La vita solitaria

Francesco Petrarca

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Presentiamo alcuni estratti dal De vita solitaria, trattato in lingua latina redatto da Francesco Petrarca[1] tra il 1346 e il 1356. Elogio della solitudine e del silenzio, in esso l’autore, rivolgendosi a coloro che aspirano alla contemplazione di Dio e alla conoscenza di se stessi, afferma come sia attraverso gli studi onesti, lontano dalla moltitudine delle genti e dagli affannosi pensieri, nel riposo, nell’ozio[2] e nella libertà, dopo aver pulito il proprio animo, che ciò possa ottenersi. Nei passi che seguono emerge il raffronto tra la vita di un ricco cittadino disonesto e quella di un uomo puro, che vive nella solitudine, immerso nella natura. Un’acuta e accurata descrizione evidenzia come il primo trascorra le sue giornate nell’ansia, nell’angoscia, nell’agitazione e nella dispersione, trascinato verso il basso dalle sue peggiori inclinazioni, mentre il secondo viva nella serenità, nella pace e nella gioia, unificando il suo essere che è elevato nel costante ricordo del divino.

 

Capitolo I

Io credo che un animo nobile, eccetto che in Dio, dov’è il nostro fine estremo, eccetto che in se stesso e nei suoi segreti pensieri o in un qualche animo a lui congiunto da una grande affinità, non trovi pace in alcun luogo. Benché infatti il piacere sia cosparso di un visco tenacissimo e sia pieno di lacci attraenti e dolci, non potrebbe tuttavia trattenere a terra troppo a lungo le ali forti. Ma se noi ricerchiamo Dio, o noi stessi e gli onorevoli studi, grazie ai quali conseguiamo en­trambe le cose, o un animo simile a noi, bisogna che ci allontaniamo il più possibile dalle turbe degli uomini e dai turbini delle città. […]

[…] immagina due uomini di opposte abitudini, che io ti descriverò, ed estendi a tutti con il pensiero ciò che vedi in loro.

 

Capitolo II

Si alza l’uomo indaffarato[3], infelice abitatore delle città, in piena notte, svegliato dalle proprie preoccupazioni o dalle voci dei clienti; spesso anche per paura della luce, spesso atterrito da apparizioni notturne. Subito dirige il proprio corpo a un infelice sgabello e il proprio animo agli inganni: da quelli è tutto assorbito, sia che pensi al prezzo da fissare per le merci, sia alla maniera d’ingannare il proprio socio o il proprio pupillo, o di conquistare con lusinghe la moglie del vicino armata di pudore o, parlando, di ammantare con un velo di giustizia una contestazione ingiusta, sia infine al modo di compiere un’azione illecita ai danni dello stato o di un singolo. Ora impetuo­so nell’ira, ora ardente di desiderio, ora agghiacciato dalla disperazione: così l’infelicissimo arte­fice ordisce prima dell’alba la lista delle sue attività diurne, in cui avvolgere se stesso e gli altri.

Si alza l’uomo solitario e libero da affari, sereno, ristorato da un adeguato riposo, dopo aver non interrotto bruscamente, ma terminato il suo breve sonno e, talvolta, destato dal canto del notturno usignolo. Placidamente discende dal letto e riscossosi dal torpore, egli subito inizia a cantare nelle ore tranquille dell’aurora: devotamente prega il portiere delle sue labbra di aprirle per le lodi mattutine che stanno per uscirne e chiama in suo aiuto il Signore del suo cuore, scon­giurandolo di affrettarsi, poiché non si fida affatto delle proprie forze ed è conscio e timoroso dei pericoli che lo minacciano. Non intento a tessere alcun inganno, rinnova invece, non soltanto ogni giorno, ma ogni ora, con il servizio instancabile nella lingua e la pia devozione dell’animo, la gloria di Dio e le lodi dei santi, perché non accada mai che il ricordo dei doni divini svanisca per ingratitudine d’animo. E spesso intanto – mirabile a dirsi – colmo di un timore senza angoscia e di una trepida speranza, memore del passato e presago del futuro, trabocca di un lieto dolore e di lacrime di felicità. Nessuno dei sollazzi degli indaffarati, nessuna delle delizie cittadine, nessuna vanitosa esibizione di potenza regale potrà mai eguagliare questa condizione. Poi, guardando in alto il cielo e le stelle, anelando con tutta l’anima al Signore Dio suo che lì risiede e pensando alla patria dal luogo del suo esilio, subito si dedica a una qualche onesta e piacevole lettura; e così, nutritosi di cibi squisiti, si prepara a ricevere, con grande serenità d’animo, i primi albori del giorno che sta per iniziare.

Ed ecco la luce, attesa con diverse speranze. Quello ha la porta di casa assediata da amici ne­mici, viene salutato, chiamato, trascinato, spinto, accusato, diffamato. Costui ha l’ingresso vuoto e, ovviamente, la libertà di restare in casa o di andare dovunque lo conduca il suo animo. Corre quello, afflitto, al Foro, pieno di seccature e di affari da sbrigare e dal volo degli uccelli trae gli auspici per l’inizio del giorno che lo attende. Si affretta questo, allegro, a recarsi nel bosco vicino, libero e tranquillo, e con gioia oltrepassa la soglia di buon auspicio di una giornata serena. Quello, appena si giunge ai superbi palazzi dei potenti o ai temuti scanni dei giudici, mischiando menzo­gne alla verità o critica un atto di giustizia nei confronti di un innocente o accresce l’audacia di un colpevole od ordisce senz’altro qualcosa che porterà a lui disonore e ad altri danno, mentre il rimorso gli rode il cuore e spesso la paura gli spezza le frasi. E frequentemente riportando cose vere in cambio di falsità, frustate in cambio di parole, pieno di rossore o di pallore e, d’altra parte, rimproverandosi di non aver preferito la fame di solitudine alla fama di uomo eloquente, la condi­zione di aratore a quella di oratore, di corsa rientra a casa senza aver concluso i suoi affari e nel turpe rifugio si sottrae alla vista dei suoi nemici non più che dei suoi clienti. Questo, non appena ha raggiunto un sedile di fiori su un’altura salubre, si ferma – il sole è ormai sorto in tutto il suo splendore – e prorompendo lieto, con devozione, nelle quotidiane lodi di Dio (tanto più amabil­mente se il lieve mormorio di un ripido torrente o dolci richiami di uccelli si accompagnano ai sospiri devoti) implora soprattutto l’innocenza, freno della lingua ignaro di contesa, protezione degli occhi opposta alla vanità, la purezza del cuore, l’assenza di cattiveria e l’astinenza, doma­trice della carne. Poco dopo, alle lodi dell’ora terza, venera la terza persona della Trinità e invoca la venuta dello Spirito Santo e anche una lingua e un cuore che riecheggi della confessione latrice di salvezza e una carità ardente di fuoco celeste e capace d’infiammare il prossimo. Se queste cose egli richiede con devozione, già le possiede ed è molto più felice per questa vampa del cuore che per qualunque splendore d’oro o di gemme. Poi, ritornando piano piano sui suoi passi, mentre il sole, che aveva illuminato il primo mattino, sale già in alto e fa risplendere il mezzogiorno, nient’altro chiede se non che si spengano i focolai delle discordie che l’altro a gara ravviva con il fiato e con fomenti e che svanisca tutto il fuoco nocivo delle perverse passioni, da cui quello è avidamente divorato. Infine implora l’unica cosa che il poeta satirico[4] afferma si possa chiedere senza pericolo: una mente sana in un corpo sano. Chi di costoro, chiedo, ha finora speso meglio il suo tempo?

Viene l’ora del pranzo. Quello si sistema, soffocato e sepolto da cuscini, sotto un enorme peri­colante baldacchino. Le stanze risuonano di rumori diversi: lo attorniano cani regali e topi dome­stici. Una schiera di adulatori gli si accalca intorno: fanno a gara per assecondarlo. Una folla raccogliticcia di servitori prepara la mensa tra grida e confusione. Si scopa il pavimento putrido e ogni cosa si riempie di sudicia polvere: corrono per le stanze argenti dorati e coppe ricavate da gemme cave, le panche vengono rivestite di seta, le pareti di porpora, il pavimento di tappeti, mentre lo stuolo dei servi ignudi trema dal freddo. Schierato l’esercito, vien dato alfine, con uno squillo di tromba, il segnale di battaglia. I condottieri della cucina si scontrano con i condottieri della sala da pranzo, un grande frastuono si leva, si portano insieme cibi ricercati, strappati alla terra e al mare, e vini pigiati al tempo dei consoli antichi. Brillano nel biondo oro uve nostrane e greche, in una sola coppa si mescolano Gnoso e Meroe[5], Vesuvio e Falerno, i colli sorrentini e calabri. E non è abbastanza, se l’ausonio Bacco, trattato con miele ibleo[6] o con succo di canna d’oriente e profumato con nere bacche, non muta per arte la propria natura. Da un’altra parte si scorge un apparato di ugual sfarzosità, ma di diverso genere: animali straordinari, pesci mai visti, uccelli sconosciuti cosparsi di rare spezie macinate e dimentichi delle loro antiche origini; alcuni rivelano la loro provenienza con la parola e del fagiano mantengono ormai soltanto il nome. Mentre essi mangiano, fumano le splendide vivande, sottoposte a ogni capriccio dei cuochi; se qualcuno, pur molto affamato, vedesse in che modo disgustoso e con quanto artificio esse sono state messe insieme, se ne andrebbe saziato dal solo spettacolo. Vedrà così commisti e tra loro in contrasto cibi nostrani e stranieri, frutti del mare e della terra, neri e bianchi, aspri e dolci, carni d’animali irsuti e pennuti, mansueti e feroci; e, come se quell’antico Chaos ovidiano fosse stato rinnovato e costretto in spazi angusti, non soltanto «in un unico corpo», ma in un unico piatto di portata «i corpi freddi contrasteranno con i caldi, gli umidi con i secchi, i molli con i duri, i leg­geri con i pesanti»[7]. Sotto questa così abbondante colluvie di cibi diversi e insieme contrastanti, sotto tante pietanze dorate, nere e livide, un diligente assaggiatore va in cerca di un veleno non a torto sospettato. Che anzi contro le trappole invisibili è stato escogitato un altro genere di rimedio: tra i vini e le vivande sporgono corna nerastre di serpenti, inseriti abilmente tra ramoscelli dorati, e, per un artificio quasi voluttuoso, contro la morte dell’infelice veglia – cosa straordinaria – la morte stessa. E quello sta seduto con la fronte rannuvolata, lo sguardo serio, le sopracciglia ag­grottate, il naso arricciato, le guance pallide, distaccando faticosamente le labbra incollate, solle­vando a stento il capo, stordito dai bagliori e dagli odori[8]. Gonfio per la crapula della sera prima e turbato per l’esito degli affari del mattino, non sa più dove si trova; intento a meditare futuri im­brogli – dove dovrà rivolgersi o che cosa dovrà fare? – suda, manda cattivo odore, rutta, sbadiglia e, assaggiando ora questa ora quella vivanda, per tutte prova nausea.

Costui invece, accontentandosi di pochi servitori o di uno o di nessuno[9], sobrio e sano per il digiuno del giorno innanzi, nella sua modesta abitazione arricchisce la sua tavola pulita di nulla più che della propria presenza: anziché confusione ha pace, anziché grida silenzio, anziché folla se stesso. Egli a se stesso è compagno, di se stesso interlocutore e commensale e non ha paura di essere solo finché è con se stesso. In luogo di baldacchini ha una nuda parete di pietra rozza, in luogo dell’alto seggio d’avorio una quercia o un semplice faggio o un abete. Egli ama guardare il cielo, non l’oro, calpestare la terra, non la porpora, musica gradita e dolcissima melodia è per lui, quando si siede e quando si alza, la benedizione e il rendimento di grazie. Un contadino, se le circostanze lo richiedono, gli fa da coppiere, da cuoco e da domestico; qualunque piatto gli im­bandisca, egli lo rende gustoso con la sua benevolenza e moderazione. Diresti che ogni cibo pro­venga da foreste o lidi lontani, che ogni vino sia stato premuto sui colli della Liguria o del Piceno: tale è l’espressione, tale l’animo di chi ne gode. Così, riconoscente verso Dio e verso gli uomini, contento di vivande comuni e non comprate, non soltanto eguaglia nell’animo le ricchezze dei re – come il famoso vecchietto virgiliano[10] –, ma le supera. Nel profondo del suo cuore non invidia nessuno, non odia nessuno, contento della propria condizione e inaccessibile alle offese del desti­no, nulla teme, nulla desidera. Sa che non vengono sparsi veleni su semplici stoviglie di terra­cotta[11], sa che agli uomini basta poco per vivere, che la più grande e vera ricchezza consiste nel non desiderar nulla, il massimo potere nel non aver paura di nulla. Egli trascorre una vita serena e tranquilla, notti calme, giornate libere da attività; i suoi pasti sono privi d’inquietudini[12], si muove liberamente, sta seduto senza paura, non ordisce inganni e non se ne deve guardare, sa di essere amato per se stesso e non per ciò che possiede. Sa che la propria morte non arrecherebbe vantag­gio a nessuno e che la propria vita a nessuno arreca danno; ritiene che non sia molto importante la durata, ma la natura della vita e non considera molto significativo dove o quando si debba morire, bensì come. A questo soltanto egli è proteso col massimo ardore: a concludere con un bel finale la rappresentazione ben eseguita della propria vita.

A poco a poco il giorno scivola via e le ore passano veloci: ormai il pranzo sta finendo. Turba­no l’indaffarato l’esercito dei servi, i nemici che siedono a mensa di fianco a lui, le tavole rove­sciate, lo scontrarsi di uomini e di stoviglie. La casa risuona di risa di ubriachi e di lamenti di affa­mati (la mensa dei ricchi ha infatti questo non trascurabile difetto: è estremamente ingiusta, sicché da una parte troverai la fame, dall’altra la nausea, in nessun caso la giusta misura). L’odore della sala da pranzo è sgradevole, brutto il colore, è difficoltoso attraversarla: tutto il pavimento per ogni dove puzza della salsa che vi è stata versata ed è imbrattato di sangue, sdrucciolevole per il vino, affumicato, sporco di bava, umido di spruzzi, viscido di grasso, biancheggiante d’ossi e rosso di sangue. Insomma, per servirci di un’espressione di Ambrogio, diresti che non si tratta di un luogo di cottura, ma di una stanza di tortura[13]. E benché – come sostengono gli antichi – il termine prandium (pranzo) derivi da parare (preparare), quasi fosse parandium[14], giacché prepa­rerebbe i guerrieri alla battaglia, tuttavia potresti pensare che qui non tanto si prepari, ma avvenga qualcosa e che davvero sia stata combattuta una battaglia, non che si sia svolto un pranzo. Così il condottiero, ferito[15] e tremante, se ne va, così se ne vanno tutti, storditi dal vino e barcollanti; la mensa è stata come un campo di battaglia, il piacere come un allettante e ingannevole nemico, i giacigli come sepolcri, la coscienza come l’inferno.

Ma per il nostro solitario tutto è diverso. La sua stanza da pranzo sarebbe più adatta ai conviti degli angeli che a quelli degli uomini, gli odori deliziosi e i colori splendidi sono indici di buoni costumi e prove di modestia; i suoi pasti, ignari del lusso e della confusione, domatori della gola, estranei all’impudicizia, si svolgono in pace. Dove risiede la gioia dello spirito, dove è bandito il turpe piacere dei sensi, dove la sobrietà è regina, casto e sereno è il giaciglio e la coscienza un pa­radiso. Quello dunque, quando si alza, è ebbro o disgustato, costui invece è tranquillo e sobrio; quello dubita e teme d’esser malato, costui è consapevole della propria frugalità ed è sicuro da tutte le traversie cui il corpo umano deve sottostare. Quello o si adira o si diverte; questo, rinun­ciando all’una e all’altra cosa, rende grazie a Dio. L’intera giornata del primo, quindi, scorre via tra voluttà e sonno, affanni tormentosi e spiacevoli affari; l’altro invece tra le lodi di Dio, gli studi liberali, la scoperta di cose nuove e il ricordo delle antiche, l’indispensabile riposo e gli onesti svaghi non perde nulla o perde poco del suo tempo.

Ormai il sole occupa il centro del cielo quando quello si agita, si affanna, si affretta, raddoppia tutte le sue ingannevoli macchinazioni perché nulla, nell’arco di quella giornata, gli vada perduto per indolenza, perché un qualche torpore non deluda dei risultati sperati l’anima feconda di pro­getti malvagi, perché le trappole nascoste scattino improvvise prima di sera. Di regola, infatti, alle iniziative malvage questo si aggiunge: che sono anche sconsiderate. Un animo iniquo non tollera indugio e, qualunque cosa desideri fare, mal sopporta che sia differita, sia pure solo di un istante. Non soltanto all’avidità si addice quel verso di poeta satirico: «Chi vuol diventare ricco, lo vuol diventare anche subito»[16]. La cupidigia ha questa caratteristica in indivisibile comunione con le sue sorelle, l’ira e la libidine che, concepite nel Tartaro da un padre infernale, non dimenticano la confusione, il baratro, l’orrore e la natura della propria origine. Sono queste infatti le Furie, che non a torto i poeti chiamarono figlie dell’Acheronte e della notte, perché portano con sé tenebre d’ignoranza e motivi di pentimento. E queste, abitatrici dell’inferno, dove dicono che siano nate, nonché delle città e accompagnatrici degli indaffarati, aizzano con sproni sempre ardenti l’animo cieco e perverso a realizzare per primo il progetto più malvagio, perché, se per caso si indugia, non insorga un qualche pentimento o sano proposito. Davvero a nessun vizio piacciono le briglie e come la serietà e la ponderazione sono amiche dell’onestà, così la sconsiderata rapidità si ac­compagna sempre a intenzioni disoneste. Il nostro solitario, invece, non fa nulla in modo affret­tato, ma, osservando il tempo che fugge e desiderando essere lì dove si vive senza che il tempo scorra e senza paura della morte, voltosi nuovamente alla preghiera, chiede in premio il luminoso crepuscolo non di un giorno soltanto, ma di una vita intera e la gloria di una vita che non tramonta mai – e questa non per suo merito, ma grazie alla sacra morte di Cristo. Egli sa infatti che sarebbe di più di quanto sia dovuto all’uomo, se quella morte temporale di Uno che non possiede peccato non fosse così efficace da rendere eterni esseri per natura mortali e già morti per il peccato[17]. Poco dopo, pensando al giorno che scivola via nel cielo e insieme al suo stesso progressivo consumarsi sulla terra e vedendo sin da ora le tenebre oscure che si abbatteranno sul mondo, implora l’aiuto della luce celeste. E prega piangendo che la sua anima, schiacciata dal peso delle proprie colpe, non sia esiliata dal cielo; chiede sia la luce pura della fede, sia refrigerio per l’anima, se è inari­dita, lavacro, se si è macchiata di una colpa, sostegno, se è oppressa, pace, se è litigiosa, e dal­l’inesauribile fonte della sua religiosità fa seguire al canto delle lodi del mattino le preghiere e le lodi vespertine.

[…]

continua …

[1] Per una breve presentazione di Francesco Petrarca si veda l’articlo Della vera Sapienza pubblicato nel seguito della presente rivista.

[2] Ozio nel senso che gli attribuivano gli antichi romani, per i quali l’otium era il tempo che il signore de­dicava in campagna ai propri studi, composizioni e speculazioni intellettuali, diverso dal negotium, tempo dedicato in città ai propri affari e all’esercizio della propria professione.

[3] Per la figura di “uomo indaffarato” è chiaro il riferimento ai concetti contenuti nelle Epistolæ ad Lu­cilium e nel De brevitate vitæ di Seneca.

[4] Il poeta satirico è Giovenale (Satire X, 354-356).

[5] Gnosus è Cnosso, antico centro dell’isola di Creta; Meroe è città della Nubia; entrambi i centri erano famosi, in età classica, per la produzione del vino.

[6] L’Ibla era un monte della Sicilia, celeberrimo per i suoi fiori, particolarmente adatti all’apicoltura.

[7] Ovidio, Metamorfosi I, 18-20.

[8] Cf. Orazio, Epodi 13, 5 e Satire II, 2, 125.

[9] Cf. Seneca, Epistolæ ad Lucilium, 7, 11.

[10] Trattasi di un riferimento al vecchio apicoltore di Corico, cf. Virgilio, Georgiche, IV, 125 e seguenti.

[11] Cf. Giovenale, Satire, X, 25-26.

[12] Cf. Orazio, Satire II, 7, 30.

[13] Sant’Ambrogio, De Helia et ieiunio VIII, 25.

[14] Petrarca si riferisce qui a una falsa etimologia risalente a Isidoro (Etymologiæ XX, 2, 11).

[15] Si veda però anche l’accezione (rara) del termine nel senso di ubriaco.

[16] Giovenale, Satire XIV, 176-177.

[17] Cf. Paolo, Epistola ai romani, 5,8 e seguenti.