Dum medium silentium tenerent omnia

Meister Eckhart

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Noi qui, nella temporalità, facciamo festa a riguardo della nascita eterna, che Dio Padre ha compiuto e senza tregua compie nell’eternità, e questa stessa nascita si è compiuta ora nel tempo, nella natura umana. Sant’Agostino dice: che mi giova che questa nascita avvenga conti­nuamente e tuttavia non avvenga in me? Molto mi importa, invece, che essa avvenga in me.

Vogliamo ora parlare di questa nascita, come essa avviene in noi e viene compiuta nel­l’anima buona, quando Dio Padre parla la sua parola eterna nell’anima perfetta. Infatti, quello che dico lo si deve intendere in riferimento ad un uomo buono, perfetto, che ha camminato ed ancora cammina sulle vie del Signore, e non in riferimento all’uomo naturale, non esercitato, giacché questo è del tutto lontano e ignorante di tale nascita.

Il sapiente dice una parola: «Quando tutte le cose erano in mezzo al silenzio, venne in me dall’alto, dal trono regale, una parola segreta». Questa predica tratterà di questa parola.

Bisogna qui notare tre cose. In primo luogo: dove Dio Padre pronunci nell’anima la sua parola, dove sia il luogo per questa nascita e dove l’anima sia recettiva per questa opera; bisogna infatti che sia nella parte più pura, più nobile e più fine che l’anima può offrire. Veramente, se Dio Padre, nella sua intera onnipotenza, potesse dare all’anima nella sua natura qualcosa di più nobile, e l’anima potesse ricevere da lui qualcosa di più nobile, Dio Padre do­vrebbe attendere questa nobiltà per realizzare la nascita. Perciò, l’anima in cui deve compiersi questa nascita deve mantenersi completamente pura, e vivere in perfetta nobiltà, del tutto raccolta e nell’interiorità, senza disperdersi con i cinque sensi nella molteplicità delle creature, ma del tutto interiore e raccolta in se stessa nello stato più puro: quello è il suo luogo, e tutto ciò che è inferiore fa resistenza.

La seconda parte di questa predica tratta di come l’uomo debba comportarsi di fronte a que­sta opera, o parola, o nascita; se sia per lui più utile cooperare, per ottenere che questa nascita avvenga e sia compiuta in lui – ad esempio formando in se stesso, nel suo intelletto e nel suo pensiero, una rappresentazione ed esercitandosi in essa, meditando: Dio è saggio, onnipotente ed eterno, ed altre cose simili che può pensare su Dio – se questo sia più utile e vantaggioso per la nascita paterna, o se invece che l’uomo si spogli e si liberi di ogni pensiero, parola ed opera, e di ogni rappresentazione, e si mantenga completamente in passività di fronte a Dio, inattivo, lasciando che Dio operi in lui: come dunque l’uomo serve meglio a questa nascita?

Il terzo punto è l’utilità, quanto grande essa sia, che sta in questa nascita.

Fate ora attenzione alla prima parte: voglio farvi questa dimostrazione con argomenti natu­rali, perché la possiate comprendere da soli, anche se io credo più alla Scrittura che a me stesso; ma per voi è meglio una esposizione così dimostrata.

Prendiamo dapprima la parola che suona: «In mezzo al silenzio mi fu detta una parola se­greta». Ah, Signore, dove è il silenzio e dove il luogo, in cui questa parola viene pronunciata? Noi diciamo, come già prima ho detto: è nella parte più pura che l’anima può offrire, nella parte più nobile, nel fondo, nell’essenza dell’anima, ovvero nella parte più segreta dell’anima; là tace il “mezzo”, perché là non è mai giunta creatura né immagine, né là conosce l’anima l’operare o il sapere; là non sa niente di immagine alcuna, sia essa di se stessa o di qualsiasi altra creatura.

Tutte le opere che l’anima compie, le compie per mezzo delle sue potenze: quel che conosce, lo conosce con l’intelletto; se si ricorda di qualcosa, lo fa con la memoria; se deve amare, lo fa con la volontà; e così tutto opera per mezzo delle potenze e con il suo essere. Tutto il suo operare all’esterno si appoggia sempre su qualche elemento intermedio. La facoltà visiva opera solo attraverso gli occhi, altrimenti non può operare o concedere alcuna visione; e così è anche con tutti gli altri sensi: l’anima effettua tutte le sue operazioni all’esterno grazie a qualche ele­mento intermedio. Nell’essere, però, non v’è alcuna opera; infatti le potenze, con cui essa opera, fluiscono dal fondo dell’essere, e in questo fondo tace il “mezzo”: qui domina solo la quiete e la festa per questa nascita e per questa opera, perché Dio Padre parla là la sua parola. Questo fondo è infatti, per sua natura, accessibile soltanto alla essenza divina, senza mediazione, e a niente altro. Dio entra qui nell’anima con la sua interezza, non con una parte; Dio entra qui nel fondo dell’anima. Nessuno tocca il fondo dell’anima, se non Dio solo. La creatura non può entrare nel fondo dell’anima; essa deve rimanere fuori, nelle potenze. Là l’anima scorge l’immagine della creatura, per mezzo di cui essa è stata accolta e ospitata. Infatti, quando le potenze dell’anima entrano in contatto con la creatura, ne attingono e ne creano una immagine e somiglianza, e la attirano in sé. In questo modo esse conoscono la creatura. Più vicino all’anima la creatura non può giungere, e l’anima mai si avvicina a una creatura, se prima non ha accolto in sé la sua immagine senza sforzo. Proprio per mezzo di questa immagine presente, l’anima si avvicina alle creature; infatti l’immagine è qualcosa che l’anima, con le sue potenze, forma dalle cose. Sia che si tratti di una pietra, di un destriero, di un uomo, sia di qualsivoglia altra cosa, che essa vuol conoscere, essa tira fuori l’immagine, che prima aveva accolto in sé, ed in questo modo può unirsi con quell’oggetto.

Ma quando l’uomo riceve in tal modo un’immagine, essa deve necessariamente esser giunta dall’esterno, attraverso i sensi. Per questo motivo niente è così ignoto all’anima come se stessa. Un maestro dice infatti che l’anima non può formare o estrarre immagini di se stessa. Perciò essa non può conoscersi con nulla. Infatti le immagini giungono sempre attraverso i sensi, e dunque essa non può avere alcuna immagine di se stessa. Così essa conosce tutte le altre cose, ma non se stessa. Di nessuna cosa sa così poco, come di se stessa, proprio a causa di questo elemento mediatore.

Tu devi sapere però che l’anima al suo interno è libera e sgombra da ogni elemento media­tore e da ogni immagine, e questo è il motivo per cui Dio può unirsi con essa liberamente, senza immagini o somiglianze. Ogni capacità che tu riconosci a un maestro, non puoi fare a meno di attribuirla a Dio in grado infinito. Più un maestro è saggio e potente, più immediatamente rea­lizza la sua opera, e più è semplice. L’uomo ha bisogno di molti mezzi nelle sue opere esteriori, e prima di compierle come le ha progettate, ha bisogno di grosso allestimento. Il sole invece, nella sua maestria, compie la sua opera, che è l’illuminare, con grande rapidità: appena diffonde il suo chiarore, nello stesso istante il mondo è pieno di luce in ogni parte. Ancora più in alto è l’angelo, che ha bisogno di mezzi ancor minori per operare, ed ha anche meno immagini. Il più alto dei serafini ha una sola immagine: tutto quello che gli altri, sotto di lui, concepiscono nella molteplicità, egli lo comprende nell’unità. Ma Dio non ha bisogno di alcuna immagine, e non ne ha: Dio opera nell’anima senza quel “mezzo”, immagine o somiglianza; opera nel fondo dell’a­nima, dove mai è giunta una immagine, ma soltanto Dio stesso col suo proprio essere. Nessuna creatura può farlo!

Come il Padre genera il Figlio nell’anima? Come lo fanno le creature in immagini e somi­glianze? Niente affatto! Lo fa nel modo in cui egli genera nell’eternità, né più né meno. E dun­que, come lo genera là? Fate attenzione! Dio Padre ha uno sguardo perfetto in se stesso ed una profonda, completa, conoscenza di se stesso, attraverso se stesso, non attraverso immagini. Così dunque Dio Padre genera suo Figlio in vera unità della natura divina. Vedete, nello stesso iden­tico, e non in altro, modo, Dio Padre genera il Figlio nel fondo dell’anima e nella sua essenza, e si unisce così con essa. Infatti, se vi fosse là un’immagine, non vi sarebbe vera unità; in questa vera unità risiede la sua intera beatitudine.

Ora potreste dire che nell’anima non vi sono, per natura, niente altro che immagini. Niente affatto! Se questo fosse vero, l’anima non sarebbe mai beata. Dio non potrebbe creare una crea­tura nella quale tu potessi trovare perfetta beatitudine; altrimenti non sarebbe Dio la più alta beatitudine e l’ultimo scopo, mentre invece è proprio della sua natura e del suo volere essere inizio e fine di ogni cosa. Nessuna creatura può essere la tua beatitudine, e non può neppure essere quaggiù la tua perfezione; infatti alla perfezione di questa vita – che sono tutte le virtù insieme – segue la perfezione della vita eterna. Perciò tu devi necessariamente stare e permanere nell’essere e nel fondo: là Dio ti deve toccare con la sua semplice essenza, senza la mediazione di nessuna immagine. Nessuna immagine ha di mira o propone se stessa, ma piuttosto ha di mira e propone sempre ciò di cui è immagine. E poiché si hanno immagini solo di ciò che è al di fuori di noi, e che viene tratto all’interno tramite i sensi, e ciò continuamente rimanda a quello di cui è immagine, sarebbe allora impossibile poter divenire beati attraverso un’immagine. Per­ciò devono là dominare il silenzio e la pace, e là il Padre deve parlare, generare il Figlio ed operare le sue opere senza immagini.

La seconda questione è: cosa deve fare l’uomo per ottenere e meritare che questa nascita avvenga in lui e sia compiuta; se sia meglio che l’uomo si studi di compiere qualcosa – si raffi­guri Dio o diriga verso di lui il suo pensiero -, o che piuttosto si mantenga nel silenzio, nella pace e nella quiete, e lasci parlare ed operare in sé Dio, aspettando soltanto l’azione di Dio. Ri­peto quel che ho detto: questo compito e questo comportamento riguardano soltanto gli uomini buoni e perfetti, che hanno assimilato in sé l’essenza di tutte le virtù, in maniera tale che le virtù sgorghino da essi in modo essenziale, senza il loro agire, e che soprattutto hanno viva in se stessi la preziosa vita e la nobile dottrina di nostro Signor Gesù Cristo. Tali uomini devono sa­pere che la cosa migliore e più nobile per giungere a questa vita, è tacere, e lasciar parlare ed operare Dio. Questa parola viene pronunciata là dove tutte le potenze si ritirano dalle loro opere ed immagini. Perciò è detto: «In mezzo al silenzio fu parlata a me la parola segreta». Ancora su ciò: quanto più puoi condurre le tue potenze verso l’unità, nell’oblio di tutte le cose e delle loro immagini che hai accolto in te, tanto più puoi allontanarti dalle creature e dalle loro immagini, e tanto più sei vicino a questa parola e pronto a riceverla. Se tu potessi perdere la conoscenza di tutte le cose, perderesti anche quella del tuo proprio corpo, come accadde a san Paolo, quando disse: «Se fossi nel corpo o no, non lo so; Dio solo lo sa!»[1]. Lo spirito aveva allora completa­mente portato in sé tutte le potenze, in modo tale che egli aveva dimenticato il corpo; non erano più attive né la memoria né la ragione, né i sensi, né le potenze che avrebbero dovuto esercitare influsso sui sensi per sostenere il corpo; il fuoco e il calore vitale erano sospesi, e perciò il corpo non venne meno in quei tre giorni in cui egli non mangiò né bevve. Lo stesso accadde a Mosè, quando digiunò quaranta giorni sul monte[2], e tuttavia non divenne per questo più debole; egli fu, anzi, nell’ultimo giorno tanto forte quanto nel primo. Così dunque l’uomo deve sottrarsi a tutti i sensi, rivolgere verso l’interno tutte le potenze e permanere nell’oblio di tutte le cose e di se stesso. Perciò un maestro[3] si rivolge all’anima così: sfuggi all’agitazione delle opere esteriori! Fuggi ancora e nasconditi di fronte al tumulto dei pensieri interiori, perché essi provocano inquietudine! Se Dio deve pronunciare la sua parola nell’anima, essa deve essere in pace e in quiete: allora egli parla la sua parola e se stesso nell’anima – non un’immagine, ma se stesso.

Dionigi dice: Dio non ha immagine o somiglianza di se stesso, perché egli è nell’essenza tutto il bene, la verità e l’essere. Dio opera tutte le opere, in se stesso e fuori di se stesso, in un attimo. Non immaginare che, quando Dio fece il cielo e la terra e tutte le cose, abbia fatto oggi l’una e domani l’altra. Mosè scrive così, ma sapeva molto di più: fece così per amore del po­polo, che altrimenti non avrebbe potuto capirlo. Dio non fece altro che questo: volle, parlò – e le cose furono! Dio opera senza mediazione e senza immagine, e quanto più tu sei senza imma­gine, tanto più sei aperto al suo operare, e quanto più sei rivolto all’interno e dimentico di te stesso, tanto più sei vicino a lui.

Perciò Dionigi esortava il suo discepolo Timoteo, dicendo[4]: caro figlio Timoteo, tu devi, con i sensi non turbati, uscire da te stesso, sopra te stesso e sopra tutte le tue potenze, sopra la facoltà del conoscere e sopra l’intelletto, sopra l’opera, il modo e l’essere, nella nascosta, silen­ziosa tenebra, per giungere alla conoscenza dell’ignoto e superdivino Dio. Bisogna sottrarsi a tutte le cose. A Dio ripugna operare in immagini.

Potresti ora chiedere: cosa dunque opera Dio senza immagine, nel fondo e nell’essere? Io non posso saperlo, perché le potenze possono concepire solo in immagini, devono concepire e conoscere tutte le cose nelle loro immagini proprie. Non possono conoscere un cavallo nell’im­magine di un uomo, e perciò, in quanto tutte le immagini giungono dall’esterno, rimane loro nascosto quel che Dio opera nel fondo; ciò è per l’anima la cosa più utile. Infatti questo non-sapere la sospinge come verso qualcosa di meraviglioso, di cui essa va alla ricerca, giacché esperimenta bene che esso v’è, ma non sa come e cosa sia. Quando, invece, l’uomo conosce la ragione della cosa, subito se ne stanca, e cerca qualcos’altro da provare, e vive perciò sempre in tormentato desiderio di conoscere, e non ha mai attenzione costante. Soltanto questa conoscenza che non conosce mantiene l’anima in costante attenzione, e la sospinge sempre alla ricerca.

Perciò dice il sapiente: «Nel mezzo della notte, quando tutte le cose tacevano nella quiete, mi fu detta una parola segreta; essa venne nascostamente, come un ladro»[5]. Come può dire “parola”, se era segreta? La natura della parola è proprio quella di manifestare ciò che è na­scosto. Essa si aprì e risplendette davanti a me, per rivelarmi qualcosa, e mi annunziò Dio – per questo si chiama Parola. Mi era nascosto cosa essa fosse, e questo fu il suo venire furtivo, in un bisbiglio e nel silenzio, per rivelarsi. Vedete, proprio perché è nascosta, bisogna inseguirla. Essa risplendeva, ed era tuttavia nascosta: ciò indica che noi dobbiamo anelare e sospirare per essa. San Paolo ci esorta a cercarla fino a trovarne le tracce, e a non darsi per vinti finché non la si afferra. Quando fu rapito al terzo cielo, nella rivelazione di Dio, ed ebbe viste tutte le cose, non dimenticò niente al suo ritorno, ma tutto era per lui nascosto giù, nel fondo dell’anima, dove l’intelletto non può arrivare. Perciò dovette cercarne le tracce e raggiungerlo in sé, non fuori di sé. Infatti ciò è del tutto interiore, non esterno, ma completamente interiore. Egli sapeva bene questo, e perciò disse: «Sono sicuro che né la morte né altro tormento può separarmi da quel che provo in me»[6].

A questo proposito un maestro pagano disse una bella parola ad un altro maestro: «Mi accorgo di qualcosa in me, che risplende nella mia mente; sento con certezza che è qualcosa, ma non so comprendere cosa sia; mi sembra però che, se potessi capirlo, conoscerei tutta la verità». Allora disse l’altro maestro: «Bene! Lascia perdere! Se tu potessi capirlo, avresti completamente la verità e la vita eterna».

In questo senso parlò anche sant’Agostino: io avverto qualcosa in me, che risplende davanti alla mia anima: se ciò giungesse a compimento e permanenza in me, sarebbe la vita eterna. È qualcosa che si nasconde e pur tuttavia si manifesta; giunge a guisa di ladro, per portar via e rubare all’anima tutte le cose. Ma nel mostrarsi e manifestarsi un poco, può stimolare l’anima ed attrarla a sé, e derubarla e spogliarla di se stessa. Perciò disse il profeta: «Signore, togli ad essi il loro spirito e dà loro il tuo»[7]. Questo intendeva anche l’anima innamorata, quando disse: «La mia anima si fuse e si sciolse, quando l’amato parlò la sua parola»[8]; quando giunse, dovetti an­darmene. Anche Cristo intendeva questo, quando disse: «Chi lascia qualcosa per amor mio, riceverà il centuplo in cambio, e chi mi vuole avere, deve spogliarsi di se stesso e di tutte le cose, e chi vuole servirmi, deve seguire me, non può seguire i suoi interessi»[9].

Ora potresti dire: ma via, signore, voi volete rovesciare il corso naturale dell’anima ed agire contro la sua natura! La sua natura è infatti quella di percepire attraverso i sensi ed in immagini; volete rovesciare quest’ordine? No certo! Cosa sai tu della nobiltà che Dio ha posto nell’anima, e che ancora non è stata completamente descritta, ma è ancora nascosta? Infatti, quelli che hanno descritto le nobili proprietà dell’anima, non erano ancora andati oltre al punto in cui li aveva condotti la loro ragione naturale; non erano mai giunti nel fondo: perciò molto doveva loro rimaner nascosto e sconosciuto. Ecco perché il profeta disse: «Voglio sedere e tacere, ed ascoltare quel che Dio dice in me»[10]. Perché è così nascosta, perciò venne questa parola nella notte, nella tenebra. San Giovanni dice: «La luce risplendette nella tenebra; essa venne nella sua proprietà, e tutti quelli che la accolsero ebbero il potere di diventare figli di Dio»[11].

Notate ora l’utilità e il frutto di questa parola segreta e di questa tenebra. Non solo il Figlio del Padre celeste viene generato in questa tenebra, che è suo luogo proprio: anche tu sei là generato come figlio dello stesso Padre celeste, e in nessun altro modo, ed egli dà anche a te quel potere. Riconosci ora quanto grande è questa utilità! In tutta la verità che ogni maestro, con la propria ragione e conoscenza, ha mai insegnato o mai insegnerà fino al giorno del Giudizio, non ha mai compreso neppure la più piccola parte di questo sapere e di questo fondo. Anche se può chiamarsi un non-sapere, un non-conoscere, esso contiene tuttavia molto di più di ogni sapere e di ogni conoscenza al di fuori di esso. Infatti questo non-sapere ti attira e conduce lontano da tutte le conoscenze ed anche da te stesso. Ciò intendeva Cristo, quando disse: «Chi non rinnega se stesso e non lascia padre e madre e tutto quel che è esteriore, non è degno di me»[12], come se dicesse: chi non abbandona tutta la esteriorità delle creature, non può essere concepito né generato in questa divina nascita. Ti ci conduce, invece, davvero, il fatto di spo­gliarti di te stesso e di tutto quel che è esteriore. Veramente io credo e sono certo che l’uomo che permanesse saldamente in questa posizione, non potrebbe mai essere separato da Dio, in nessun modo. Io dico che non può assolutamente cadere in peccato mortale: vorrebbe piuttosto soffrire la più atroce delle morti, che compiere il più piccolo dei peccati mortali, come del resto hanno fatto i santi. Io dico, anzi, che egli non potrebbe, neppure una volta, compiere un peccato veniale volontariamente, o permetterlo ad altri, potendolo impedire. Un tale uomo diventa così rivolto, attirato ed abituato a quello soltanto – cioè a Dio – che non si potrebbe rivolgere su un altro sentiero, distogliendo tutti i suoi sensi e le sue forze da quello.

In questa nascita ci aiuti Dio, che oggi è nato di nuovo come uomo. Che egli ci aiuti nell’eterno, perché noi, deboli creature, nasciamo in lui divinamente. Amen.

* Dum medium silentium tenerent omnia et nox in suo cursu medium iter haberet («Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso», Sapienza, 18, 14). Cfr. Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, a cura di Marco Vannini, Adelphi, Milano, 1985.

[1] II Corinti, 12, 2.

[2] Esodo, 24, 18; 34, 28.

[3] Anselmo d’Aosta.

[4] De mystica theologia, cap. I.

[5] Sapienza, 18, 14-15.

[6] Romani, 8, 38-39.

[7] Salmi, 103, 29-30.

[8] Cantico, 5, 6.

[9] Marco, 10, 29; Matteo, 16, 24; 19, 29; Giovanni, 12, 26.

[10] Salmi, 84, 9.

[11] Giovanni, 1, 5-11-12.

[12] Matteo, 10, 37-38.