Brahma-sûtra-Bhâshia

Shankarâchârya*

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Adi Shankara o Shankarâchârya (788-820 d.C.) ebbe una vita piena di eventi prodigiosi; si dice che Shiva stesso apparve a preannunciarne la nascita ai suoi genitori, una coppia di brâhmani dell’India meridionale. A cinque anni aveva già appreso il sanscrito e letto i principali testi sacri indù. Si racconta che in giovane età compì numerosi miracoli. Uno dei più famosi è un canto di ringraziamento per l’elemosina ricevuta da una povera famiglia di brâhmani con il quale ottenne una pioggia d’oro sulla loro casa. Ma la sua funzione di Avatâra, cioè di “discesa” sulla Terra del principio divino, doveva manifestarsi attraverso la rivivificazione e riunificazione della tradizione indù. In quel periodo, in seno all’induismo regnavano decadenza e profonde lacerazioni fra le dif­ferenti scuole. Egli diffuse la luce della più profonda dottrina metafisica: origine e giustificazione di tutti i punti di vista particolari e di tutte le applicazioni secondarie. Compì la sua opera appog­giandosi ai testi sacri e alla ragione discorsiva, supporti della superiore intuizione intellettuale. Shankara si serviva di grandi discussioni per far emergere la Verità della dottrina universale di cui era portatore. Il linguaggio da lui utilizzato può apparire ai lettori occidentali piuttosto complicato, ma era senza dubbio adeguato ai suoi interlocutori, così come dimostrato dal fatto che molti di loro durante queste discussioni raggiunsero l’“illuminazione”. Il nome Shan-kara significa “creatore di pace” e fu esattamente questa la sua funzione. L’Advaita Vêdânta da lui apportato non entra in competizione con le altre scuole ortodosse o eterodosse, senza combatterle le illumina tutte dal­l’interno mostrando la Verità unica e lasciando a ciascuna i propri dei e i propri metodi d’applica­zione; in questo modo ristabilì le sei vie tradizionali dell’induismo dimostrando che non erano altro che diversi mezzi d’accesso alla Suprema Realtà.

Di seguito proponiamo un estratto del commento advaita di Shankara al primo dei quatto capitoli dei Brahma-Sûtra, coordinazione sintetica e interpretazione degli insegnamenti contenuti nel Vêdânta, il quale si fonda sulle Upanishad.

 

I Adhyâya, I Pâda.

[Composizione (di posizioni contrastanti) attraverso la corretta interpretazione.]

Inchiniamoci all’Augusto Vâsudeva!

Che l’oggetto e il soggetto, le cui rispettive sfere sono la nozione del “Tu” (il Non-Ego) e dell’“Ego”, e che sono in contrapposizione tra loro come l’oscurità e la luce, non possano essere identificati, è una questione che non richiede alcuna prova. Ancor meno possono essere identi­ficati i loro rispettivi attributi. Ne consegue che è errato sovrapporre al soggetto – il cui Sé è intelligenza, e che ha come sfera propria la nozione dell’Ego – l’oggetto, la cui sfera è la nozione del Non-Ego, e gli attributi dell’oggetto, e viceversa sovrapporre il soggetto e gli attributi del soggetto all’oggetto. Ciononostante vi è un naturale processo umano, che ha la sua causa in un’errata conoscenza, e che porta a non distinguere le due entità (oggetto e soggetto) e i loro rispettivi attributi, benché siano assolutamente distinti, ma a sovrapporre su ognuno la natura caratteristica e gli attributi dell’altro, e così, unendo il Reale e l’Irreale, a utilizzare espressioni come «Io sono ciò» o «Questo è mio». – Ma che dobbiamo intendere con il termine sovrapposizione? – La presentazione apparente, sotto forma di ricordo, alla coscienza di qual­cosa osservato in precedenza, in qualche altro luogo.

Invero, alcuni definiscono il termine “sovrapposizione” come la sovrapposizione degli attri­buti di una cosa su un’altra. Altri ancora, definiscono la sovrapposizione come l’errore fondato sull’incomprensione della differenza tra ciò che è sovrapposto e ciò su cui si sovrappone. Altri, ancora, la definiscono come l’assunto fittizio di attributi contrari alla natura di quella cosa su cui qualcos’altro è sovrapposto. Ma tutte queste definizioni sono concordi nel rappresentare la sovrapposizione come la presentazione apparente degli attributi di una cosa in un’altra. E con questa concorda pure l’opinione popolare che è esemplificata da espressioni come le seguenti: “La madreperla ha l’aspetto dell’argento”, “La luna, benché unica, appare come se fosse sdop­piata”. Ma com’è possibile che sul Sé interiore, che non è esso stesso un oggetto, possano essere sovrapposti degli oggetti e i loro attributi? Poiché ciascuno sovrappone un oggetto solo su que­gli oggetti che sono posti prima di lui (vale a dire a contatto dei suoi organi sensori), e in precedenza hai detto che il Sé interiore, che è totalmente scollegato dall’idea del “Tu” (il Non-Ego), non è mai un oggetto. Rispondiamo che il Sé interiore non è non-oggetto in senso asso­luto, poiché è l’oggetto della nozione dell’Ego ed è ben noto esistere a causa della sua per­cezione immediata (intuitiva). Non v’è alcuna regola certa secondo cui degli oggetti possono essere sovrapposti solo ad altri oggetti che siano a contatto dei suoi organi sensori; del resto, gli uomini privi di discernimento sovrappongono all’idea di etere, che non è un oggetto sensibile, quella di colore blu scuro.

Quindi, ne consegue che l’assunto secondo cui il Non-Sé si sovrappone al Sé interiore non è irragionevole.

Gli uomini dotti considerano questa sovrapposizione, così definita, come Ignoranza (avidyâ), mentre chiamano Conoscenza (vidyâ) la presa di coscienza della vera natura di ciò che è (il Sé) per mezzo della discriminazione di ciò (che è sovrapposto al Sé). Essendovi tale conoscenza (né il Sé né il Non-Sé) sono minimamente toccati da qualunque difetto o (buona) qualità prodotti dalla loro mutua sovrapposizione. La mutua sovrapposizione del Sé e del Non-Sé, che è desi­gnata Ignoranza, è il presupposto su cui si basano tutte le distinzioni pratiche – sia quelle della vita ordinaria sia quelle discendenti dai Vêda – tra i mezzi di conoscenza, gli oggetti della conoscenza (e le persone che conoscono) e tutte le scritture, che riguardino ingiunzioni e proibizioni (di atti meritori o non meritori), o la Liberazione finale.

Ma come possono i mezzi della vera conoscenza quali la percezione, la deduzione, ecc., così come le scritture avere come loro oggetto ciò che dipende dall’Ignoranza? – Perché, rispon­diamo, i mezzi della vera conoscenza non possono operare senza che vi sia una personalità che conosce, e perché l’esistenza di quest’ultima dipende dalla concezione erronea secondo la quale il corpo, i sensi, e via dicendo, sono identici, o appartengono, al Sé della persona che conosce. Poiché senza l’impiego dei sensi, la percezione e gli altri mezzi della vera conoscenza non pos­sono operare. E senza una base (vale a dire il corpo) i sensi non possono agire. Né alcuno può agire per mezzo di un corpo sul quale la natura del Sé non è sovrapposta. Né, in assenza di tutto ciò, il Sé, per sua natura propria libero da tutti i contatti, può divenire un agente conoscente. E se non v’è agente conoscente, i mezzi della vera conoscenza non possono operare (come detto sopra). Quindi, la percezione e gli altri mezzi della vera conoscenza, così come i testi Vedici, hanno come loro oggetto colui che è soggetto all’ignoranza. (Che l’attività cognitiva umana abbia come presupposto la sovrapposizione descritta sopra), segue anche dal fatto che non v’è differenza a questo riguardo tra l’uomo e gli animali. Gli animali, quando il loro udito o altri sensi sono colpiti da suoni o altre qualità sensibili, si ritraggono o avanzano a seconda che la sensazione provata sia inquietante o confortante. Per esempio, una mucca che veda un uomo avvicinarsi con un bastone levato in mano, pensa che la voglia colpire e pertanto scappa; mentre si avvicina a un uomo che avanza con dell’erba fresca in mano. Così anche gli uomini – che possiedono una più alta intelligenza – scappano quando vedono tipi forzuti e con lo sguardo ostile che si avvicinano gridando e brandendo spade; mentre si avvicinano con fiducia a persone con aspetto e comportamenti opposti. Vediamo dunque che uomini e animali hanno lo stesso comportamento quanto ai mezzi e agli oggetti di conoscenza. Ora è ben noto che il modo di procedere degli animali si basa sull’indistinzione (tra il Sé e il Non-Sé); desumiamo pertanto che, giacché presentano le stesse apparenze, anche gli uomini – benché distinti da un’intelli­genza superiore – si comportano verso le percezioni nello stesso modo degli animali; finché, vale a dire, la mutua sovrapposizione tra Sé e Non-Sé persiste. Ancora in riferimento a quel tipo d’attività fondato sui Vêda (sacrifici e simili), è certo vero che l’uomo riflessivo che è qualificato a entrarvi, non potrà farlo senza sapere che il Sé ha una relazione con i mondi supe­riori; eppure questa qualificazione non dipende dalla conoscenza, ottenibile dai testi del Vêdânta, della vera natura del Sé come libero da tutti i desideri, elevato al di sopra delle distin­zioni dei Brâhmana e degli Kshatriya e così via, e non soggetta a nascita e morte. Poiché tale conoscenza è inutile e addirittura contraddittoria con quanto asserito (da parte dei sacrificatori, ecc., a compiere determinate azioni e goderne dei frutti). E prima che questa conoscenza del Sé sia sorta, i testi Vedici continuano a svolgere la loro funzione, avendo come oggetto colui che erra nell’Ignoranza. Ingiunzioni quali: “Un Brâhmana compia il sacrificio!”, sono efficaci solo supponendo che al Sé siano sovrapposte condizioni particolari quali casta, stadio della vita, età, circostanze esteriori, e così via. Abbiamo già spiegato che con sovrapposizione dobbiamo inten­dere la nozione di qualcosa su qualcos’altro. (La sovrapposizione del Non-Sé sarà compresa in modo più certo con gli esempi seguenti). Attributi extra-personali sono sovrapposti al Sé, se un uomo considera se stesso sano e integro, o viceversa, a seconda che sua moglie, i figli e così via siano sani e integri o meno. Attributi del corpo sono sovrapposti al Sé, se un uomo pensa di se stesso (del suo Sé) essere forte, magro, chiaro, o in piedi, camminando, saltando. Attributi degli organi sensori, se pensa “Io sono muto, o sordo, o orbo, o cieco”. Attributi degli organi interni, quando considera se stesso soggetto al desiderio, alle intenzioni, al dubbio, alla risolutezza, e così via. Così il produttore della nozione dell’Ego (vale a dire l’organo interno) è sovrapposto al Sé interiore, che, in realtà, è il testimone di tutte le modificazioni dell’organo interno, e vice­versa il Sé interiore, che è il testimone d’ogni cosa, è sovrapposto all’organo interno, ai sensi e così via. In tal modo vanno le cose in quest’inizio naturale – e la perpetua sovrapposizione, che si manifesta nella forma di una concezione errata, è la causa che fa apparire l’anima individuale come l’agente e il beneficiario (dei risultati delle proprie azioni) ed è percepita da ciascuno.

Lo studio dei testi del Vêdânta è l’inizio per liberare se stessi da quest’errata nozione che è la causa di tutti i mali e raggiungere in tal modo la conoscenza dell’assoluta unità del Sé.

* Estratto dal Brahma-Sûtra-Bhâshia (commento ai Brahma-Sûtra) di Shrî Shankarâchârya, I Adhyâya, I Pâda (cfr. The Vedânta Sûtras, with the commentary by Shankarâchârya, tradotto da George Thibaut, Part I, Oxford, Clarendon Press, 1890, Vol. XXXIV della collana The Sacred Books of the East, curata da F. Max Müller).