Apologhi sul segreto

 

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I. Lao-Tzeu*

 

Cap. 36. B. Che il pesce non salga dalle profondità (dove vive ignorato ma al sicuro, per mo­strarsi in superficie dove sarà arpionato). Che uno Stato non faccia mostra delle sue risorse (se non vuole che immediatamente tutti si rivoltino contro di lui per annientarlo).

 

Cap. 43. B. Il silenzio e l’inazione! Pochi uomini riescono a comprendere la loro efficacia.

 

II. Lie-Tzeu

 

Cap. 8. H. Il principe ereditario Kien, figlio del re P’ing-wang di Tch’ou, essendo stato calun­niato da Fei-ouki era scappato a Tcheng, dove era stato assassinato. Suo figlio Pai-koung medita­va vendetta. Domandò a Confucio:

– Vi sono delle possibilità perché un complotto non sia scoperto?

Confucio intuì la sua intenzione e non rispose. Pai-koung riprese:

– Una pietra gettata in fondo all’acqua può essere scoperta?

– Sì, disse Confucio, da un tuffatore del paese di Ou.

– E dell’acqua mescolata all’acqua, può essere scoperta?

– Sì, disse Confucio, I-ya scoprì che in una miscela vi era dell’acqua del fiume Tzeu e del­l’acqua del fiume Cheng.

– Allora, disse Pai-koung, a parer vostro una congiura non può non essere scoperta?

– Non lo sarà, disse Confucio, se non se ne è parlato. Per riuscire, sia nella pesca, sia nella caccia, ci vuole il silenzio. La parola più efficace è quella che non s’intende; l’azione più intensa è quella che non appare. L’imprudenza e l’agitazione non producono niente di buono. Voi tradite i vostri propositi con i vostri discorsi e la vostra attitudine.

Pai-koung non tenne conto di quest’avvertimento. Provocò una rivolta, nella quale perì.

 

Cap. 8. W. Un tempo qualcuno pretendeva avere la ricetta per non morire. Il principe di Yen inviò un deputato per chiedergliela. Quando il deputato arrivò, l’uomo della ricetta era morto. Il principe se la prese con il deputato perché era arrivato troppo tardi, e stava per farlo punire quan­do uno dei suoi favoriti gli disse:

– Se quest’uomo avesse veramente avuto la ricetta per non morire, non avrebbe certo mancato d’usarla per se stesso. Ora è morto. Perciò non aveva la formula. Non vi avrebbe quindi procurato l’immortalità …

Il principe rinunciò a punire il deputato.

Un certo Ts’i, che pure aveva gran voglia di non morire, si afflisse ugualmente per la morte di quell’uomo. Un certo Fou si burlò di lui, dicendo che, essendo l’uomo morto, rimpiangere il suo inefficace segreto era un comportamento irragionevole. Un certo Hou affermò che Fou aveva torto; giacché, disse, capita che chi possiede un segreto, non sappia servirsene; come capita che qualcuno produca un dato risultato (per caso o invenzione) senza averne la formula.

Un uomo di Wei era un abile incantatore. Quando fu prossimo a morire, insegnò le sue formule al figlio. Costui recitò perfettamente le formule, che non ebbero alcun effetto. Le insegnò a un altro, che le recitò con lo stesso effetto che il suo defunto padre … Avendo un essere vivente po­tuto agire efficacemente con la formula di un morto, mi domando (disse Lie-tzeu) se i morti non possano agire efficacemente con le formule dei vivi? (Morte e vita, due forme dello stesso essere).

 

III. Tchoang-Tzeu

 

Cap. 13. F. Cheu-Tch’engK’i, andato a trovare Lao-tzeu, gli disse:

– Avendo sentito dire che siete un Saggio, ho fatto un lungo viaggio per venire a trovarvi. Ho camminato per cento giorni, al punto d’avere i calli ai piedi, ed ecco che costato che non siete un Saggio. Giacché fate conservare indefinitamente i resti dei vostri pasti; avete maltrattato vostra sorella perché i topi avevano rubato dei resti di verdure.

Lao-tzeu, con aria distratta, lo lasciò dire e non rispose nulla. Il giorno dopo Cheu-Tch’engK’i ritornò da Lao-tzeu e gli disse:

– Ieri vi ho biasimato. Il vostro silenzio mi ha fatto riflettere. Vi porgo le mie scuse.

– Le vostre scuse mi lasciano indifferente come i vostri biasimi, disse Lao-tzeu. Mi sono sbarazzato d’ogni desiderio d’essere chiamato sapiente, trascendente, saggio. Potreste trattarmi da bue o da cavallo, che non replicherei. Che dicano il vero o il falso, lasciar parlare gli uomini significa risparmiarsi la seccatura di risponder loro. È il mio principio di lasciare sempre dire. Il mio silenzio di ieri ne è stata un’applicazione.

Allora Cheu-Tch’engK’i girò attorno a Lao-tzeu, evitando di calpestare la sua ombra; poi, ponendosi di fronte, gli domandò che dovesse fare per correggersi. Lao-tzeu lo rimbrottò in questi termini:

– Essere deforme, in cui tutte le arie e gesti denotano delle passioni incontenibili e delle inten­zioni sregolate, pretendi d’impressionarmi e di farmi credere che sei desideroso e capace di cultura? Vattene! Non ho più fiducia in te che in qualunque brigante di frontiera.

 

Cap. 20. D. Dopo che Confucio, bloccato per sette giorni con i suoi discepoli alla frontiera dei principati di Tch’enn e di Ts’ai, ebbe rischiato di morire di fame, il granduca Jenn gli presentò le sue condoglianze in questi termini:

– Maestro, questa volta avete visto la morte da vicino.

– Sì disse Confucio.

– Vi ha fatto paura?

– Sì disse Confucio.

– Allora, disse il granduca Jenn, vi darò la ricetta che preserva dai pericoli della morte … Sulle rive del mare orientale si trova l’uccello I-tai, che vive in stormi. Poiché ogni individuo diffida di se stesso, volano sempre appoggiati uno all’altro, in un ordine perfetto, nessuno lascia lo stormo, né per avanzare né per indietreggiare. Quando mangiano, lo fanno ugualmente schierati, nessuno si allontana per arraffare un boccone migliore, ognuno becca al suo posto. Questo bell’ordine li protegge contro gli animali e contro gli uomini, contro tutti gli accidenti. Così è per l’uomo, che vive come e con gli altri, che non fa gruppo a parte, come fate voi Confucio. Per evitare la sventu­ra occorre ancora guardarsi dall’ostentare delle qualità o dei talenti straordinari, come fate voi. L’albero più dritto sarà il primo abbattuto. Il pozzo con l’acqua più dolce sarà il primo prosciugato. La vostra scienza intimidisce gli ignoranti, le vostre luci offuscano gli sciocchi. Non monopoliz­zate il sole e la luna. Sono le vostre pretese ad attirarvi le vostre sventure. Una volta ho udito questo da un uomo d’alto merito: Vantarsi, significa sbarrarsi la via alla fortuna; se si hanno già meriti e fama, significa attirarsi la spoliazione. Cancellarsi, nascondersi nella massa, ecco la sicurezza … Seguire il flusso senza distinguersi, andare per la propria strada senza farsi notare, modestamente, semplicemente, fino a farsi passare per un uomo comune; cancellare il ricordo dei propri meriti e far dimenticare la propria fama; ecco il segreto per vivere in pace con gli uomini. Il superuomo cerca l’oscurità. Perché, voi, cercate la notorietà?

– Grazie, disse Confucio. E, interrompendo le sue relazioni ordinarie, dopo aver congedato i discepoli, si nascose tra i giunchi di una palude, si vestì di pelli, si nutrì con ghiande e castagne. Col tempo ritornò così perfettamente allo stato naturale che la sua presenza non fece più paura ai quadrupedi e agli uccelli. Gli uomini arrivarono addirittura a trovarlo sopportabile.

 

Cap. 21. B. Mentre Maestro Sue, conte di Wenn (taoista), si recava dal mezzogiorno a Ts’i, passò per la capitale di Lou, il paese di Confucio, dove diverse persone chiesero di vederlo …

– Perché mai? disse. I letterati di questo paese non studiano che i riti convenzionali e non la natura umana. Non voglio vederli.

Quando ritornò da Ts’i, Maestro Sue si fermò nuovamente a Lou e le stesse persone chiesero ancora di vederlo. Li ricevette dunque nella sala degli ospiti, poi rientrò nel suo appartamento so­spirando. Il giorno seguente, nuova visita, nuovo sospiro dopo la visita. Intrigato, il discepolo che serviva Maestro Sue gli domandò:

– Perché sospirate così ogni volta che avete ricevuto dei visitatori?

– Perché, disse Maestro Sue, mi convinco sempre di più che i letterati di questo paese, molto versati in materia di riti convenzionali, non comprendono niente della natura umana. I miei visita­tori hanno fatto le entrate e le uscite più studiate, più compassate, con delle arie da dragoni e da tigri. Poi, invece di non domandarmi nulla, mi hanno ripreso come dei maestri e fatto la predica come dei padri (superiori). Ecco perché ho sospirato.

Confucio (che stava convertendosi al taoismo e rappresentato qui come più perspicace degli altri letterati di Lou) andò anche lui a vedere Maestro Sue, e si ritirò senza avergli detto una parola …

– Perché siete rimasto così in silenzio? gli domandò il suo discepolo Tzeu-lou 

– Perché, disse Confucio, mi è bastato guardare quell’uomo. La scienza superiore (trascen­denza) sgorga dai suoi occhi e penetra con il suo sguardo; delle parole non saprebbero esprimerlo.

 

Cap. 25. E. Mentre andava a Tch’ou, Confucio alloggiò a I-K’iou, presso un fabbricante di condimenti. Subito, nella casa vicina, salirono sul tetto (piano, per guardare nel cortile della casa in cui Confucio alloggiava).

– Perché queste persone hanno l’aria sgomenta? domandò il discepolo Tzeu-lou che accompa­gnava Confucio.

– Si tratta, disse questi, della famiglia di un Saggio che si cela volontariamente nel popolo e vive nell’oscurità. L’elevazione morale di quest’uomo è sublime. Egli peraltro la dissimula accu­ratamente, non parlando che di cose banali, senza tradire il segreto del suo cuore. Essendo le sue vedute differenti da quelle delle persone comuni di questi tempi, quasi non frequenta gli uomini. Si è ritirato a vivere qui, alla maniera di I-leao.

– Posso andare a invitarlo a venirci far visita? domandò Tzeu-lou.

– Sarà fatica sprecata, disse Confucio. È appena salito sul tetto per assicurarsi se sono vera­mente io a essere di passaggio. Poiché mi dedico alla politica, avrà pochissima voglia di conver­sare con me. Sapendo che vado a rendere visita al re di Tch’ou, temerà che possa rivelare il suo rifugio, e che il re lo forzi ad accettare un impiego. Scommetto che si è appena nascosto in un luogo sicuro.

Andato a vedere, Tzeu-lou, trovò la casa abbandonata.

* Estratti da Léon Wieger, Les pères du système taoïste, Cathasia, Parigi, 1950, I. Lao-Tzeu. II. Lie-Tzeu. III. Tchoang-Tzeu. Nella traduzione rispettiamo la terminologia di P. Wieger, anche se talvolta impropria; pure nella trascrizione dei nomi propri seguiamo la lettura francese dell’originale.