Etica Nicomachea

Aristotele*

Download_pdf

 

7. [La sapienza. Differenza tra sapienza e saggezza][1].

Noi attribuiamo la sapienza nelle arti a coloro che raggiungono la più alta maestria nelle loro arti: per esempio, diciamo che Fidia[2] è uno scultore sapiente e Policleto[3] un sapiente statuario, indicando qui con “sapienza” nient’altro che l’eccellenza in un’arte. Ma noi pensiamo che ci siano degli uomini sapienti in senso onnicomprensivo e non sapienti solo in un campo parti­colare o in una cosa determinata, come dice Omero nel Margite[4]:

«costui gli dei non lo fecero né zappatore né aratore né sapiente in qualche altra cosa».

Così è chiaro che la sapienza è la più perfetta delle scienze. Per conseguenza, bisogna che il sapiente non solo conosca ciò che deriva dai principi, ma anche che colga il vero per quanto riguarda i principi stessi. Così si può dire che la sapienza sia insieme intelletto e scienza, in quanto è scienza, con fondamento, delle realtà più sublimi. È assurdo infatti, pensare che la politica e la saggezza siano la forma più alta di conoscenza, se è vero che l’uomo non è la realtà di maggior valore nell’universo. Se, dunque, ciò che è salutare è diverso per gli uomini e per i pesci, mentre ciò che è bianco e diritto è sempre la stessa cosa, tutti devono riconoscere che anche ciò che è sapiente è la stessa cosa, mentre ciò che è saggio è diverso. Infatti, si dice che è cosa saggia il saper considerare adeguatamente i nostri interessi particolari, ed è a un uomo saggio che noi li affidiamo. È per questo che si dice che certi animali sono saggi, quelli cioè che mostrano di avere una certa capacità di previdenza per ciò che interessa la loro vita. È chiaro, inoltre, che non si può dire che la sapienza e la politica s’identificano: se, infatti, si chiamerà sapienza la scienza di ciò che è utile a noi stessi, ci saranno molte sapienze, giacché non è unica la scienza di ciò che è bene per tutti gli animali, ma è diversa per ciascuna specie, come anche non c’è un’unica scienza medica per tutti gli esseri viventi. Se, poi, si dice che l’uomo è supe­riore a tutti gli altri animali, non cambia niente, giacché ci sono altre realtà di natura ben più divina dell’uomo, come risulta chiarissimo, se non altro, dai corpi di cui è costituito l’universo. Dunque, da quanto abbiamo detto risulta chiaro che la sapienza è, insieme, scienza e intelletto delle realtà più sublimi per natura. Perciò Anassagora[5] e Talete[6], e gli uomini come loro, vengono chiamati sapienti ma non saggi, quando si vede che ignorano ciò che è vantaggioso per loro, e si dice che essi conoscono realtà straordinarie, meravigliose, difficili e divine, ma inutili, perché non sono i beni umani che essi cercano.

La saggezza, invece, riguarda i beni umani e le cose su cui è possibile deliberare: infatti, noi diciamo che soprattutto questa è la funzione del saggio, il deliberare bene, e nessuno delibera sulle cose che non possono essere diversamente, né su quelle che non abbiano un qualche fine che sia un bene realizzabile nell’azione. L’uomo che sa deliberare bene in senso assoluto è quello che, seguendo il ragionamento, sa indirizzarsi a quello dei beni realizzabili nell’azione che è il migliore per l’uomo. La saggezza non ha come oggetto solo gli universali, ma bisogna che essa conosca anche i particolari, giacché essa concerne l’azione, e l’azione riguarda le situa­zioni particolari. È per questa ragione che alcuni uomini, pur non conoscendo gli universali, sono, nell’azione, più abili di altri che li conoscono, e questo vale anche negli altri campi: sono coloro che hanno esperienza. Se, infatti, uno sa che le carni leggere sono facili da digerire e salutari, ma non sa quali sono le carni leggere, non produrrà la salute; la produrrà piuttosto colui che sa che le carni degli uccelli sono leggere e salutari. La saggezza, poi, riguarda l’azione: co­sicché deve possedere entrambi i tipi di conoscenza, o di preferenza quella dei particolari. Ma ci sarà anche qui una scienza architettonica[7].

 

9. [L’attitudine a deliberare bene][8].

Tra cercare e deliberare c’è differenza, giacché il deliberare è una specie del cercare. Biso­gna, dunque, cercar di comprendere che cos’è l’attitudine a deliberare bene, se è un tipo di scienza o di opinione o di sagacia o qualche altro genere di cosa. Scienza non è certamente: infatti, non si cerca ciò che si sa, mentre l’attitudine a deliberare bene è una specie della delibe­razione, e colui che delibera cerca e calcola. Ma, certo, non è neppure sagacia: infatti, la sagacia non implica ragionamento ed è qualcosa di rapido, e si dice che bisogna mettere in pratica rapi­damente ciò che si è deliberato, ma che bisogna deliberare lentamente. Inoltre, anche la pron­tezza di spirito è diversa dall’attitudine a deliberare bene: la prontezza di spirito è una specie di sagacia. Infine, l’attitudine a deliberare bene non è alcun tipo di opinione. Ma poiché chi delibera male erra, mentre chi delibera bene delibera correttamente, è chiaro che l’attitudine a deliberare bene è una specie di rettitudine, ma non una rettitudine della scienza né dell’opinione. Della scienza, infatti, non c’è rettitudine (perché non c’è neppure errore), e, d’altra parte, la ret­titudine dell’opinione è la verità; e, nello stesso tempo, tutto ciò che è oggetto di opinione è già stato determinato. Pur tuttavia, l’attitudine a deliberare bene non è scompagnata dal ragiona­mento. Dunque, resta da dire che essa è rettitudine del pensiero: quest’ultimo, infatti, non è an­cora un’asserzione. E l’opinione non è ricerca, ma è già asserzione, mentre chi delibera, sia che deliberi bene sia che deliberi male, cerca qualcosa e calcola. Ma l’attitudine a deliberare bene è una specie di rettitudine della deliberazione: perciò bisogna indagare prima di tutto sulla natura e sull’oggetto della deliberazione. E poiché il termine “rettitudine” ha molti significati, è chiaro che qui non si tratta di ogni tipo di rettitudine: infatti, l’incontinente, cioè il vizioso, otterrà col suo calcolo ciò che si propone come suo dovere, cosicché si troverà ad aver deliberato corretta­mente, anche se poi si è procurato un gran male. Ma si ritiene che il deliberare bene sia una cosa buona: infatti, è questo tipo di rettitudine della deliberazione che costituisce l’attitudine a delibe­rare bene, cioè è quella rettitudine che mira a raggiungere un bene. Anche questo bene, poi, è possibile coglierlo mediante un sillogismo falso, e cogliere ciò che si deve fare, ma non il mezzo conveniente: è possibile che il termine medio sia falso; cosicché non è ancora attitudine a deliberare bene questa disposizione a raggiungere ciò che si deve, ma non con il mezzo con cui si dovrebbe. Inoltre, è possibile raggiungere lo scopo, talora deliberando per molto tempo, talora rapidamente. Ma neppure quella è ancora attitudine a deliberare bene, che è invece una rettitu­dine conforme all’utile, cioè conforme al mezzo, al modo e al tempo dovuti. Inoltre, è possibile deliberare bene sia in senso assoluto, sia in relazione a un fine determinato. Dunque, l’attitudine a deliberare bene, in senso assoluto, è quella che conduce correttamente al fine preso in senso assoluto, mentre l’attitudine a deliberare bene in senso stretto è quella che conduce a un deter­minato fine. Se, quindi, è caratteristica dei saggi il ben deliberare, l’attitudine a deliberare bene sarà la rettitudine conforme a ciò che è utile per raggiungere il fine, di cui la saggezza è la vera apprensione.

 

11. [La comprensione e l’indulgenza. Loro rapporto con l’intelletto][9].

E quella che chiamiamo “comprensione”, per cui diciamo che certi uomini sono “indul­genti”, cioè che hanno comprensione, è un corretto giudizio su ciò che è equo. Prova: soprat­tutto dell’uomo equo diciamo che è disposto all’indulgenza, e che è equo l’avere indulgenza in certi casi. L’indulgenza è una comprensione che giudica correttamente di ciò che è equo: e giu­dica correttamente quando giudica equo ciò che lo è veramente. Ora, tutte le disposizioni di cui abbiamo parlato convergono, logicamente, verso la stessa cosa: noi, infatti, quando attribuiamo agli stessi uomini comprensione, giudizio, saggezza e intelletto, diciamo che essi hanno ormai comprensione e intelletto, e che sono saggi e giudiziosi. Tutte queste facoltà, infatti, riguardano gli oggetti ultimi, cioè i particolari: appunto nell’essere capace di giudicare su ciò che è oggetto del saggio consiste l’essere giudizioso e benevolo, ovvero indulgente, giacché l’equità è comune a tutti gli uomini buoni nel loro comportamento verso gli altri. Ora, gli oggetti di tutte le azioni sono cose particolari e ultime, giacché il saggio deve conoscere i particolari ultimi, e il giudizio e la comprensione riguardano gli oggetti delle azioni, e questi sono appunto dei termini ultimi. Anche l’intelletto riguarda gli oggetti ultimi in entrambi i sensi: è infatti l’intelletto che ha come oggetto sia i termini primi sia gli ultimi, e non il ragionamento, ed è l’intelletto che, da una parte, coglie i termini immutabili e primi nell’ordine delle dimostrazioni, e, dall’altra, nelle que­stioni pratiche, coglie il termine ultimo e contingente, cioè la premessa minore. Infatti, i principi da cui si ricava il fine sono questi: è dai particolari, infatti, che si ricavano gli universali. Di questi fatti particolari bisogna avere apprensione immediata, e questa apprensione immediata è l’intelletto. Perciò l’intelletto è sia principio sia fine: infatti, le dimostrazioni partono da fatti particolari e riguardano fatti particolari. Per questo si ritiene che queste qualità siano naturali, e che, mentre nessuno è sapiente per natura, è per natura che si ha comprensione, giudizio, intel­letto. Prova ne è che noi pensiamo che esse seguano le varie età, e che una determinata età ha intelletto e comprensione, in quanto, noi crediamo, ne è causa la natura. Cosicché bisogna tener conto delle affermazioni non dimostrate, cioè delle opinioni degli uomini d’esperienza e dei più anziani, ovvero dei saggi, non meno che delle loro dimostrazioni, giacché essi, per il fatto di avere un occhio formato dall’esperienza, vedono correttamente. Si è dunque detto che cosa sono la saggezza e la sapienza, quali oggetti abbia ciascuna di esse, e che ciascuna appartiene a una diversa parte dell’anima.

* Estratto dal Libro VI, 7, 9, 11; cfr. Aristotele, Etica Nicomachea, a cura di Claudio Mazzarelli, Rusconi, 1993. L’Etica Nicomachea è una raccolta di dieci libri, riuniti molto dopo la morte di Aristotele. Il libro VI, di cui presentiamo alcuni estratti, tratta delle virtù intellettuali, che riguardano la parte razionale dell’anima.

[1] Il linguaggio comune indica con sapienza (σοφία) l’eccellenza in un’arte determinata. In realtà, la sapienza è un’eccellenza in senso molto più ampio: essa è la scienza delle realtà più sublimi, delle quali coglie anche i fondamenti, cioè i principi, con un’intuizione immediata. È superiore a ogni altra scienza, oltre che alla saggezza (φρόνηση), perché non abbraccia solo particolari settori della realtà, ma la sua totalità; perché non possiede solo le dimostrazioni, ma anche i loro principi (è insieme scienza e intelletto); e perché, essa sola, riguarda le realtà più sublimi. Non s’identifica né con la politica né con la saggezza, perché non ha come oggetto ciò che è bene per l’uomo, né ciò che è utile per la sua felicità, e perché i suoi oggetti sono soltanto realtà necessarie e non cose particolari riguardanti l’azione.

[2] Fidia, nato ad Atene nel 490 a.C. ca., erettore del Partenone e autore delle sculture che lo ornano.

[3] Policleto, nato ad Argo nel 470 a.C. ca., si distinse nella scultura a tutto tondo del corpo umano, cui dedicò un trattato teorico, per noi perduto.

[4] Margite, poema eroicomico, di cui sopravvive solo qualche frammento, anticamente attribuito a Omero; cf. fr. 2 Allen.

[5] Anassagora di Clazomene (500-428 a.C. ca.), filosofo pluralista.

[6] Talete di Mileto (secc. VI-VI a.C.), filosofo assertore di un principio unico di tutte le cose, scienziato e politico.

[7] È architettonica la scienza che subordina al proprio fine i fini di altre scienze.

[8] L’attitudine a deliberare bene non è scienza, né sagacia, né prontezza di spirito, né opinione. Essa è un modo corretto di pensare, consistente nel saper calcolare con ponderatezza ciò che è utile per raggiun­gere un fine, e il tempo e il modo più opportuno per valersene. Ed è la saggezza che mette l’uomo in condizione di vedere in modo preciso ciò che gli è moralmente utile.

[9] La comprensione (γνώμη), che rende indulgenti (da συγγνώμη, indulgenza), è un giudizio che sa riconoscere ciò che è veramente equo. Comprensione, giudizio, saggezza e intelletto sono tutte dispo­sizioni che hanno per oggetto termini ultimi. Funzione dell’intelletto, oltre che intuizione dei principi primi di ogni dimostrazione, è anche l’apprensione immediata del termine ultimo dell’azione, una specie di senso morale che coglie il contenuto della premessa minore del sillogismo pratico. Per non fare confu­sioni, bisogna sottolineare che qui intelletto non ha più carattere speculativo, bensì pratico. Compren­sione, giudizio e intelletto sono qualità che gli uomini esperti e saggi possiedono per natura: per questo bisogna tener conto, oltre che del ragionamento dimostrativo, anche delle opinioni di tali uomini.