L’erede delle cose divine

Filone d’Alessandria

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Filone (Alessandria, ca. 20 a.C.-ca. 50 d.C.) nacque da una ricca e influente famiglia ebrea e ricevette un’istruzione basata sulla conoscenza perfetta della cultura greca e di quella ebraica. Il suo pensiero si sviluppò come interpretazione della Tōrāh attraverso una visione influenzata dalla tradizione clas­sica e nella sua opera s’intravede l’identità profonda tra la saggezza greca e l’ebraica. Scrisse opere filosofiche e teologiche, oltre a biografie di patriarchi, come Abramo e Mosè.

Filone si propose di liberare la Scrittura da ogni antropomorfismo, cogliendo nella Bibbia una dottri­na dell’essenza di Dio i cui tratti salienti sono il monoteismo, l’unicità della divinità e la trascen­denza. Dio è ineffabile e il linguaggio umano non può esprimerne l’essenza, la miglior definizione di Dio è quella rivelata da Dio stesso a Mosè: “Io sono colui che è”, affermazione che l’autore inter­preta come equivalente a: “La mia natura è di essere, non d’essere nominato”.

Dall’opera L’erede delle cose divine pubblichiamo alcuni passi in cui sono trattati con grande acume i temi del silenzio e della parola, la quale assume la sua forma più armoniosa e possente quando viene dall’anima.

 

II. L’uomo può parlare liberamente a Dio quando è puro da ogni peccato.

[6] Quando, dunque, un servo potrà parlare liberamente al padrone? Quando, se non allorché ha coscienza di non aver mai commesso ingiustizie verso di lui e di aver agito in ogni occasione, a parole e a fatti, a vantaggio del suo padrone? [7] Quando, dunque, è consentito che anche un servo di Dio parli con libertà a Colui che è guida e Signore suo e dell’universo, se non quando si sia purificato da ogni peccato, e nella sua coscienza nutra pensieri di amicizia nei confronti del suo padrone, e, nell’essere servitore di Dio, goda di una gioia più piena di quella che proverebbe se potesse regnare su tutta la stirpe degli uomini, e raggiungesse un potere incontrastato sul mare e sulla terra? [8] Questa amicizia per il Signore, che è propria del servizio e del ministero di Abramo è attestata nel finale della profezia diretta al figlio di lui: «Darò a te e a tutta la tua discendenza questa terra, e tutti i popoli del mondo saranno benedetti nella tua progenie, a motivo del fatto che tuo padre Abramo ha dato ascolto alla mia voce, ha obbedito ai miei comanda- menti, ai miei ordini, ai miei decreti e alle mie leggi»[1]. [9] La lode più grande per un servitore consiste nel riconoscimento che egli non trascura alcun ordine del suo padrone, che senza ri­sparmiarsi e con alacrità, al limite delle proprie forze, si impegna di buon animo a portare a termine tutte le cose.

 

III. Bisogna anche saper tacere ed ascoltare.

[10] Ci sono dunque uomini per i quali è conveniente solo ascoltare e non parlare, e di questi è detto: «Fa’ silenzio e ascolta»[2]: davvero un ottimo precetto! Siccome l’ignoranza è sfrontatezza e chiacchiera, il primo rimedio è il silenzio; il secondo è l’attenzione rivolta a coloro che dicono cose degne d’essere ascoltate. [11] Non si deve pensare, tuttavia, che questo sia l’unico signifi­cato del precetto: «Fa’ silenzio e ascolta». Esso ne esprime un altro ancor più profondo. Infatti, non incita solamente a far silenzio con la lingua e ad ascoltare con le orecchie, ma anche a far silenzio e ad ascoltare con l’anima. [12] Molti, infatti, pur andando ad ascoltare qualcuno, non ci vanno con le loro menti, ma vagano fuori e van pensando a mille cose su mille argomenti: fac­cende di famiglia, faccende degli altri, faccende private e faccende politiche, di cui sarebbe stato meglio, in quel momento, non ricordarsi. Tutte queste cose, per così dire, le vanno enumerando una dopo l’altra, e, a causa della gran confusione che nasce dentro di loro, non riescono ad ascol­tare chi parla: questi parla, ma non come fosse tra uomini, bensì tra pupazzi senza anima, che hanno orecchie, ma non sentono. [13] Se, dunque, l’intelletto deciderà di non occuparsi di nes­suna delle cose che vengono dal di fuori, né di quelle che serba nel suo intimo, ma, mirando alla quiete e alla tranquillità, si protende verso Colui che parla, facendo silenzio secondo il precetto di Mosè, allora potrà ascoltare veramente con attenzione: altrimenti non ne avrà mai la forza[3].

 

IV. La libertà di parola di Mosè verso Dio.

[14] Gli ignoranti, dunque, è meglio che facciano silenzio: ma per gli uomini che aspirano alla scienza e sono amanti dal loro Signore, la libertà di parola è un possesso prezioso e necessario. Così si legge nell’Esodo: «Il Signore combatterà al nostro fianco, e voi starete in silenzio»; e subito dopo si trova questo responso: «E disse il Signore rivolto a Mosè: perché gridi verso di me?» [4]. Ciò significa che bisogna che facciano silenzio coloro che non hanno da dire nulla che sia degno di ascolto, e che parlino, invece, coloro che hanno riposto la loro fiducia nel divino amore della sapienza e che non solo parlino sottovoce, ma gridino a gran voce: non con la bocca, però, e con la lingua, attraverso le quali si dice[5] che l’aria assuma forma rotonda percepibile dall’orec­chio, ma con lo strumento dell’anima, ben più armonioso e dotato di voce ben più possente, che nessun mortale può udire, ma solo l’Ingenerato e l’Incorruttibile. [15] Solo Colui che sa intendere la musica intelligibile è capace di cogliere l’armonioso concerto e il canto della mente, ma neppure uno di coloro che sono immersi nelle sensazioni vi riuscirebbe. Quando lo strumento della mente, nella sua interezza, fa risuonare un accordo di una o due ottave, Colui che ascolta domanda, per così dire, anche se in verità non domanda, dal momento che tutto è noto a Dio: «Perché gridi verso di me?». È una supplica perché io allontani i mali da te, o un ringraziamento per la partecipazione ai beni, o ambedue insieme?

 

IV. La libertà di parola si fonda e si giustifica sulla base dell’amicizia nei confronti di Dio.

[16] Ecco che colui che prima sembrava starsene “con la voce debole” e “con la lingua pesante” e senza parole, ora si rivela a tal punto loquace, che viene presentato, non solo nell’atto di parlare, ma, addirittura, di gridare, e, altrove, nell’atto di versare un torrente incessante e incon­tenibile di parole. [17] «Mosè» dice infatti la Scrittura «continuava a parlare, e il Signore non smetteva di rispondergli con la sua voce»[6]. E la Scrittura non dice “parlò”, a indicare un’azione compiuta, ma “continuava a parlare”, per indicare il prolungarsi nel tempo dell’azione. E così non dice che Dio “insegnò”, come se si volesse indicare un’azione conclusa, ma dice che sempre e senza interruzione “non smetteva di rispondergli”. [18] Ora, dove c’è risposta, là deve esserci senz’altro domanda. E ciascuno chiede ciò che non sa, giudicando cosa buona imparare e sapendo che l’azione più utile per conseguire la scienza è il ricercare, il domandare, l’investigare, il rite­nere di non saper nulla e non il presumere di avere certezze. [19] Orbene, i sapienti hanno Dio come guida e come maestro; i meno perfetti, invece, hanno il sapiente. Per questo essi dicono: «Parlaci tu, e non ci parli Dio, che non ci capiti di morire»[7]. L’uomo virtuoso ha una così grande libertà di parola, che non solo ha il coraggio di parlare e di gridare, ma anche di alzare un grido di rimprovero dal profondo della sua fede sincera e dei suoi sentimenti puri. [20] E infatti Mosè dice: «Se tu vuoi rimettere i loro peccati, rimettili: se no, cancellami dal libro che hai scritto»[8]. E ancora: «Non sono io che ho portato nel mio ventre questo popolo, non io che l’ho partorito, e allora perché mi dici: prendilo sul tuo grembo, e portalo in braccio come una nutrice porterebbe colui che allatta?»[9]. E anche: «Dove andrò a prendere il cibo per tutta questa gente che si lamenta rivolta a me? Si sgozzeranno le pecore e i buoi, si raccoglierà tutto insieme il pesce del mare, ma ciò sarà sufficiente?»[10]. E anche: «O Signore, perché hai trattato male questo popolo? E a che scopo mi hai mandato? Da quando io sono andato dal Faraone a parlare in tuo nome, questi ha oppresso il tuo popolo e Tu non hai liberato il tuo popolo»[11]. Queste parole e altre simili non si oserebbe rivolgerle neppure a uno dei re di questa terra; lui, invece, osò dirle rivolgendosi a Dio. [21] Senza dubbio era il colmo dell’audacia, non nel senso negativo, bensì positivo, perché tutti i sapienti sono amici di Dio, soprattutto nel caso del più sacro dei legislatori. Libertà di parola e amicizia sono strettamente legate: del resto, con chi mai si potrebbe parlare liberamente, se non col proprio amico? Giustamente, dunque, nelle Scritture Mosè è celebrato come «1’Amico»[12], per mostrare che tutto ciò che egli rischia di dire con arditezza è dovuto all’amicizia, piuttosto che alla presunzione. Infatti, la sfrontatezza è propria dei presuntuosi, il parlar franco dell’amico.

[1] Genesi, 26, 3-5.

[2] Deuteronomio, 27, 9.

[3] Il tema del “silenzio” ha un profondo significato spirituale, così come quello della “quiete”, della “calma” e della “solitudine”, poiché sono come il rispecchiarsi di caratteristiche essenziali del Logos.

[4] Esodo, 14, 14-15.

[5] Allusione agli Stoici (cf. Diogene Laerzio, VII, 158, fr. 872: «L’anima sente quando l’aria che si forma tra chi parla e chi ascolta subisce una vibrazione a guisa di sfera e con movimento ondoso arriva fino alle orecchie, come l’acqua di un recipiente che forma delle onde a guisa di sfera quando vi si getta un sasso»).

[6] Esodo, 19, 19.

[7] Esodo, 20, 19.

[8] Esodo, 32, 32.

[9] Numeri, 11,12.

[10] Numeri, 11, 13.22.

[11] Esodo, 5, 22.23.

[12] Esodo, 33, 11.