta in sé, e per via proprio di questa “plasticità”, delle possibilità che la “classe media” non ha affatto; si tratta sicuramente di possibilità indistinte e latenti, di virtualità se si vuole, ma che nondimeno esistono, e che sono sempre suscettibili di svilupparsi se incontrano condizioni favorevoli. Contrariamente a quel che ci si compiace d’affermare ai nostri giorni, il popolo non agisce spontaneamente e non produce nulla da se stesso; ma è come un “serbatoio” da cui tutto può essere tratto, il meglio come il peggio, seguendo la natura delle influenze che si eserciteranno su di lui. Quanto alla “classe media”, è fin troppo facile rendersi conto di cosa ci si può attendere da essa se si riflette sul fatto ch’essa si caratterizza essenzialmente per quel sedicente “buon senso” strettamente limitato che trova la sua più compiuta espressione nella concezione della “vita ordinaria”, e che i prodotti più tipici della sua mentalità propria sono il razionalismo e il materialismo dell’epoca moderna; è questo che dà la misura più esatta delle sue possibilità, poiché è ciò che ne risulta quando le si permette di svilupparli liberamente. D’altronde non vogliamo per nulla dire che in ciò essa non abbia subito certe suggestioni, giacché anch’essa è “passiva”, sia pure relativamente; ma non è men vero che è in seno a essa che le concezioni in questione hanno preso forma, quindi che queste suggestioni hanno incontrato un terreno appropriato, ciò che per forza implica che esse in qualche modo corrispondessero alle sue tendenze proprie; e in fondo, se è giusto qualificarla come “media”, non è soprattutto a condizione di dare a questa parola un senso di “mediocrità”?

Ma vi è ancora dell’altro, che peraltro completa la spiegazione di quel che abbiamo appena detto e gli dà tutto il suo significato: ossia che l’élite, per il fatto stesso che il popolo è il suo estremo opposto, trova veramente in esso il suo riflesso più diretto, come in tutte le cose il punto più alto si riflette direttamente nel punto più basso e non in uno qualunque dei punti intermedi. È vero, si tratta di un riflesso oscuro e invertito, come lo è il corpo in rapporto allo spirito, ma che nondimeno offre la possibilità d’un “raddrizzamento”, paragonabile a quello che si produce alla fine di un ciclo: solo quando il movimento discendente ha raggiunto il suo termine, cioè il punto più basso, tutte le cose possono essere ricondotte immediatamente al punto più alto per iniziare un nuovo ciclo; e per questo è esatto dire che “gli estremi si toccano” o piuttosto si congiungono. La similitudine tra il popolo e il corpo, cui abbiamo appena alluso, si giustifica d’altronde anche per il carattere di elemento “sostanziale” che entrambi ugualmente presentano, rispettivamente nell’ordine sociale e in quello individuale, mentre il mentale, soprattutto se considerato specialmente sotto il suo aspetto di “razionalità”, corrisponde piuttosto alla “classe media”. Da ciò risulta anche che l’élite, discendendo in qualche modo fino al popolo, vi trova tutti i vantaggi dell’“incorporazione”, in quanto questa è necessaria per la costituzione d’un essere realmente completo nel nostro stato di esistenza; e il popolo è per essa un “supporto” e una “base”, allo stesso titolo che il corpo lo è per lo spirito manifestato nell’individualità umana [1].

L’apparente identificazione dell’élite con il popolo corrisponde propriamente, nell’esoterismo islamico, al principio dei Malâmatiyah, i quali s’impongono la regola di assumere un aspetto esteriore tanto più ordinario e comune, e perfino grossolano, quanto più perfetto e di spiritualità più elevata è il loro stato interiore, e di mai lasciar apparire niente di questa spiritualità nelle loro relazioni con gli altri uomini [2]. Si potrebbe dire che, con questa estrema differenza tra interiore ed esteriore, essi pongono tra questi due lati del loro essere il massimo d’“intervallo”, se è lecito esprimerci così, il che permette loro di comprendere in sé stessi la maggior somma di possibilità d’ogni ordine, e che, al termine della loro realizzazione, deve logicamente culminare nella vera “totalizzazione” dell’essere [3]. È d’altronde chiaro che questa differenza si riferisce in definitiva al solo mondo delle apparenze, e che, nella realtà assoluta, e di conseguenza a questo termine della realizzazione di cui abbiamo appena parlato, non v’è più né interiore né esteriore, giacché, ancora una volta, gli estremi si sono finalmente ricongiunti nel Principio.

D’altra parte, è particolarmente importante rilevare che l’apparenza “popolare” rivestita dagli iniziati costituisce, a tutti i gradi, come un’immagine della “realizzazione discendente” [4]; è per questo che lo stato dei Malâmatiyah è detto «rassomigliare allo stato del Profeta, il quale fu elevato ai più alti gradi della Prossimità divina», ma che, «quando ritornò verso le creature, non parlò con esse che delle cose esteriori», di modo che, «del suo colloquio intimo con Dio, nulla apparve sulla sua persona». Se inoltre è detto che «questo stato è superiore a quello di Mosè, la cui figura non poté esser guardata da nessuno dopo che ebbe parlato con Dio», ciò si riferisce ancora all’idea della totalità, proprio in virtù di quel che spiegavamo poc’anzi: in fondo, si tratta di un’applicazione dell’assioma secondo cui “il tutto è più della parte” [5], qualsiasi parte peraltro, fosse pure la più eminente di tutte [6]. Nel caso rappresentato qui dallo stato di Mosè, infatti, la “ridiscesa” non è completamente effettuata, si potrebbe dire, e non ingloba integralmente tutti i livelli inferiori, fino a quello che simboleggia l’apparenza esteriore degli uomini comuni, per farli partecipare alla verità trascendente nella misura delle loro rispettive possibilità; ed è questo, in certo qual modo, l’aspetto inverso di quello che consideravamo in precedenza parlando del popolo come “supporto” dell’élite, e naturalmente anche l’aspetto complementare, poiché questo stesso ruolo di “supporto”, per essere efficace, richiede necessariamente una certa partecipazione, dimodoché i due punti di vista s’implicano reciprocamente [7].

Va da sé che il precetto di non distinguersi in niente dal volgo quanto alle apparenze, quando se ne differisce profondamente in realtà, si ritrova anche espressamente nel Taoismo, e lo stesso Lao-Tseu l’ha formulato a più riprese [8]; qui, d’altronde, è legato abbastanza strettamente a un certo aspetto del simbolismo dell’acqua, che va sempre nei luoghi più bassi [9], e che, pur essendo quanto vi è di più debole, viene tuttavia a capo delle cose più forti e potenti [10]. L’acqua, in quanto immagine del principio “sostanziale” delle cose, può anche essere presa, nell’ordine sociale, come un simbolo del popolo, il che ben corrisponde alla sua posizione inferiore; e il Saggio, imitando la natura e il modo d’essere dell’acqua, si confonde apparentemente con il popolo; ma ciò stesso gli permette, meglio di ogni altra situazione, non solo d’influenzare il popolo tutto mediante la sua “azione di presenza”, ma anche di conservare intatto al riparo da ogni attacco ciò per cui egli è interiormente superiore agli altri uomini, e che costituisce d’altronde la sola vera superiorità.

Abbiamo potuto indicare solo i principali aspetti di questa questione così complessa, e termineremo con un’ultima osservazione che si riferisce più specialmente alle tradizioni esoteriche occidentali: si dice che i Templari sfuggiti alla distruzione del loro Ordine si dissimularono tra gli operai costruttori; se anche certuni vogliono vedervi solo una “leggenda”, la cosa non è con ciò meno significativa per il suo simbolismo; e d’altronde, di fatto, è incontestabile che almeno certi ermetisti agirono in tal modo, segnatamente tra quelli che si ricollegavano alla corrente rosacrociana [11]. A questo proposito ricorderemo ancora che, tra le organizzazioni iniziatiche la cui forma è basata sull’esercizio di un mestiere, quelle che rimasero sempre puramente “artigianali” subirono una degenerazione minore di quelle che furono influenzate dall’intrusione di elementi appartenenti prevalentemente alla “borghesia”; a parte altre ragioni di questo fatto già da noi esposte altrove, non si può forse vedere anche qui un esempio di questa facoltà di conservazione “popolare” dell’esoterismo di cui il “folklore” è ugualmente una manifestazione?

* R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXVIII.

** Folie apparente et sagesse cachée, in Études Traditionnelles, n. 249, 1946. – Cf. cap. XXVII [N.d.T.].

1. Quanto sopra, trattandosi di una “discesa dello spirito”, può essere avvicinato ugualmente alle considerazioni che abbiamo esposto alla fine del nostro studio su Les deux nuits, in Études Traditionnelles, nn. 232-233, 1939. – Cf. cap. XXXI [N.d.T.].

2. Vedere Abdul-Hâdi, El-Malâmatiyah, in Le Voile d’Isis, n. 166, 1933. – Cf. Appendice [N.d.T.].

3. Con ciò non vogliamo dire che la totalità possa esser realizzata solo in questo modo, ma soltanto che può esserlo effettivamente così seguendo il modo proprio alla via dei Malâmatiyah.

4. Vedere Réalisation ascendante et descendante, in Études Traditionnelles, nn. 229-230-231, 1939. – Cf. cap. XXXII [N.d.T.].

5. Non diciamo “più grande” come si fa abitualmente, restringendo così la portata dell’assioma alla sola applicazione matematica; qui, si deve evidentemente considerarlo al di là del dominio quantitativo.

6. Così dev’essere ugualmente intesa la superiorità di natura dell’uomo in rapporto agli angeli, com’è considerata nella tradizione islamica.

7. La partecipazione di cui qui si tratta non si limita d’altronde sempre esclusivamente all’exoterismo tradizionale; si può rendersene conto con un esempio come quello della maggior parte delle turuq islamiche, che, nella loro parte più esteriore, ma tuttavia ancora esoterica per definizione stessa, si associano elementi propriamente “popolari” e che non sono chiaramente suscettibili d’altro che di un’iniziazione semplicemente virtuale; e sembra che qualcosa di simile avvenisse nelle “thyasi” dell’antichità greca.

8. Tao-te-king, segnatamente cap. XX, XLI, LXVII.

9. Ibid., cap. VII; cfr. cap. LXI e LXVI.

10. Ibid., cap. XLIII e LXXVIII.

11. È fuori causa che qui non facevano per nulla allusione alle pretese origini della trasformazione “speculativa” della Massoneria, che in realtà fu soltanto una degenerazione, come abbiamo sufficientemente spiegato in altre occasioni, e che quanto abbiamo in vista risale a epoche ben anteriori all’inizio del XVIII secolo.

René Guénon