La guida dei perplessi: Gli attributi negativi

Maimònide

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58. Il senso negativo degli attributi. (Più profondo di quanto precede.)

 

Sappi che i veri attributi di Dio sono quelli in cui l’attribuzione si fa per mezzo di negazioni, il che non richiede alcuna espressione impropria, né porta, in alcun modo, ad attribuire a Dio qualsiasi imperfezione; ma l’attribuzione enunciata affermativamente racchiude l’idea d’asso­ciazione e d’imperfezione, come abbiamo esposto.

Occorre ti spieghi per prima cosa come le negazioni siano, in qualche modo, degli attributi, e in che esse si distinguono dagli attributi affermativi; poi ti spiegherò come noi non abbiamo modo di dare a Dio un attributo, se non con delle negazioni, non altrimenti. Pertanto dico: l’attributo non è solamente ciò che caratterizza il soggetto in modo tale che esso non condivide questo attributo con altro, ma l’attributo è anche talvolta attributo di un soggetto, quand’anche questi lo condividesse con altro e non risultasse da una particolarizzazione. Se, ad esempio, vedendo un uomo da lontano, tu chiedi qual è l’oggetto visto, e ti si risponde (che è) un animale, questo è indubbiamente un attributo dell’oggetto visto; giacché, sebbene non lo distingua parti­colarmente da qualsiasi altra cosa, ne risulta tuttavia una certa particolarizzazione, nel senso che l’oggetto visto è un corpo che non appartiene né alla specie delle piante, né a quella dei minera­li. Allo stesso modo ancora: se, ponendo che un uomo si trovi in una data casa, tu sai che vi si trova un certo corpo, senza sapere che cosa sia, e, avendo domandato che cosa vi sia in quella casa, qualcuno ti risponde che non si tratta né di un minerale né di un organismo vegetale, ne consegue (da questa risposta) una certa particolarizzazione, e tu sai che vi si trova un animale, sebbene tu non sappia quale animale sia. Sotto quest’aspetto pertanto gli attributi negativi hanno qualcosa in comune con gli attributi affermativi; giacché producono necessariamente una certa particolarizzazione, quantunque questa si limiti a scartare, con la negazione, tutto ciò che in un primo momento non credevamo dovesse essere negato. Ma ecco l’aspetto per cui gli attributi negativi si distinguono dagli attributi affermativi; si è che gli attributi affermativi, anche quando non particolarizzano (il soggetto), indicano sempre una parte della cosa che si desidera cono­scere, una parte della sua sostanza, o uno dei suoi incidenti, mentre attributi negativi non ci fanno sapere, in alcun modo, quel che è realmente l’essenza che desideriamo conoscere, a meno che non sia accidentalmente, come negli esempi che abbiamo dato.

Dopo quest’osservazione preliminare, io dico: È una cosa provata che Dio, l’Altissimo, è l’Essere necessario, nel quale, come dimostreremo, non v’è composizione. Noi non cogliamo di Lui altro, se non ch’Egli è, ma non ciò che è. Non possiamo quindi ammettere che abbia un attributo affermativo: giacché Egli non dev’essere fuori della Sua quiddità, in modo che l’attri­buto possa indicare una delle due cose; a maggior ragione la Sua quiddità non può essere com­posta, in modo che l’attributo possa indicare le sue due parti; e, a maggior ragione ancora, non può avere accidenti che possano essere indicati dall’attributo. Non v’è dunque (per Dio), in alcun modo, un attributo affermativo.

Gli attributi negativi sono quelli di cui bisogna servirsi per guidare la mente verso quello che si deve credere a proposito di Dio; giacché da essi non deriva alcuna molteplicità, e conducono la mente al limite di quel che è possibile per l’uomo cogliere di Dio. Poiché ci viene mostrato, ad esempio, che esiste necessariamente qualcosa al di fuori di queste essenze percepite dai sensi e di cui abbracciamo la conoscenza mediante l’intelligenza, noi diciamo di questo qualcosa che esiste, il che significa che la sua non-esistenza è inammissibile. Comprendendo quindi che non è di quest’Essere come è, ad esempio, per l’esistenza degli elementi, che sono dei corpi inanimati, noi diciamo che è vivente, il che significa che Dio non è senza vita. Comprendendo quindi che non è di questo Essere neppure come dell’esistenza del cielo, che è un corpo (sebbene) vivo, diciamo che non è affatto un corpo. Comprendendo quindi che non è di questo essere come del­l’esistenza dell’intelletto, che, sebbene non sia né un corpo, né senza vita, è tuttavia prodotto da una causa, diciamo che Dio è eterno, il che significa che non ha causa che l’abbia fatto esistere. Poi comprendiamo che l’esistenza di quest’Essere, che è la Sua essenza, non Gli basta affatto in modo da esistenziare solamente (se stesso), ma che, al contrario, ne emana molte esistenze; e questo, non come il calore emana dal fuoco, né come la luce proviene dal sole, ma per un’azione divina che dà loro la vita e l’armonia ben governandoli, come esporremo. Ed è a causa di tutto ciò che noi attribuiamo a Dio la potenza, la scienza e la volontà, significando con tali attributi ch’Egli non è né impotente, né ignorante, né sbadato, né negligente. Se diciamo che “Egli non è impotente”, significa che la Sua esistenza basta a far esistere cose altre da lui; “non ignorante” significa ch’Egli percepisce, vale a dire ch’Egli vive, giacché tutto ciò che percepisce ha la vita; con “né sbadato, né negligente”, vogliamo dire che tutti quegli esseri seguono un certo ordine e un regime, che non sono trascurati e abbandonati al caso, ma che sono come tutto ciò che è condotto, con un’intenzione e una volontà, da Colui che lo vuole. Infine comprendiamo che quest’Essere non ha simili; se quindi diciamo: “Egli è unico”, significa “che non ve ne sono diversi”.

È quindi chiaro che ogni attributo che Gli attribuiamo, o è un attributo d’azione, o [se si propone di far comprendere l’essenza di Dio, e non la Sua azione] deve essere considerato come la negazione che quel che ne è il privativo. Ma queste stesse negazioni, non bisogna servirsene, per applicarle a Dio, che nel modo che conosci; (voglio dire) che a volte si nega di una cosa quel che non è in condizione di possedere, come quando diciamo del muro che non vede. – Tu sai, oh lettore di questo trattato! che questo stesso cielo – [che pure è un corpo mosso, e che abbia­mo misurato mediante spanne e cubiti, fino ad abbracciare con la nostra scienza le misure di al­cune sue parti e la maggior parte dei suoi movimenti] –, le nostre intelligenze sono decisamente troppo deboli per comprendere la sua quiddità, sebbene sappiamo che ha necessariamente mate­ria e forma, solamente che non è una materia come quella che è in noi; per questo non possiamo qualificarlo se non con parole senza precisione, e non con un’affermazione precisa. Infatti, di­ciamo che il cielo non è né leggero, né pesante, che è impassibile, e che per questo non riceve impressioni; che non ha né gusto, né odore, e altre negazioni simili; tutto ciò a causa della no­stra ignoranza sulla suddetta materia. E che sarà delle nostre intelligenze, se cercassero di co­gliere Colui che è privo di materia, che è d’una estrema semplicità, l’Essere necessario, che non ha una causa e che non è colpito da niente che sia aggiunto alla sua perfetta essenza, la cui perfezione significa (per noi) negazione delle imperfezioni, come abbiamo spiegato? Giacché noi non cogliamo di Lui altro se non che egli è, che vi è un Essere al quale non assomiglia alcuno degli esseri ch’Egli ha prodotto, che non ha assolutamente nulla in comune con quest’ul­timi, che non v’è in Lui né molteplicità, né impotenza di produrre ciò che è fuori di Lui, e che il suo rapporto con il mondo è quello del capitano con la nave; non che questo sia il vero rapporto, o che il paragone sia giusto, ma serve da guida alla mente (per comprendere) che Dio governa gli esseri, vale a dire che li perpetua e li mantiene in ordine, come si conviene. Quest’argomento sarà ancora più ampiamente esposto.

Lode a Colui che (è talmente elevato che), quando le intelligenze contemplano la Sua es­senza, la loro comprensione si muta in incapacità, e quando esaminano come le Sue azioni risul­tano dalla Sua volontà, la loro scienza mi muta in ignoranza, e quando le lingue vogliono glori­ficarLo con degli attributi, ogni eloquenza diviene un debole balbettio!

59. Gli attributi negativi.

Si potrebbe porre qui la seguente domanda: Se, infatti, non v’è modo di percepire la vera essenza di Dio, se si può dimostrare l’impossibilità di percepire altro se non che Egli è, e se gli attributi affermativi sono impossibili, com’è stato dimostrato, in che consiste dunque la superio­rità relativa tra coloro che percepiscono? giacché allora, quel che percepivano il nostro maestro Mosè e Salomone è la stessa cosa di quanto percepisce ogni individuo tra gli studenti, ed è impossibile aggiungervi alcunché. Eppure è generalmente ammesso dai teologi, o piuttosto dai filosofi, che vi sono a tale proposito molte gradazioni. Sappi pertanto che infatti è così, e che vi sono grandissime sfumature di superiorità tra coloro che percepiscono. Infatti, a misura che si aumentano gli attributi di un soggetto, costui è meglio determinato e sempre meglio si coglie la sua vera natura; e nello stesso modo, nella misura in cui aumenti le negazioni nei confronti di Dio, ti avvicini alla percezione e ne sei più vicino di colui che non nega quanto, a te, è dimo­strato debba esser negato. Per questo un tale uomo si affatica per molti anni per comprendere una scienza e verificarne i principi, al fine di raggiungere la certezza, e poi tutta questa scienza non produce altro risultato, tranne (insegnarci) che dobbiamo negare di Dio una certa cosa che si sa, per dimostrazione, essere inammissibile nei Suoi confronti; per un altro, tra coloro che sono deboli nella speculazione, ciò non è stato dimostrato, e rimane in dubbio se quella cosa esiste o non esiste in Dio; un altro infine, tra coloro che sono interamente privi di vista, afferma di Lui quella cosa la cui negazione è dimostrata (indispensabile). Io, ad esempio, dimostrerò che non è un corpo; un altro dubiterà, e non saprà se è un corpo o se non lo è; un altro infine decide­rà che è un corpo, e affronterà Dio con tale credenza. Quanto sarà grande la differenza tra le tre persone! Il primo sarà indubbiamente il più vicino a Dio, il secondo ne sarà lontano, e il terzo, il più lontano. Allo stesso modo, se supponessimo un quarto, per il quale fosse dimostrato che le passioni sono inammissibili nei confronti di Dio, mentre per il primo, che nega solamente la corporeità, questo non fosse dimostrato, tale quarto sarebbe indubbiamente più vicino a Dio del primo, e così di seguito; dimodoché, se si trovasse una persona per la quale fosse dimostrato che è impossibile (ammettere), nei confronti di Dio, molte delle cose che, secondo noi, potrebbero esistere in Lui, o emanare da Lui, – e a maggior ragione, se arrivassimo a crederlo necessario – tale persona sarebbe indubbiamente più perfetta di noi.

Così, è chiaro per te che, tutte le volte che ti sarà dimostrato che una certa cosa deve essere negata di Dio, tu sarai con ciò più perfetto, e che tutte le volte che Gli attribuirai affermativa­mente una cosa aggiunta (alla Sua essenza), l’assimilerai (alle creature), e sarai lontano dal co­noscere la Sua realtà. È in questo modo che bisogna accostarsi alla percezione di Dio, mediante l’esame e lo studio, al fine di conoscere la falsità di tutto ciò che è inammissibile nei Suoi con­fronti, e non attribuendoGli affermativamente una cosa come fosse aggiunta alla Sua essenza, o come se questa cosa fosse una perfezione nei Suoi confronti, poiché si troverebbe che lo è nei nostri confronti; giacché tutte le perfezioni sono capacità qualunque, e ogni capacità non esiste in ogni (essere) dotato di capacità. Saprai così che, se Gli attribuisci affermativamente una cosa altra (che Lui), ti allontani da Lui sotto due aspetti: in primo luogo, perché tutto ciò che Gli at­tribuisci è una perfezione (solamente) per noi, e, in secondo luogo, perché Egli non possiede al­cuna cosa altra (che lui), e che al contrario, è la Sua stessa essenza che forma le Sue perfezioni, come abbiamo esposto.

Ora, essendosi ciascuno accorto che, pure quel che abbiamo la facoltà di percepire (di Dio), non v’è modo di percepirlo altrimenti che per negazione, e non facendoci la negazione cono­scere assolutamente nulla circa la realtà della cosa cui si applica, tutti, antichi e moderni, hanno dichiarato che le intelligenze non possono percepire Dio, che Lui solo percepisce quel che è, e che il percepirlo, significa (riconoscere), che si è impotenti a percepirlo completamente. Tutti i filosofi dicono: Siamo abbagliati dalla Sua bellezza, ed Egli si sottrae a noi per la forza stessa della Sua manifestazione, proprio come il sole si sottrae alla vista, troppo debole per percepirlo. Ci si è diffusi al riguardo con (dei discorsi) che sarebbe inutile ripetere qui; ma ciò che è stato detto di più eloquente a questo proposito, sono queste parole del salmista: lekha doumiâ tehilâ (Salmi 65, 2), il cui significato è: “per te il silenzio è la lode”. Questa è un’espressione molto eloquente su quell’argomento; giacché, qualunque cosa diciamo allo scopo d’esaltare e di glori­ficare (Dio), vi troveremo qualcosa d’offensivo nei confronti di Dio, e vi vedremo (espressa) una certa imperfezione. È meglio quindi tacere e limitarsi alle percezioni dell’intelligenza, come hanno raccomandato gli uomini perfetti, dicendo:. “Dite (pensate) nel vostro cuore, nel vostro letto, e rimanete in silenzio” (Salmi 4, 5).

Conosci anche un celebre passo dei dottori ai quali vorrei tutte le loro parole fossero simili; sebbene sia un passaggio che si conosce a memoria, te lo citerò testualmente, per richiamare la tua attenzione sulle idee che racchiude. Ecco quanto dicono (Berakhot 33b): «Qualcuno, giunto alla presenza di Rabbi ‘Hanînâ, si espresse così (facendo la sua preghiera): O Dio grande, potente, terribile, magnifico, forte, temuto, imponente! … Il Rabbi gli disse (interrompendolo): Hai terminato tutte le lodi del tuo Signore? Certo, anche i primi tre (attributi), se Mosè non li avesse enunciati nella Legge e gli uomini del grande Sinodo non fossero venuti a fissarli nella preghiera, noi non oseremmo pronunciarli; e tu, tu ne pronunci in così gran numero! Per fare un confronto: un re mortale, ad esempio, che possedesse milioni di monete d’oro, e che venisse vantato per (il possesso di monete) d’argento, non sarebbe un insulto per lui?».

Ecco come s’esprimeva quest’uomo di bene. Nota innanzitutto qual era la sua riluttanza e la sua avversione per l’accumulo di attributi affermativi, e nota anche che dice chiaramente che, se fossimo abbandonati alla nostra sola intelligenza, non diremmo mai gli attributi e non ne pro­nunceremmo nessuno; ma poiché, per la necessità di parlare agli uomini in modo di dare loro (di Dio) una qualunque idea, si è stati costretti a descrivere Dio con le loro (proprie) perfezioni – [conformemente a queste parole: “la Scrittura si è espressa nel linguaggio degli uomini”] –, dovremmo, da ultimo, arrestarci alle (tre) parole in questione, e ancora non dovremmo mai usar­le come nomi di Dio, a eccezione di quando lo facciamo leggendo nel Pentateuco. Che se tutta­via gli uomini del grande Sinodo, che erano (in parte) dei profeti, sono in seguito arrivati a pu­nirne l’impiego nella preghiera, dovremmo sempre limitarci a queste sole parole. In sostanza, quindi, (Rabbi ‘Hanînâ) espone che s’incontrano due occorrenze perché le usiamo nella pre­ghiera: una prima, è che esse si trovano nel Pentateuco; una seconda, è che i profeti le hanno fissate nella preghiera. Senza la prima occorrenza, non le pronunceremmo (del tutto); senza la seconda, non le avremmo tolte dal loro posto (primitivo), per servircene nella preghiera; e tu (aggiun­geva), tu accumuli gli attributi?

Ti è chiaro anche per queste parole (di Rabbi ‘Hanînâ) che non ci è permesso d’impiegare nella preghiera, né di pronunciare, tutti gli epiteti che trovi attribuiti a Dio nei libri dei profeti; giacché egli non dice (solamente): «Se Mosè non li avesse detti, noi non oseremmo dirli», ma (aggiunge come) un’altra condizione: «e gli uomini del grande Sinodo non fossero venuti a fissarli nella preghiera», e da allora solamente, ci è stato permesso d’impiegarli nella preghiera. Ma non come hanno fatto quegli uomini veramente inetti, che si sono sforzati d’insistere lunga­mente (sugli attributi), in preghiere di loro composizione e in orazioni a modo loro, con le quali essi credevano d’avvicinarsi a Dio, e in cui Gli hanno dato degli attributi che, quand’anche si dessero a un essere umano, implicherebbero un’imperfezione. Si è che, non comprendendo tali sublimi temi, troppo alieni alle intelligenze del volgo, accostavano Dio con le loro lingue teme­rarie, si servivano nei Suoi confronti di tutti gli attributi e di tutte le allocuzioni che credevano potersi permettere, e insistevano con essi, al fine di commuoverlo, come se l’immaginavano, in modo che fosse colpito (dalle loro parole). Soprattutto quando trovavano a questo proposito qualche testo di un discorso profetico, credevano di potersi permettere d’impiegare quegli stessi termini, che, in ogni caso, hanno bisogno d’essere interpretati allegoricamente; li prendevano nel loro senso letterale, derivandone (altri termini), formandone delle ramificazioni e costruiva­no con essi dei discorsi. Questo genere di licenza è frequente presso i poeti e gli oratori, o colo­ro che pretendono di comporre in versi; dimodoché si sono composti dei discorsi che, in parte, sono irreligione pura, e in parte tradiscono una debolezza d’animo e una corruzione dell’imma­ginazione da far ridere naturalmente un uomo, quando li ascolta, e da farlo piangere, quando consideri che un linguaggio simile è stato tenuto nei confronti di Dio. Se non mi fosse penoso umiliare gli autori, te ne citerei qualcosa per attirare la tua attenzione su ciò che vi è in essi d’empio; ma sono dei discorsi il cui vizio è troppo evidente per colui che sa comprendere, e tu devi dirti riflettendovi: se è un peccato grave lo sparlare e fare una cattiva reputazione verso altri, quanto, a maggior ragione, (si è colpevoli) di lasciare libero sfogo alla propria lingua quan­do si tratta di Dio, e di darGli degli attributi al di sopra dei quali Egli è elevato? Non chiamerei ciò un peccato, ma un’offesa, e una bestemmia commesse avventatamente dalla folla che ascolta e da quello sciocco che dice (tali parole). Ma quanto a colui che capisce quel che v’è di vizioso in discorsi simili, e che (malgrado ciò) le pronuncia, egli è, a mio parere, nel numero di coloro dei quali è stato detto: “e i figli d’Israele immaginarono su Dio delle parole che non erano ap­propriate” (II Re 17, 9) e altrove: “e per proferire su Dio l’errore” (Isaia 32, 6). Se quindi tu sei di coloro “che rispettano la gloria del loro Creatore”, non devi per niente prestarvi orecchio; e come allora oserai pronunciarle, e come (a maggior ragione) oserai produrne di simili? Giacché tu sai quanto grande è il peccato di colui “che scaglia delle parole verso il cielo” (Sukkah 63a). Non devi in nessun modo impegnarti in attributi di Dio (espressi) per affermazione, credendo con ciò di glorificarLo, e non devi uscire da ciò che gli uomini del grande Sinodo hanno fissato nelle preghiere e nelle benedizioni; ve n’è abbastanza per la bisogna, abbastanza di gran lunga, come ha detto Rabbi ‘Hanînâ. Per quanto si trova inoltre (in fatto d’attributi) nei libri dei pro­feti, si può leggerlo scorrendoli, purché si ammetta, come abbiamo esposto, che sono degli attri­buti d’azione, o che indicano la negazione del loro privativo. E neppure questo va divulgato alla moltitudine; al contrario, tale genere di studio appartiene agli uomini d’élite che non credono di glorificare Dio dicendo ciò che non è appropriato, ma comprendendo come si deve.

Torno ora a completare le mie osservazioni sulle parole di Rabbi ‘Hanînâ e la loro saggia disposizione. Egli non dice: «Per fare un confronto: un re mortale, ad esempio, che possedesse milioni di monete d’oro, e che venisse vantato per (il possesso di) cento pezzi»; giacché questo confronto (così concepito) indicherebbe che le perfezioni di Dio sono maggiori di quelle Lui attribuite, ma sono tuttavia della stessa specie, mentre, come abbiamo dimostrato, non è affatto così. Ma la saggezza di questo confronto consiste in queste parole: «… monete d’oro, e che venisse vantato per (il possesso di monete) d’argento», che indicano come Dio non abbia nulla che sia della stessa specie di queste perfezioni che ci trova, e che queste, al contrario, sono delle imperfezioni nei Suoi confronti, come ha spiegato dicendo: «non sarebbe un insulto per lui?».

Così, ti ho fatto conoscere che tutti quegli attributi che tu credi essere una perfezione costi­tuiscono un’imperfezione nei confronti di Dio, se sono della stessa specie di quelle che noi pos­sediamo. Già Salomone ci ha istruito a tale proposito in maniera sufficiente, dicendo: “Giacché Dio è in cielo, e tu sulla terra; che le tue parole siano poche” (Ecclesiaste 5, 1).

 

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