La vita solitaria

Francesco Petrarca

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Capitolo III

[…] Né mi è sfuggito che Seneca, dopo aver detto: «Lascia da parte ogni ostacolo e mettiti a completa disposizione della saggezza!», subito aggiunse: «Nessuno la raggiunge se è indaffarato»[1]. Io insisto nel dichiarare che la vita solitaria non solo garantisce la saggezza, ma la conserva e la accresce moltissimo. […] e, ancora, in un altro passo: «Fuggirei lontano anche dalla vista e dalla vicinanza del Foro. Come infatti i luoghi malsani minacciano anche la salute più robusta, così pure per uno spirito sano, ma non ancora completamente rinvigorito, alcuni luoghi sono poco salubri»[2]? […] Questo senz’altro è ben detto, com’è sua abitudine. Donde deriva però all’animo la luce della verità e l’equità di giudizio? Da un’altra parte, senza dubbio. Potrei pertanto ripetere, a proposito dell’animo, ciò che ho già detto per i luoghi: esso è importante, lo è molto, ma la cosa più impor­tante di tutte non è affatto l’animo, bensì soltanto Colui che dà ai luoghi la posizione favorevole, all’animo la ragione. La tranquilla serenità dell’animo è infatti una cosa grande e divina, un dono che nessuno all’infuori di Dio potrebbe fare, ma che Egli suole largire più spesso a coloro che si siano ritirati in solitudine.

[…] Quante volte, secondo te, è capitato che un medico in buona salute, visitando i malati, ab­bia contratto una malattia o che un becchino, seppellendo i morti, sia deceduto in seguito a conta­gio? Nessuno invero deve ingannarsi, quasiché i contagi dell’animo fossero meno gravi di quelli del corpo: sono anzi più gravi, danneggiano più seriamente, penetrano più in profondità e si insinuano più nascostamente.

[…] Ma, per non addentrarmi ulteriormente in considerazioni che non mi riguardano, esamini ciascuno ciò che preferisce, essi per quel che concerne loro stessi, io per quel che concerne me. Benché infatti tendiamo tutti a un unico fine ultimo, è impossibile che a tutti convenga seguire un’unica condotta di vita. Ciascuno dovrà pertanto considerare attentamente come lo abbia fatto la natura e come egli stesso si sia foggiato. Vi sono infatti uomini ai quali la vita solitaria sembra più triste della morte e portatrice di morte. Questo avviene soprattutto con gli illetterati, i quali, se manca loro un interlocutore, non hanno argomenti su cui sian capaci di discorrere con se stessi o con i libri e così restano muti. Non c’è dubbio che la solitudine senza cultura sia un esilio, un car­cere, una tortura; aggiungivi la cultura ed ecco che diventa patria, libertà, piacere. E, a proposito del tempo libero da impegni[3], è celebre la frase di Cicerone: «Che c’è di più dolce del tempo libero dedicato agli studi?»[4]. Non meno famoso, d’altra parte, è quel detto di Seneca: «Il tempo libero senza cultura è la morte, è il funerale di un uomo vivo»[5]. E, se io apprendessi che queste due così dolci vie di svago dei sapienti, cioè la solitudine e il tempo libero da attività – come ho detto all’inizio –, si rivelano talvolta assai fastidiose anche per le persone colte, la ragione è evi­dente. Questo infatti accade a coloro che amano la loro prigione perché incatenati da qualche pia­cere oppure cercano il sostentamento commerciando, come fa la gente del popolo, e impegnan­dosi in attività plebee, oppure aspirano, sospinti dal volubile favore del volgo[6], all’infida via degli onori; per costoro (che sono oggigiorno assai numerosi) la cultura non è luce dell’animo e gioia della vita, ma mezzo per ottenere ricchezza. I fanciulli, oggi, con grande dispendio di denaro, ma con la speranza di un profitto assai più ragguardevole, sono destinati dai loro genitori ad appren­dere quest’arte, non come a una scuola di liberalità, ma come a un volgare mercato, cosicché nes­suno dovrebbe stupirsi che essi si servano a scopo venale di quella cultura che si sono procurati per venderla e dalla quale hanno valutato di ricavare un interesse non del cento, ma del mille. […]

 

Capitolo IV

Sarebbe davvero un’ottima cosa, se la sconsideratezza, compagna inseparabile dell’adolescen­za, non costituisse un ostacolo, che ciascuno di noi, sin dalla fanciullezza, riflettesse con molta cura sul genere di vita da intraprendere e, una volta scelto il sentiero, che non se ne allontanasse mai, se non per serie ragioni o per una grave necessità. Così fece Ercole, all’inizio dell’adolescen­za, come scrisse il famoso Senofonte, allievo di Socrate, secondo la testimonianza di Cicerone[7]. Ma noi non lo facciamo: viviamo infatti per lo più non secondo le nostre convinzioni, ma secondo quelle del volgo, siamo condotti a forza per strade sconosciute e, come seguendo nell’oscurità le orme di altri, ci inoltriamo per vie pericolose e intricate e ci lasciamo trascinare tanto avanti da diventare non so che cosa prima che sia possibile guardarsi attorno e valutare che cosa vorremmo essere. Per questa ragione ciascuno, se non ha potuto farlo da giovane, consideri da vecchio, tra sé e sé, quale carattere la natura o il destino o un qualche errore gli abbiano assegnato e – cosa che suol fare il viandante che si è smarrito – provveda, per quanto è possibile, alla sua salvezza prima di sera, consapevole di questo soltanto: che difficilmente si può sradicare del tutto la propria natu­ra. Quello cui, al principio di questa via, quando – come ho detto – non brillava alcuna scintilla della nostra saggezza, rifulse una luce celeste, cosicché poté raggiungere una strada sicura o co­munque meno pericolosa e facile da percorrere a ritroso, ha di che rendere sempre grazie a Dio. Ma quello cui il destino fu più ostile è più in affanno; tuttavia, quando inizia ad aprire gli occhi e a comprendere come sia rischioso il cammino che percorre, si dedichi con ogni cura, anche se vecchio, a correggere le deviazioni e gli errori di quand’era giovane; e si ricordi del vecchio degli Adelphœ di Terenzio[8], che, prendendo opportunamente consiglio di cambiar vita proprio alla fine, diletterà e insieme recherà giovamento. Dapprincipio è un’opera difficile, ma è anche tra le più utili e niente affatto impossibile; e non si creda che sia troppo tardiva una cosa che si riconosce come vantaggiosa. Sostengono questa tesi autori di non poco conto: il più sapiente dei principi, il principe dei filosofi. Cesare Augusto dice: «È fatto abbastanza in fretta ciò che è fatto abbastanza bene»[9]; Platone: «Beato colui a cui tocca, anche da vecchio, di poter raggiungere la sapienza e opinioni vere!»[10]. Ogniqualvolta decidiamo di intraprendere o di cambiare genere di vita, dobbia­mo tenere innanzi agli occhi soprattutto questo: di non seguire la via che ci apparirà più splendida, ma quella che sarà più adatta a noi, confidando non su una vana passione, ma sulla guida della natura. Qui esigo un uomo che sappia valutare e giudicare se stesso con la massima rettitudine e severità, perché non esca dalla retta via, ingannato dal piacere della vista e dell’udito. So che questo è accaduto ad alcuni, i quali, mentre ammiravano altri, si dimenticarono di se stessi e si avventurarono in attività estranee alla loro natura, offrendo alla gente motivo di scherno. Io seguo soltanto questo principio tratto dai filosofi, in base al quale, confrontando la vita solitaria o la vita cittadina o qualunque altro genere di vita con la propria natura e le proprie abitudini, ciascuno saprà che cosa gli si addica fare. Questo |principio, se è utile a coloro che si mettono in cammino, è ancor più utile a quelli che sono già avanti, i quali, oltre al travaglio della scelta, devono anche adoperarsi per estirpare un’opinione vecchia e profondamente radicata!

Per me che, a quanto ne so, non ho niente in comune con la gente del popolo, e che dalla sorte ho ricevuto un poco di cultura letteraria che non fa gonfiare il petto, ma rallegra l’animo e lo ren­de amico della solitudine (in solitudine me la sono formata, senza un loquace professore, ma an­che senza tenace torpore e – volesse il Cielo! – senza seguace livore); per me che non un’amante, non una moglie, non un impegno di comparizione in tribunale, non un prestito a usura, non un deposito, non un piccolo guadagno, non i pubblici discorsi, non i bagni, non la bottega, non il teatro, non il portico tengono legato in città; per me che, a dire il vero, provo questi sentimenti non tanto per mia volontà o per altrui esortazione, quanto perché persuaso dalla natura stessa, per me, dico, senza dubbio la vita solitaria e appartata non solo è più tranquilla, ma è anche più ele­vata e più sicura. E subito dopo aver esaminato la mia situazione – così come impongo agli altri di esaminare la loro – abbraccio e tengo strette la solitudine e la libertà dalle occupazioni, di cui a lungo oggi ho parlato con te, come se fossero una scala che conduce a ciò che il nostro animo agogna; le folle e le preoccupazioni mi spaventano come fossero sbarre e chiavistelli. Ma, se una qualche necessità mi costringe in città, ho imparato a costruirmi la solitudine tra la gente e un porto in mezzo alla tempesta, con l’espediente, non a tutti noto, di comandare ai sensi di non sen­tire ciò che sentono. Dopo essermi abituato a questo sistema che avevo da me solo adottato fidan­domi dell’esperienza, dopo molto tempo appresi che un identico principio era stato accolto da un uomo assai sagace e colto e me lo impressi nella memoria con tanta maggior precisione quanto più mi rallegravo che il mio operato fosse sostenuto dall’autorità di un autore antico. È appunto Quintiliano, in quell’opera dove porta a perfezione con borchie e falere la figura dell’oratore[11], che Cicerone aveva armato, parlando di questo argomento, afferma: «Lo studio condotto di notte, ogniqualvolta ci dedichiamo a esso freschi e riposati, costituisce il miglior modo di concentrarsi in solitudine. Ma silenzio e ritiro e animo in ogni senso sgombro, come sono estremamente desi­derabili, così non sempre si possono ottenere; perciò non bisognerà mettere subito da parte i libri al primo rumore e considerare perduta la giornata, ma lottare contro gli ostacoli e abituarsi a che la tensione dell’animo superi tutto ciò che reca impedimento. Ché, se ci saremo concentrati total­mente sul nostro lavoro, nulla di ciò che colpisce gli occhi o le orecchie arriverà fino al nostro animo. Non capita forse spesso che un pensiero, anche fortuito, faccia sì che noi non ci accorgia­mo di chi ci si fa incontro? E se è così, per non uscire dal seminato, non riusciremo a ottenere lo stesso risultato, se per di più vorremo ottenerlo? Non bisogna essere teneri con ciò che è causa di pigrizia: infatti, se riterremo di non poterci dedicare allo studio se non del tutto riposati, se non al­legri, se non liberi da ogni preoccupazione, avremo sempre pretesti per scusarci. Per questa ragio­ne la nostra immaginazione si costruisca un luogo appartato tra la folla, in viaggio, persino duran­te i banchetti». Questo afferma Quintiliano: ho inserito più volentieri questo passo, perché è poco conosciuto. Più famosa, sullo stesso argomento, è una lettera di Seneca. Ne riporto, pertanto, so­lamente la conclusione. Dopo aver trattato ampiamente come l’animo dello studioso debba essere reso insensibile alle grida del volgo, egli, rivolto infine a se stesso, domanda: «E che dunque? Non è forse meglio ogni tanto non udire schiamazzi?» E rispondendosi: «Certamente;» dice «e pertanto io me ne andrò da questo luogo»[12]. Come se, elencati tutti i rimedi possibili a una sosta obbligata, desse, da ultimo, il consiglio di una partenza volontaria. E sicuramente è così. Anch’io infatti, trovandomi in difficoltà, ho escogitato, come unico rimedio, quello di costruirmi, nella confusione stessa della città, un’immaginaria solitudine, tenendomi, per quanto possibile, da parte e concentrandomi; sconfiggo così la sorte con l’immaginazione – di questo genere di rimedio mi sono finora servito spesso e, poiché il futuro è sempre incerto, non so se dovrò servirmene ancora. Ma, senza dubbio, qualora mi capiti di poter scegliere liberamente, cercherò la vera solitudine in luoghi appropriati. Questo è ciò che ho sempre fatto finché mi è stato possibile e tu vedi con quanta gioia anche ora lo faccia. La solitudine è santa, semplice, incorrotta e davvero la più pura di tutte le cose umane. E infatti a chi si mostrerebbe nei boschi? Per chi si acconcerebbe tra gli arbusti spinosi? Chi potrebbe ingannare, se non i pesci con l’amo, se non gli animali selvatici e gli uccelli con il vischio o con il laccio? Chi potrebbe rapire con il canto o con il portamento? Chi potrebbe rallegrare con il colorito del volto? Per chi spiegherebbe la porpora, a chi offrirebbe l’olio profumato, per chi intreccerebbe fioriti serti di parole? A chi, infine, potrebbe rendersi gra­dita? A chi s’industrierebbe di piacere, se non a Quello per il quale, poiché penetra nel più pro­fondo delle solitudini, nulla è solitario? Ella non vuole ingannare nessuno, niente finge o dissi­mula, niente abbellisce, riveste, inventa. È completamente nuda e disadorna: resta lontana infatti dagli spettacoli e dagli applausi che avvelenano l’anima. Ha Dio come unico testimone della sua vita e di ogni sua azione e, per ciò che la riguarda, non dà credito al volgo cieco e mendace, ma alla propria coscienza. In certe occasioni, fidandosi poco anche di quella, resta nel dubbio e si rammenta che è stato scritto: «Chi discernerà le proprie colpe?»[13] e anche: «Se sarò semplice, la mia anima lo ignorerà»[14]. Tuttavia non ha dimenticato che: «Il Signore è buono verso tutti e la Sua compassione si espande su tutte le Sue creature»[15]; che «il Signore sostiene tutti coloro che cadono e solleva quanti sono caduti»[16] ed «è vicino a quanti lo invocano»[17]; che «non ci tratta secondo i nostri peccati e non ci ripagherà secondo le nostre colpe, poiché sulla distanza tra il cielo e la terra ha misurato la Sua misericordia sopra coloro che Lo temono» e «come dista l’oriente dall’occidente, così allontana da noi le nostre colpe»[18]. Insomma, guardandoci non come un giudice, ma come un padre, «come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha avuto pietà di quanti Lo temono; poiché Egli sa di che siamo fatti e ricorda che siamo polvere»[19] e l’uomo «come il fieno e un fiore del campo»[20] vien fuori dalla terra ed è calpestato e «fugge come un’ombra»[21]; «ma la misericordia del Signore dura da sempre e per sempre durerà»[22], poiché Egli ci ha creato e non odia nulla di tutto ciò che ha creato. E così, mentre le Scritture da una parte minacciano, dall’altra danno speranza, la solitudine, incerta riguardo a se stessa e non sapendo se sia degna d’amore o d’odio, teme e, al tempo stesso, spera e si consola pensando alla provata e consueta misericordia del suo re. Così, vigile e soltanto in questo occupata, osserva se stessa e le insidie dei demoni e, confortata dalla protezione divina, le disprezza. Così la solitudine è felice e serena sotto ogni riguardo: è, per dirla con esattezza, una rocca fortificata, un porto sicuro da ogni tempesta. Chi lo rifugge che altro potrebbe aspettarsi se non di essere lontano dal porto, di esse­re travolto dal mare degli eventi, di vivere tra gli scogli, di morire tra i flutti?

continua …

[1] Seneca, Epistolæ ad Lucilium, 53, 9.

[2] Seneca, Epistolæ ad Lucilium, 55, 8.

[3] Com’è noto il termine latino otium non corrisponde al nostro “ozio”: esso designa, infatti, uno stato di quiete e di libertà dagli impegni abituali che permette di dedicarsi ad altre attività, soprattutto intellettuali, quali la filosofia, le lettere, le arti liberali in genere.

[4] Cicerone, Tusculanae V, 36, 105.

[5] Seneca, Epistolæ ad Lucilium, 82, 4.

[6] Orazio, Epistolæ I, 19, 37.

[7] Cfr. Cicerone, De officiis I, 32, 118, ove è ripreso un passo di Senofonte (Memorabili II, 1, 21-22). Ercole, dovendo scegliere tra la via del Piacere e la via della Virtù, si ritirò in solitudine per decidere quale fosse la strada migliore.

[8] Cfr. Terenzio, Adelphoe, 855 e sgg. Il vecchio Demea, dopo una vita di sacrifici e severità nei confron­ti del figlio, decide di mutare atteggiamento e, ripudiando il passato, si propone d’essere «tenero di parole e affabile nei modi» e di godersi di più la vita.

[9] Svetonio, De vita Cæsarum, Vita di Augusto, 25, 4.

[10] Cicerone, De finibus V, 21, 58 ove si cita Platone, Leggi, 653a.

[11] Quintiliano, Institutio oratoria X, 3, 27-30.

[12] Seneca, Epistolæ ad Lucilium, 56, 15.

[13] Salmi, 18 (19), 13.

[14] Giobbe, 9, 21.

[15] Salmi, 144 (145), 9.

[16] Salmi, 144 (145), 14.

[17] Salmi, 144 (145), 18.

[18] Salmi, 102 (103), 10-13.

[19] Salmi, 102 (103), 13-14.

[20] Salmi, 102 (103), 15.

[21] Giobbe, 14, 2.

[22] Salmi, 102 (103), 15.