La vita solitaria

Francesco Petrarca

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Capitolo XVIII

[…]

Non mi è uscito della memoria, che avendo Seneca detto: «Lassa tutti gli altri impedimenti, e dà opera alla buona mente», subito ebbe soggiunto: «Niuno occupato perviene a quella, la quale certamente non voglio ottenere, che la solitudine a noi la attribuisca, ma bene la conserva e molto l’aiuta»; […] Ed in un’altra parte dice: « Io fuggirò eziandio da lungi dal conspetto e dalla vicinanza della piazza, peroché come li luochi di cattivo aiere sono eziandio contrarj alla sincera e ferma sanità del corpo, cosi alcune cose sono poco salutifere alla buona mente non ancora in tutto perfetta, ma che comincia di nuovo a risanarsi».

[…] Certamente a suo modo questo è ben detto; ma d’onde può avere l’animo il lume della verità, e per lo simile la equità di sapere bene dirittamente giudicare? Senza dubio questo procede d’altrove che da l’animo, e pertanto quello che io ho detto delli luochi, dirò eziandio dell’animo, cioè essere in quello qualche cosa e anche assai, ma non tutto, il qual tutto solamente è posto in colui, che dà la opportunità e la destrezza alli luochi per la utilità degli uomini e la dritta ragione all’animo, però che la jocunda serenità dell’animo è una cosa grande e divina, donata a noi dal solo Idio, la quale il più delle volte lui suol donare a quegli, che sono posti nella solitudine.

[…]

Capitolo XIX

[…] Quante fiate pensi tu il medico ben sano avere contratto infìrmitade, domentre che egli visita gli infermi? O il seppellitore delli morti aver trovato cagione di morte per contagione? Non si inganni alcuno, credendo le contagione degli animi esser minori che quelle de’ corpi; però ch’elle sono maggiori, offendono più gravemente, descendono più profondamente, e più occulta­mente si apprendono. […]

Capitolo XXI

[…] ciascuno pensi molto bene e consideri diligentemente con la ragione, a ciò che il porti dinanzi a sé, perch’egli è impossibile che ad ogni uomo sia utile a seguire una medesima via, se bene tutti intendiamo di andare ad uno ultimo fine, nella qual cosa a ciascuno sarà debito e necessario pensare suttilmente, quale egli sia fatto dalla natura, e quale egli medesimo da poi si abia fatto. Con ciò sia che alcuni sono, alli quali la solitudine è più odiosa che la morte, e a loro pare ch’ella li debia privare della vita; il che in spezialità suole avvenire agli ignoranti, che se non hanno con chi ragionare, non hanno modo di parlare con sé stessi né con li libri, e però sono muti.

Certamente la solitudine senza lettere è una prigione, ed è uno gravissimo supplizio; ma dagli le lettere, e lì è la patria, lì è la libertade, lì è il piacere. Egli è noto il parlare di Cicerone sopra dell’ozio, il quale dice: «Che cosa è più dolce dell’ozio all’uomo liberato?». Da l’altra parte non meno è divulgato il detto di Seneca, cioè: «Lo ozio senza lettere è una morte ed è sepultura del­l’uomo vivo»; e benché io cognosca questi dui refrigerj delli filosofi tanto dolci, cioè la solitudine e lo ozio, come di sopra ho detto, essere eziandio alcuna fiata molesti agli uomini litterati, niente­dimeno la ragione è in pronto, però che questo avviene a quelli, che ligati di qualche piacere mon­dano, amano la sua prigione, overo col commercio e conversazione del popolo e con le faccende vulgare cercano di vivere; o vero ajutati dal ventoso favore degli uomini, aspirano e goleggiano agli fuggitivi gradi degli onori, a li quali le lettere non sono luce dell’animo, né delettazione della vita, ma instrumento ad acquistare ricchezze, e di questi tali a’ nostri tempi ne vediamo grandis­sima copia. Oggidì si dà l’uomo allo studio delle lettere pur con qualche danno delle sue rendite, ma con non piccola speranza di guadagno; li fanciulli sono destinati alle scuole dalli loro padri, non come ad imparare arte liberali, ma opere servile; onde niuno si debbe maravigliare, se di poi che sanno le lettere, le vendono e usano avaramente, le quali solamente hanno cercato di avere per poterle rivendere, e di quelle con abominevole e cattiva speranza si hanno constituito non cento ma mille usure.

[…]

Capitolo XXII

Certamente e’ sería perfetta cosa, che ciascuno di noi dal principio della età pensasse diligen­temente di prendere qualche modo di vivere, se la gioventù accompagnata da carestia di consiglio il permettesse, acciò che non si facesse dipartimento da la via una fiata eletta, se non per gran cagione e per grave necessitade; la qual cosa quello Senofonte discipulo di Socrate narra aver fatto Ercole nel principio della sua puerizia, segnando la via difficile e aspera, che conduce alle virtù, e lascia l’altra delettevole, che mena l’uomini alli vizi. Cicerone ancora di ciò ne rende otti­ma testimonianza. Ma perché noi non facciamo questo, non vivendo per la più parte al nostro giu­dicio, ma del popolo, ed essendo tanto tirati per vie indirette e quasi per le tenebre, firmandosi noi nelle altrui vestigie, spesse fiate intramo in vie pericolose e diffìcile da uscirne, ed intanto siamo menati oltre, che noi divenimo non so che, innanti che ci sia permesso di considerare e di bene esaminare quello che noi vogliamo essere. Pertanto colui che essendo giovine, non ha potuto con­siderare che qualitade e che condizione gli abia dato o diagli o la natura o la fortuna, o quale erro­re gli abia imposto, facciagli pensiero almeno nel tempo della sua vecchiezza; e come fa colui che si mette in peregrinaggio, incerto e dubioso del suo camino, proveda alla sua salute quanto si può, innanzi che la sera venga, tenendo per fermo non esser cosa facile a mutare in tutto la propria natura. Colui che non avea prima alcuna scintilla del nostro consiglio, e nello entrare di questa vita solitaria qualche lume celeste è cominciato a risplendere innanzi agli occhi suoi, mediante il quale egli prendesse camino o sicuro o di minore pericolo e non difficile allo andare, costui vera­mente ha sempre da ringraziare Idio; ma chi averà sorte più sinistra e contraria, averà più da fare. Nientedimeno da poi che lui averà cominciato ad aprire gli occhi, e cognoscerà quanto sii dubiosa la via che gli resta a fare, sforzisi con ogni sua diligenza di correggere almeno nella vecchiezza lo errore e il mancamento della gioventù, e ricordisi di quel vecchio, che dice e scrive Terenzio nella comedia intitulata Adelphos, il quale posto per atto consigliero di mutare la vita almeno nel tempo estremo a coloro, che prima nella buona via non l’avesse dirizzata, diletterà e gioverà parimente. Questa è faccenda sopra tutte le altre cose difficile, ma così eziandio utile e possibile, però che non si debbe pensare essere o venire tardo ciò che si cognosce essere salutifero di questa sen­tenzia, e di questo parere sono molti autori da non disprezzare. Cesare Augusto, sapientissimo di tutti gli principi e principe degli filosofi, dice ciascuna cosa che sia ben fatta, esser fatta assai presto. Platone disse: «Beato colui, a chi eziandio nella sua vecchiezza accaderà di potere avere la sapienzia, e di cognoscere le vere opinioni». Certamente in ogni deliberazione di principiare e di mutare la vita serà necessario sopra tutte le altre cose considerare e provedere, che noi non piglia­mo confidenzia nelle vane e leggiere concupiscenzie, ma seguendo la natura per nostra guida, teniamo quella via, che parerà essere non più bella, ma a noi più atta e più salutifera. Ed in questa cosa io chiedo e voglio un omo ben diritto e severo estimatore e censore di sé medesimo, a ciò che ingannato del piacere degli occhi e delle orecchie, egli non cada in errore; la qual cosa io so essere intervenuta ad alcuni, che domentre che essi si maravigliano d’altri fatti, sono smemorati di lor medesimi, e parlando delle altrui faccende, hanno dato materia di ridere al popolo. Io tengo per consiglio questa cosa già presa e lodata dagli filosofi, che o secondo la vita solitaria o secondo il vivere della città, qualunque uomo vuole fare comparazione d’alcuno alla sua natura e alli suoi costumi, cognosca molto bene quello che sii suo, e quello che vaglia. Se a coloro che incomin­ciano a prendere il camino e a fare elezione della loro vita questo consiglio è utile, quanto gioverà egli più a quelli, che sono già più avanti? Alli quali oltra la fatica della elezione della vita, è necessario eziandio di estirpare e di cavare le antiche radice della cattiva opinione.

Capitolo XXIII

A me certamente, al quale, in quanto cognosco, niente è comune col popolo, e a cui è accaduto sapere tante lettere, ch’elle non gonfiano l’animo mio né mi fanno insuperbire, ma bene mi danno diletto, e fanno che io sii amico della solitudine, dove ho imparato quelle senza maestro molto loquace, ma senza tenace pigrizia, e così voglia Idio che senza invidia, il quale, dico, non da ami­ca, non da mogliere, non da sicurtà fatta per alcuno, non per usura, non per deposito dell’altrui roba ch’io abia, non per guadagno, non da palazzo, non da stufe, non da bottega, non da feste, non da giuochi, non da logge sono retenuto legato nella città; a me, dico, al quale a ciò ch’io confessi il vero, non tanto per propria volontade o per raccordi d’altri, quanto per persuasione d’essa natu­ra, è dato per consiglio ch’io abia questa opinione, la vita solitaria senza dubio pare essere non solamente più tranquilla e più riposata, ma eziandio più alta e più sicura di tutte le altre. E come io comando che gli altri uomini considerino bene i loro fatti, e come io cognosco bene gli miei, ab­bracciando e tenendo la solitudine e l’ozio, delle quali cose oggi ho ragionato molto con esso te, quasi come di alcune scale, che si addrizzano a quello, che la nostra mente suspirando desidera; così temo di conversare fra la moltitudine degli uomini, e fuggio le sollecitudine e li pensieri af­fannosi e le faccende mondane, come cose contrarie al nostro proposito; ma con questo, che se alcuna necessità mi sforza di andare alla cittade, ho imparato di farmi solitudine nel popolo, e si­curo porto in mezzo della tempestade con artificio non cognosciuto da ogni uomo, facendo li miei sentimenti essermi obedienti, e che sentendo, essi non sentano; il che avendo io reduttomi in usanza por longa esperienzia, da poi longo tempo la conobbi essere opinione di uno eccel­lentissimo dottore, e a memoria lo mandai tanto più attentamente e tanto più volontieri, quanto mi rallegrava il fatto mio essere confirmato per la autorità delli nostri antichi.

Certamente Quintiliano in quel libro, dove lui ha molto curiosamente pulito di vari ornamenti lo oratore armato prima da Cicerone, parlando di questo dice: «Il vegghiare della notte circa il studio delle lettere è ottima generazione di secreto, quando noi vegniamo a quello con la mente intiera e ben confirmati di sentimento; ma il tacere e il stare solitario, e l’avere l’animo libero da ogni parte, sì come sono cose da essere desiderate grandemente, cosi non sempre possono avve­nire; e però se alcuno strepito si sentirà, li libri non si debbono subito gittare da parte, né per que­sto si debbe piangere e lamentarsi l’uomo per quel tale giorno, anzi più tosto è da repugnare alle incomoditade e fare questo abito, che la intenzione vinca gli impedimenti; e se con tutta la mente tu la dirizzerai all’opera destinata, niuna di quelle cose, che occorrono agli occhi e agli orecchi, potrà perturbare l’animo tuo. Se molte fiate avviene, che lo andare pensando fa eziandio che noi non vedemo coloro che ci vengono a l’incontro, e niente di meno nel nostro andare noi non ci di­partono dalla diritta via, non credemo noi di fare molto meglio questo medesimo, quando vorremo circa ciò usare buono studio e curiosa diligenzia? E’ non si vuol dar opera alle cose, che sono cagione di fare l’uomo disutile e pigro, però che se a noi non parerà di dovere studiare, se non quando saremo dal cibo restaurati e lieti e privati di tutti gli pensieri, sempre ci sarà cagione, per la quale noi perdoniamo a noi stessi».

Pertanto è necessario, che fra la moltitudine degli uomini, e nello andare ed eziandio negli conviti il nostro pensiero si faccia un secreto dentro dal nostro petto. Queste sono le parole di Quintiliano, che più volentieri ho inserte e posto in questo luogo, perch’elle non sono molto note alla brigata. La epistola di Seneca, che tratta di questo medesimo, è più vulgata, ed imperò non ho qui posto se non il solo fine di quella, con ciò sia che avendo lui scritto molte cose, in che forma l’animo di colui, che è dato al studio, si dovesse confirmare contra il strepito, ultimamente rivolto a sé medesimo dice: «Che è adunque? Non è alcuna volta più utile trarsi dal vivere insieme con gli uomini?». E a sé medesimo rispondendo dice: «Io il confesso, e per tanto mi partirò di questo luogo»; quasi come egli volesse, che quelle cose che erano da lui prima dette, fussero per ricrea­zione dette a chi fusse necessario di stare in qualche luoco, dove sia molta frequenzia di gente, e per questo suo ultimo detto lui consigliasse coloro, che liberamente si poteano partire, che cercas­sino luochi solitari. E certo così è, però che io medesimo ho trovato questo solo rimedio nella ne­cessità, che nel mezzo degli strepiti delle cittadi io mi finga col pensiero una imaginaria solitudine a qualche luoco rimoto quanto posso, vincendo la fortuna collo ingegno. La qual maniera di rime­dio certamente fin qui spesse fiate ho usato; e perché la condizione del tempo che ha a venire, sempre è incerta e dubia, non so se da qui indrieto io la sii per usare, essendo certamente in propo­sito di cercare la vera solitudine, dove ella dimora, se libera elezione circa a ciò data mi fosse; il che sempre ho fatto, mentre ch’io ho potuto, e cosi tu vedi, quanto volentieri al presente io lo faccio.

Senza dubio la solitudine è cosa santa, semplice e incorrotta, e molto più pura di tutte le altre cose umane. A cui si dimosterrà ella nelle selve? A cui si debbe ella pulire nella spine? Chi serà ingannato da lei, se non gli pesci con l’amo? Se non le fiere e gli uccelli col vischio e con li lacci? Chi serà allusingato da quella con canto e con lascive maniere e con atti disonesti? Chi cercherà ella di dilettare con varj e artificiosi colori? A cui serà per lei spiegata la porpora, venduto l’olio e tessute le fiorite ghirlande di parole? A cui finalmente si loderà ella? A cui cercherà ella di piace­re, so non a quelli, alli quali essendo entrati nella intima solitudine, alcuna cosa non può esser solitaria? Questa non vuole ingannare alcuno, né fa del negro bianco, né del bianco negro; essa non adorna, non cuopre, non fìnge alcuna cosa; essa è al tutto nuda e mal pulita, però ch’ella non si cura degli spettacoli né degli adulatori pestiferi alle anime. Essa per testimonio ha solo Idio della vita e di tutti li fatti suoi, e non crede alcuna cosa di sé medesima al populazzo bugiardo e cieco, e più tosto della sua propria conscienzia che di quello si confida, raccordandosi che la Scrittura dice: «Chi è colui che intende e cognosce gli peccati?». E in un altro luogo dice: «Se io serò semplice, l’anima mia non saperà questo, la quale niente di manco non si smenticherà che il Signore Idio è suave e piacevole a tutti, e che le sue misericordie sono sopra tutte le altre opere di quello, e che lui alleggierisce tutti quegli che corrono, e dirizza in piedi tutti gli caduti, e che il Signore è appresso a tutti quelli che il chiamano con devozione, e ch’ei non fa a noi secondo li nostri peccati, né ci retribuisce e rende secondo le nostre iniquitade; però che da l’altezza del cielo alla terra lui ha fortificata la sua misericordia sopra quelli che lo temono, e ha lontanato da noi le nostre iniquitade tanto quanto è dallo oriente allo occidente. Ultimamente guardandoti non con aspero judicio ma con paterno amore, lui ha avuto misericordia di coloro che l’hanno in reve­renzia, come ha misericordia il padre degli propri figliuoli; conciò sia che lui ha conosciuta la nostra composizione, e raccordasi che noi siamo polvere, e che l’uomo esce di terra come fieno e fiore di campo, e viene a meno e come ombra fugge, ma la misericordia di Dio sempre fu e sem­pre sarà, però che lui ci ha fatti, e niuna di quelle cose ha in odio, che lui ha create». E così da una parte minacciando le Scritture, e da l’altra parte dando quelle medesime non piccola speranza, la solitudine incerta, e non sapiendo se ella merita amore o veramente odio, sta in paura e spiera bene, consolando e confortando sé medesima nella misericordia del suo re, a lei certa e perfetta­mente conosciuta. Così occupata solamente circa questo, con animo intento e vigile considera le diaboliche insidie, e fortificata dal divino ajuto dispregia quelle, da ogni canto felice e tranquilla; e acciò ch’io parli propriamente, essa è una rocca molto forte, ed è salutifero e sicuro porto in tutte le tempestade, il quale chi fugge, che pregherò io contra di lui, se non ch’ei sia privato di porto, e sia gettato per lo tempestoso mare delle faccende, e ch’ei viva negli scogli, e muora nelle affannose e dure fatiche?

continua …