Della vera sapienza

Francesco Petrarca

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Della vera Sapienza *

 

Ne L’Esoterismo di Dante, R. Guénon poneva in evidenza come «da Pitagora a Virgilio, e da Virgilio a Dante, la “catena della tradizione” non fu senza dubbio spezzata sulla terra d’Italia»[1], dunque una continuità spirituale che dall’antichità si è perpetuata fino ai “Fedeli d’Amore”. Custodi e trasmetti­tori di antiche conoscenze alla posterità, questi “poeti” hanno tramandato fino a noi verità profonde, necessariamente in modo velato. Anche il passaggio dal latino alla lingua volgare non ha implicato solo un cambiamento di linguaggio in senso esteriore, ma va visto come il necessario adattamento alle nuove condizioni cicliche dell’“involucro” che doveva contenere, celare e proteggere quelle verità.

Francesco Petrarca (Arezzo 1304-Arquà 1374) fu uno dei “Fedeli d’Amore” e si può intuire come dietro alle apparenze squisitamente letterarie esercitò un’importante funzione spirituale. La sua vita fu un continuo peregrinare per l’Europa e grande fu la sua influenza sugli avvenimenti dell’epoca. Basti pensare al carteggio con il Papa, inteso non solo a sedare alcune rivolte nella penisola italica, ma soprattutto a ottenere il ritorno della sede pontificia da Avignone a Roma; oppure alla sua incoro­nazione in Campidoglio a Roma quale magnus poeta et historicus e all’ottenimento dell’altissimo riconoscimento di privilegium laureæ[2].

Il dialogo che qui pubblichiamo, attribuito dal Silvestri a Petrarca con il titolo l’Oratore e l’Idiota, può essere suddiviso in quattro parti: la prima e l’ultima corrispondono all’inizio del Libro primo del La sapienza dell’idiota di Nicola Cusano, presentato nel no 39 di questa rivista; la seconda al cap. XII del celebre De remediis utriusque fortunæ di Petrarca[3], discussione fra il Gaudio e la Ragione, cui vengono qui sostituiti l’Oratore e l’Idiota; la terza parte è invece di difficile attribuzione.

 

Dialogo L’Oratore e l’Idiota

Un povero Idiota si scontrò con un ricchissimo Oratore nel foro di Roma, e sorridendo, così facetamente gli favellò:

Id. Prendo maraviglia del tuo fasto; perché, quantunque tu sia da lunga lettura faticato, in leggendo innumerevoli libri, pure non ancor ti sei condotto ad esser umile. Ciò senza dubbio procede dall’essere la scienza di questo mondo, in cui tu reputi di soverchiare altrui, una certa stoltezza presso Dio; la quale pur ti fa borioso. Dalla qual boria è ingenerata la tumida superbia, che, come quella che vanta celeste nascimento, sempre si forza di poggiar sublime, perché cada con più grave ruina. Ma la vera scienza umilia: la quale, da nessuna enfiagione fatta grave, vola in alto per non precipitare al basso. Bramerei dunque che a questa ti appigliassi, perché in essa sta riposto il tesoro della letizia.

Or. D’onde viene queste tua presunzione, o povero Idiota, ed all’intutto ignorante, che sì poco conto tu faccia dello studio delle lettere, senza di cui nessuno progredisce?

Id. Non è, o grande Oratore, la presunzione, bensì la carità che non mi lascia tacere; perciocché ti vedo dedicato a ricercar la sapienza con molte vane fatiche, dalle quali desidero di stoglierti, se il potessi: così e tu saresti fatto accorto dell’errore, o, spezzate le ritorte, come credo, godresti di esser fuggito. – Ti fe’ gabbo la opinione della autorità, essendo tu qual destriero nato libero, ma, stretto da artificiale capestro al presepio, non altro mangia se non ciò che gli si porge.

Or. Se nei volumi de’ sapienti non v’ha il pascolo della sapienza, ove mai si trova?

Id. Non affermo che ivi non si rinvenga, ma dico che naturale non vi si trova; perocché coloro che primi si applicarono a scrivere intorno alla sapienza, non si giovarono del pascolo de’ libri, che non ancor si erano trovati, ma, come per naturale alimento, ricorrevano agli uomini saggi; e questi di gran lunga avanzano nella sapienza gli altri tutti, che credono d’aver vantaggiato co’ libri.

Or. Abbenché senza lo studio delle lettere si possano per avventura alcune cose sapere, pure le difficili e grandi non mai si conosceranno, sendo desse cresciute mercé i precetti.

Id. Ciò appunto da me si diceva; che tu condur ti lasci e gabbare dalla autorità: qualcuno scrisse la sentenza cui tu presti fede: ma io ti dico che la sapienza grida al di fuori nelle piazze: e questo è solo grido; posciaché dessa abita nell’alto cielo.[4]

Or. Eppure io ho conseguita la sapienza con lo studio, e coll’assidua lettura de’ libri.

Id. Affé magnifica cosa se vera fosse ed inseparabile dalla virtù: pur me lo credi, se daddov­vero fossi saggio, ciò non ti uscirebbe dalla chiostra dei denti; perciocché il sapiente s’avvede di quante cognizioni egli abbia difetto; onde non si gloria, ma sospira.

Or. Io mi confesso sapiente.

Id. Ben andrebbe la bisogna se tanti fossero i sapienti quanti i professori della sapienza: quello è assai difficile, questo agevolissimo.

Or. Con lo studio pervenni alla sapienza.

Id. Così, per dire il vero, ad essa si perviene; ma tu pensa novellamente se ci sei giunto, posciaché non è cosa di breve studio: ha uopo di alcuni anni al par delle altre arti; anzi di tutta la vita, sia pur dessa lunghissima; e se qualcuno, come dicono, tuttodì correndo arriva in sul vespro, ciò basta. Nota è quella prestantissima sentenza, al par di molte altre di Platone, che va a grado al tuo Tullio ed a me: Beato colui al quale, anco in vecchiaia, accaggia di poter conseguire la sa­pienza e le vere opinioni. Mi maraviglio che tu in mezzo al cammino ti sia in esse scontrato; né so da qual velocissimo destriero spinto tu abbia padroneggiato il tempo, essendo in sì breve spazio divenuto sapiente.

Or. Dal cielo ricevetti la perfezione della sapienza, ed ogni dono di lassù proviene dal padre dei lumi.

Id. Celeste dono, il confesso, è la sapienza; pur grande personaggio era certamente, ed a Dio amico, Paolo, il quale non così come tu, ma nel seguente modo ragionava della sapienza: non perché l’abbia già conseguita, ed io sia perfetto.

Or. Con cupida mente abbracciai la sapienza.

Id. Siccome mala è la cupidità della pecunia, e di molte cose, così buona è quella della sapienza. Ma bada se tu di sì gran cosa sei suscettivo. E certo quell’istesso che pocanzi men­zionai, l’apostolo Paolo, in questa sentenza si esprime: io non mi credo d’averla conseguita; ed egli era pur grandissimo, egli che, ragionando con Dio, di se stesso affermava: i tuoi occhi videro la mia imperfezione. Proprio è questo del saggio il conoscere ed il confessare d’essere imperfetto.

Or. Sono appellato sapiente.

Id. Né le tue né le altrui voci non rendettero mai alcuno sapiente; ma bensì la cosa istessa.

Or. Son chiamato sapiente dal volgo.

Id. Il volgo quasi di suo diritto suol appellare sapienti gl’insani, ed insani i sapienti; onde e le false cose tiene in conto di vere, e le vere di false. Nulla v’ha più dalla verità alieno quanto la volgare opinione.

Or. Tutti mi levano a cielo come sapiente.

Id. Ciò forse ha qualche importanza per la fama, nessuna all’intutto per la sapienza. M’accorgo che tu ti appoggi alle soprascrizioni delle lettere, di cui nulla v’ha di più liberale; né basta che esse facciano sapienti coloro che nol sono, ma egregi ed insigni e reverendi li fanno; anzi ancor più serenissimi ed illustri, in guisa che il semplice titolo della sapienza, ingenera vergogna: il quale però a quanto pochi si addita, è maraviglia a dirsi. Ma vuoi tu conoscere quanto sii sapiente? volgi indietro gli occhi, e ti rammenta quante volte nel cammino della vita hai scappucciato, quante volte, col piè inciampando, sei caduto, quante cose commettesti vergognose, quante dolorose, quante meritevoli di pentimento: allor se lo osi, chiamati sapiente, ma credo che non lo oserai.

Or. Pur so di essere sapiente.

Id. Forse vuoi dir litterato; perocché si danno alcuni litterati, abbenché in iscarso numero, ma nessuno quasi è sapiente: altro è il favellare, altro il vivere saggiamente; altro essere appellato, altro l’essere sapiente. V’ebbero taluni i quali affermarono non esservi alcun sapiente: quanto vero o falso ciò sia, non voglio disputarlo. Certamente troppo precipitosa è una siffatta sentenza, ed alla disperazione inchinevole, e contraria allo studio della sapienza. Gli Ebrei gridano sapiente il lor Salomone, il quale quanto lo fosse l’attesta la turba delle consorti e delle concubine, e molto più il culto prestato agli iddii stranieri.

Or. Ma i Romani tennero in conto di sapienti Lelio e Catone; e si dice che la stessa Grecia, mentre era fiorente, vantasse sette sapienti.

Id. Queste cose riguardano gli antichi sapienti. Più avventurosa è la nostra età, che non uno o due o sette, ma in ciascuna città numera i sapienti come le gregge delle pecore. Né è maraviglia che molti sieno quelli i quali agevolmente il divengano. Si presenta un giovane stolto al tempio per ricevere le insegne del dottorato, i suoi precettori lo levano a cielo sia per benevolenza, sia per errore: egli si gonfia: il volgo stupisce: applaudono gli affini e gli amici: egli sale dopo un comando la cattedra, tutto dall’alto con disdegnoso sguardo mirando, e non so quali confusi detti nella strozza bisbigliando. Allora i seniori, quasi avesse proferite divine cose, a gara lo estollono con laudi al cielo; s’odono intanto le squille, romoreggiano le trombe, volan le anella, si imprimono i baci, e sul capo si posa il rotondo e magistrale berretto. Compiuta la cerimonia, discende sapiente chi era asceso stolto: maravigliosa trasformazione ignota all’istesso Ovidio: così si fanno oggidì i sapienti, ma ben altrimenti il vera saggio si forma.

Or. Eppure io sono sapiente.

Id. Sogliono coloro, che di se stessi sentono magnificamente, imprendere con fidanza cose superiori alle loro forze, e caduti in mezzo ai conati con lor grande o pericolo o vergogna, impa­rano quanto giusti estimatori stati sieno delle loro cose. Torna dunque meglio (a me lo credi) il gittarsi d’addosso le false opinioni, il deporre la insolenza, il volger l’occhio alla inconsi­deratezza, e nutrir la bramosia che non sorvenga il bisogno di esperimentar la sapienza, il qual bisogno dichiari che tu ti vantasti di un nulla. Questa è la più retta e la più sicura via di cercar la sapienza.

Or. Credo anch’io di essere pervenuto alla sapienza.

Id. Ma, se a me obbedisci, ad essa perverrai sorgendo, e sforzandoti di conseguirla più che col credere d’averla già conseguita, ché nulla più alto poggia di una operosa umiltà.[5]

Or. Fornito son io di grande sapienza.

Id. Forse l’avrei creduto se serbato avessi il silenzio: già mi premonisti; posciaché ivi maggiore è la jattanza, ove minore esser suole la sapienza, come lo afferma il tuo Cicerone. Colui, egli dice, che si millanta, subito trova un derisore; anzi altrettanti motteggiatori quanti sono quelli che l’ascoltano.

Or. Io sono annoverato fra i sapienti.

Id. Forse uno sei del gregge numeroso e grande di coloro, cui molto più cale apparir sapienti che l’esserlo, e non sembrarlo; come molti si danno, che voglion piuttosto parer giusti, che esserlo, e tali non apparire. Aristotile chiama sofisti i primi, ed ipocriti i secondi: e l’effetto di amendue si è d’ingannare, e primamente di far gabbo a se medesimi: questi con le parole, quelli co’ gesti; altri coi cenni, coi gesti e con le parole si mostrano giusti e sapienti, e coi costumi e con la vita stolti e pravi. Imperò se tu fossi sapiente nol diresti davvero; imperocché non presume, non si gonfia, ma geme entro se medesimo il sapiente; non si gloria, ma pondera sempre ciò che gli manca; né pensa alle conseguite cose, bensì a quelle da conseguirsi. Conciossiaché di tutto è povero colui, il quale crede che nulla gli manchi per la sapienza: onde se brami di divenir saggio non voler crederti già tale.

Or. E pur dal consenso dell’universale sono giudicato vero sapiente.

Id. Non può pervenire alla verace sapienza chi dalla falsa è ingannato. Stolto adunque convien che ti faccia per poter essere sapiente. Su via prosiegui il cammino, finché stolto sembri a te stesso, ed allora avrai conseguita la sapienza; e stolto sembrerai a te medesimo, quando giunto sarai a conoscerti. E, per verità, siccome dall’aver sapore (a sapere sapientia dicitur) la sapienza prende la denominazione; così quegli in vero è giudicato sapiente, cui le cose danno un sapore quale in sé hanno; che in tal guisa sa usare delle cose transitorie, che non si oppongano alle sempiterne; e con moderazione del presente mondo si gode, che per quanto da lui si può fruisca dello stesso Dio. Finalmente quella è la vera sapienza, con la quale Dio riesce saporoso al saggio, che del suo spirito vive; con la quale ordina la vita, compone i costumi, dirige le azioni, e tutte le sue opere con un certo qual divino sapore condisce, ed abbella; con la quale unge anco quegli uomini, con cui vive, mercé l’olio della grazia che allieta, in guisa che, veggendo le buone sue opere, e che fa uso del favore cogli amici, della pazienza cogl’inimici, della beneficenza di che può verso gl’indigenti, della benevolenza con tutti a cui la dee, nessuno disprezzando, giudicando nessuno, tutti amando, e con viscere di carità bramando che tutti salvi sieno, rendan grazie al Padre che ne’ cieli sta. Finalmente, per cessar la lunghezza, conchiuderò con le parole di Bernardo: Trovasi, egli dice, la sapienza, se piangi le preterite tue colpe, se poco conto fai de’ beni presenti, e se i futuri con tutta la brama del cuore desidererai.

Or. Tu mi dicesti che per essere sapiente conviene che io divenga stolto: ciò che conseguir potrò, come affermi, allorquando incominci a conoscere me stesso. Con quali mezzi (me lo ad­dita) acquisterò una siffatta cognizione?

Id. Rammentati in prima Oratore, e spesso volgi nella mente chi tu sia; giacché la gran turba de’ mortali, ignara di se stessa, va indagando che far si debba in sulla terra, e che si operi nel cielo: simili in ciò ad un certo filosofo, il quale, mentre di notte misurava coll’astrolabio il corso delle stelle, cadde in una limacciosa fossa, per lo che la sua ancella, smascellandosi dalle risa, Il padron mio, disse, ignora il vil fango che gli sta d’inanzi a’ piedi, e tenta di scrutinare gli arcani del cielo. Dee dunque l’uomo indagar primamente che cosa esso sia. L’uomo, dice Porfirio, è animale ragionevole e mortale: il mortale, soggiunge Bernardo, temperi il ragionevole, onde per avventura non si levi in superbia, ed il ragionevole conforti il mortale perché non cada nella disperazione. Quindi il citato Bernardo, scrivendo ad Eugenio, Da te, disse, debbono aver prin­cipio le tue considerazioni; perché invanamente non ti estenda ad altre cose, trascurando te medesimo. E che ti giova il far conquisto dell’universo, se poi te stesso perdi? Abbenché tu conosca tutti i misteri; abbenché ti siano noti gli spazi della terra, le profondità del mare, 1’altezza de’ cieli: se te stesso ignori, simile sarai a chi edifica senza fondamenta, formando una ruina e non un edifìzio. Non è sapiente chi per sé non lo è, giacché nell’acquisto di tua salute nessuno ti è più germano, nessuno più affine. Fin qui Bernardo. Si danno perciò non pochi così, o fatui o boriosi, che, ignorando se medesimi, credono di conseguir la scienza delle divine cose; ma in qual modo vuol conoscere Iddio chi è convinto di ignorar se stesso? A chi è ignoto a sé, impossibile riesce il comprender Dio. Imperocché dalla cognizione di sé, dal sapere che era l’uomo anzi la nascita; che sia posciaché è nato; che sarà, morto, s’ingenera l’umiltà ed il timore di Dio; mentre dall’igno­ranza di sé è prodotta la superbia di origine (come già dissi) celeste, che sempre poggia sublime per rovinare al basso con più sonante ruina; che convertì in demoni gli angioli, ed uguagliò gli uomini ai demoni. Dall’orgoglio poi nasce la ignoranza di Dio, e da essa soventi volte la scia­gurata disperazione. Ma senza il timore di Dio, senza la umiltà, chi mai può presumere della salute? Quegli solo è vero sapiente, quegli solo conosce se stesso, che vile e solo si reputa; mentre chi una gran cosa si estima, e non lo è, s’inganna, ed in lui non alligna la vera sapienza.

Or. Prosiegui, te ne scongiuro, prosiegui a discorrere tali cose salutifere, a me finora inaudite, perocché ben veggo che più alla sapienza si accostano di quel che facciano le sentenze che si contengono negli oratorj libri di Cicerone, di Quintiliano, e degli altri.

Id. Affé proseguirò, ed anco di buon grado. Sapiente in vero e retto appo Dio è quell’animo che pensa quale e non quanta sia la vita; e come vagamente e splendidamente afferma Lattanzio: Se ci calesse del come si dee vivere, e bene, ci terremmo lungi dalle fatiche quasi infinite, fra le quali ribolle la umana stoltezza, fuggendole come soperchie ed insane. Ma, ahi, che nessuno o quasi nessuno si cura di ben vivere, e solo fino a quando; mentre una buona vita è in potestà di tutti, una diuturna di niuno. E che altro è mai il vivere, se non un tormento continuo? quanto più lungamente uno resta in vita, tanto più è gravato ed oppresso da maggior pondo di colpe. E non vedi, o Oratore, anzi o uomo, qualunque tu sia, che così te ne stai in questa vita, come un ospite nella magione altrui; ché l’ospite non sa né il giorno né l’ora in cui gli si dirà: Esci fuora perché tua non è la casa che abiti: giacché l’uomo ha ricevuto in prestanza, non già in dono, la vita, ed il sapiente così in essa si studia di passare i giorni come se fosse passeggiero, onde nella futura trovare i giorni della eternità. Studia adunque, o uomo, di esser sapiente, e brama di non cadere in gravi colpe; giacché, cadendo sette volte il dì l’uomo giusto, chi dalle lievi mende si può guar­dare? Che se hai peccato ti riscatta, per quanto puoi, con le preci, cogli olocausti, con le lagrime, con le elemosine: posciaché dice nell’Ecclesiastico Salomone: figliuolo, hai peccato: non aggiun­gi colpa a colpa, ma prega che le primiere ti vengano condonate. Ciò solo ti ammonisco di fuggire, il procrastinar, cioè, l’ammenda ed il pentimento. Imperocché Dio che promise venia al colpevole, non promise il crastino giorno del peccato. E testimonio ne è il tuo Seneca nelle tragedie, ove dice: nessuno ebbe sì favoreggianti gli iddi, che ripromettere si potesse il crastino. E quantunque la divinità abbia promesso perdono al penitente, pur non gli promise la volontà del pentirsi, come la volontà di peccar non gli diede. Conciossiaché il demonio inspira la sicurezza di una più lunga vita per trascinare alla ruina; né possibile è l’annoverare quanti sieno stati tratti in inganno da questa fallace ombra di speranza[6]. Le cose che sopra abbiam discorso, quasi tutte sono dette della sola sapienza creata, di cui l’uomo può essere suscettivo. Un’altra ve n’ha, ma increata, di gran lunga più prestante di quella, e tanto da essa diversa, quanto il finito dista dall’infinito, e l’eterno dal temporaneo; ma mercé di questa, e non altronde, a quella si perviene.[7]

Or. Idiota, come odo che ti reputi, mi sembri però esser fornito di non poca sapienza.

Id. V’ha forse intra me e te questa differenza, che tu ti credi sapiente mentre nol sei, e perciò t’inorgo­glisci; mentre io mi conosco idiota, e quindi sono più umile, ed in ciò forse più dotto.

Or. E come puoi essere dotto nella scienza della tua ignoranza se sei idiota?

Id. Di ciò mi sono chiarito non coi tuoi, ma co’ libri divini.

Or. E quali mai sono questi volumi?

Id. Quei che di sua mano scrisse Iddio.

Or. Ove si trovano?

Id. In ogni dove.

Or. Dunque anche in questo foro.

Id. Affé che sì; e nel cominciamento del discorso affermai che la sapienza alza il grido nelle piazze.

Or. Bramerei di udirne il come.

Id. Se ti vedessi preso da vaghezza di curiose indagini, grandi cose ti rivelerei.

Or. Puoi in breve spazio di tempo far sì che io assaggi ciò che vuoi?

Id. Il posso.

Or. Ritraggiamoci adunque in questa prossima bottega di un barbiere, affinché, assisi, più quetamente favelliamo.

Piacque all’Idiota il divisamento, ed entrati amendue nella bottega col volto rivolto al foro, l’Idiota diè principio al suo Discorso.

* Dialogo L’Oratore e l’Idiota. Cfr. Varie opere filosofiche di Francesco Petrarca per la prima volta ridotte in volgare favella, Giovanni Silvestri, Milano, 1824. Dall’Avvertimento dell’editore: «In questa operetta si propose il Petrarca di mordere quegli fra i dotti, che tali si credono, perché hanno ricevuta la laurea dottorale, e letti alquanti libri, e perciò se ne vanno boriosi, e disprezzano i volgari, i quali se non sanno citar molti autori, e parlar giusta le regole prescritte dai retori, sanno però viver bene. Non abbiamo tradotto che il primo Dialogo, come quello che è dettato da una sana critica, e da una retta filosofia; intralasciando il secondo, che essendo scritto con quelle maniere scolastiche, che ai tempi di Messer Francesco tiranneggiavano gl’intelletti nelle scuole, non si potrebbe a’ nostri giorni leggere non solo con diletto, ma nemmeno con pazienza».

[1] R. Guénon, L’Ésotérisme de Dante, Gallimard, Paris, 1957, cap. II, in fine.

[2] «Egli avea conversato co’ più spettabili personaggi del suo tempo; avea visitate le corti più magnifiche e possenti; era stato consultato nelle più perigliose vicende ed adoperato in difficilissime ambascerie; avea passati molti anni nella solitudine di Valchiusa per fuggire il tumulto del mondo, e per tentare di estinguere l’ardente fiamma che lo consumava; e nella solitudine egli avea potuto facilmente entrare in sé medesimo, studiar la natura dell’uomo, ed avvicinarsi al Santuario della Verità» (cfr. Silvestri, ibid., Proemio).

[3] F. Petrarca, De remedii dell’una e dell’altra fortuna, Gaetano Romagnoli, Bologna, 1867, cap. XII: Della sapienzia. Est sapiens, qui dissimulat sapientiam habere: Est sapiens vitam qui tenet innocuam.

[4] Qui termina la prima parte corrispondente a quella iniziale de La sapienza dell’idiota di Nicola Cusano e comincia la seconda corrispondente al cap. XII del De remediis utriusque fortunæ (cfr. Romagnoli, cit.).

[5] Qui termina la seconda parte corrispondente al cap. XII del De remedii dell’una e dell’altra fortuna (cfr. Romagnoli, cit.), ma il testo del Dialogo L’Oratore e l’Idiota attribuito a Petrarca (cfr. Silvestri, cit.) prosegue.

[6] L’autore prosegue con alcuni ragionamenti ascetici tratti da Gregorio, Agostino e Giovanni Grisostomo, che qui tralasciamo.

[7] Qui comincia la quarta e ultima parte corrispondente a quella che, ne La sapienza dell’idiota di Nicola Cusano, fa seguito a quella iniziale cui si fa riferimento nella nota 4.