Decameron

Giovanni Boccaccio

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Giovanni Boccaccio (Certaldo 1313-1375), “Fedele d’Amore” come Dante Alighieri e Francesco Petrarca con i quali forma le cosiddette “tre corone” della letteratura italiana. Del primo amò e studiò con passione l’opera, fu lui a scrivere il Trattatello in laude di Dante Alighieri e ad attribuire il nome “Divina” alla “Commedia”; tenne pure delle lectiones magistrales sui canti dell’Inferno fermandosi però all’esegesi del XVII, a causa di problemi di salute. Il secondo fu per lui un amico e un maestro che l’aiutò ad approfondire la ricerca della vera conoscenza. Le sue opere contengono ampi riferimenti al patrimonio classico, specialmente greco, nel quale riconobbe tesori celati non raccolti dagli stessi latini. Boccaccio è noto per il linguaggio sboccato e volgare che ha utilizzato spesso nei suoi scritti, a dissimulare verità profonde ed elevate a dispetto delle apparenze[1]. Di seguito pubblichiamo la terza novella del primo giorno del Decameron, nella quale «Melchisedec afferma che, tra il Giudaismo, il Cristianesimo e l’Islamismo, “nessuno sa qual è la vera fede”»[2].

Primo giorno Novella terza

Melchisedech giudeo, con una novella di tre anella, cessa un gran pericolo dal Saladino apparecchiatogli.

Poiché, commendata da tutti la novella di Neifile, ella si tacque, come alla reina piacque, Filomena così cominciò a parlare.

La novella da Neifile detta mi ritorna a memoria il dubbioso caso già avvenuto ad un giudeo. Per ciò che già e di Dio e della verità della nostra fede è assai bene stato detto, il discendere oggimai agli avvenimenti e agli atti degli uomini non si dovrà disdire; e a narrarvi quella verrò, la quale udita, forse più caute diverrete nelle risposte alle quistioni che fatte vi fossero. Voi dovete, amorose compagne, sapere che, sì come la sciocchezza spesse volte trae altrui di felice stato e mette in grandissima miseria, così il senno di grandissimi pericoli trae il savio e ponlo in grande e in sicuro riposo. E che vero sia che la sciocchezza di buono stato in miseria altrui conduca, per molti essempli si vede, li quali non fia al presente nostra cura di raccontare, avendo riguardo che tutto ’l dì mille essempli n’appaiano manifesti. Ma che il senno di con­solazione sia cagione, come promisi, per una novelletta mosterrò brievemente.

Il Saladino, il valore del qual fu tanto che non solamente di piccolo uomo il fe’ di Babillonia soldano, ma ancora molte vittorie sopra li re saracini e cristiani gli fece avere, avendo in diverse guerre e in grandissime sue magnificenze speso tutto il suo tesoro, e, per alcuno accidente so­pravvenutogli bisognandogli una buona quantità di danari, né veggendo donde così prestamente come gli bisognavano aver gli potesse, gli venne a memoria un ricco giudeo, il cui nome era Melchisedech, il quale prestava ad usura in Alessandria, e pensossi costui avere da poterlo ser­vire quando volesse; ma sì era avaro che di sua volontà non l’avrebbe mai fatto, e forza non gli voleva fare; per che, strignendolo il bisogno, rivoltosi tutto a dover trovar modo come il giudeo il servisse, s’avvisò di fargli una forza da alcuna ragion colorata. E fattolsi chiamare e familiar­mente ricevutolo, seco il fece sedere e appresso gli disse:

– Valente uomo, io ho da più persone inteso che tu se’ savissimo e nelle cose di Dio senti molto avanti; e per ciò io saprei volentieri da te quale delle tre leggi tu reputi la verace, o la giudaica o la saracina o la cristiana.

Il giudeo, il quale veramente era savio uomo, s’avvisò troppo bene che il Saladino guardava di pigliarlo nelle parole per dovergli muovere alcuna quistione, e pensò non potere alcuna di queste tre più l’una che l’altra lodare, che il Saladino non avesse la sua intenzione. Per che, come colui al qual pareva d’aver bisogno di risposta per la quale preso non potesse essere, aguzzato lo ’ngegno, gli venne prestamente avanti quello che dir dovesse, e disse:

– Signor mio, la quistione la qual voi mi fate è bella, e a volervene dire ciò che io ne sento, mi vi convien dire una novelletta, qual voi udirete.

Se io non erro, io mi ricordo aver molte volte udito dire che un grande uomo e ricco fu già, il quale, intra l’altre gioie più care che nel suo tesoro avesse, era uno anello bellissimo e prezioso; al quale per lo suo valore e per la sua bellezza volendo fare onore e in perpetuo lasciarlo né suoi discendenti, ordinò che colui de’ suoi figliuoli appo il quale, sì come lasciatogli da lui, fosse questo anello trovato, che colui s’intendesse essere il suo erede e dovesse da tutti gli altri essere come maggiore onorato e reverito.

E colui al quale da costui fu lasciato il simigliante ordinò né suoi discendenti e così fece come fatto avea il suo predecessore; e in brieve andò questo anello di mano in mano a molti successori; e ultimamente pervenne alle mani ad uno, il quale avea tre figliuoli belli e virtuosi e molto al padre loro obedienti, per la qual cosa tutti e tre parimente gli amava. E i giovani, li quali la consuetudine dello anello sapevano, sì come vaghi d’essere ciascuno il più onorato tra’ suoi ciascuno per sé, come meglio sapeva, pregava il padre, il quale era già vecchio, che, quan­do a morte venisse, a lui quello anello lasciasse.

Il valente uomo, che parimente tutti gli amava, né sapeva esso medesimo eleggere a qual più tosto lasciar lo dovesse, pensò, avendolo a ciascun promesso, di volergli tutti e tre sodisfare; e segretamente a uno buono maestro ne fece fare due altri, li quali sì furono simiglianti al pri­miero, che esso medesimo che fatti gli avea fare appena conosceva qual si fosse il vero. E venendo a morte, segretamente diede il suo a ciascun de’ figliuoli. Li quali, dopo la morte del padre, volendo ciascuno la eredità e l’onore occupare, e l’uno negandolo all’altro, in testimo­nianza di dover ciò ragionevolmente fare ciascuno produsse fuori il suo anello. E trovatisi gli anelli sì simili l’uno all’altro che qual di costoro fosse il vero non si sapeva conoscere, si rimase la quistione, qual fosse il vero erede del padre, in pendente, e ancor pende.

E così vi dico, signor mio, delle tre leggi alli tre popoli date da Dio padre, delle quali la quistion proponeste: ciascuno la sua eredità, la sua vera legge e i suoi comandamenti diritta­mente si crede avere e fare; ma chi se l’abbia, come degli anelli, ancora ne pende la quistione.

Il Saladino conobbe costui ottimamente essere saputo uscire del laccio il quale davanti a’ piedi teso gli aveva; e per ciò dispose d’aprirgli il suo bisogno e vedere se servire il volesse; e così fece, aprendogli ciò che in animo avesse avuto di fare, se così discretamente, come fatto avea, non gli avesse risposto.

Il giudeo liberamente d’ogni quantità che il Saladino richiese il servì; e il Saladino poi inte­ramente il soddisfece; e oltre a ciò gli donò grandissimi doni e sempre per suo amico l’ebbe e in grande e onorevole stato appresso di sé il mantenne.

[1] «Qui fece fine la Lauretta alla sua canzone, la quale notata da tutti, diversamente da diversi fu intesa; ed ebbevi di quegli che intender vollono alla melanese, che fosse meglio un buon porco che una bella tosa. Altri furono di più sublime e migliore e più vero intelletto, del quale al presente recitare non accade» scrive lo stesso Boccaccio nella Conclusione alla terza giornata del Decameron («Gli iniziati, e specialmente quelli degli ordini più elevati, si dissimulano volentieri in mezzo al popolo, facendo in modo di non distinguersene in niente esteriormente. Si può notare che questa è, in definitiva, l’appli­cazione più stretta e più completa del precetto rosacrociano che ordina d’adottare sempre il linguaggio e i costumi delle genti tra le quali si vive e di conformarsi in tutto ai loro modi d’agire; certamente può trattarsi, innanzitutto, di un mezzo per passare inosservati tra i profani, il che non è senza importanza sotto diversi aspetti, ma vi sono ancora per questo altre ragioni più profonde» (R. Guénon, Initiation et Réalisation spirituelle, Éditions Traditionnelles, Paris, 1952, cap. XXVIII: Le masque “populaire”).

[2] «Non bisogna lasciarsi fermare dalle forme esteriori, quali possano essere; i “Fedeli d’Amore” sape­vano andare al di là di queste forme, ed eccone una prova: in una delle prime novelle del Decameron di Boccaccio, Melchisedec afferma che, tra l’Ebraismo, il Cristianesimo e l’Islamismo, “nessuno sa qual è la vera fede”. Il sig. Valli ha visto giusto interpretando tale affermazione nel senso che “la vera fede è nascosta sotto gli aspetti esteriori delle diverse credenze” (p. 433); ma quel che è più notevole, e questo egli non l’ha visto, è che tali parole siano poste in bocca a Melchisedec, il quale è precisamente il rappresentante della tradizione unica celata sotto tutte queste forme esteriori; e v’è in ciò qualcosa che mostra bene come certuni, in Occidente, sapessero ancora a quell’epoca cosa fosse il vero ”centro del mondo”» (cf. R. Guénon, Aperçus sur l’Ésotérisme chrétien, Éditions Traditionnelles, Paris, 1954, cap. IV: Le langage secret de Dante et des “Fidèles d’Amour”. Cf. anche R. Guénon, Studi Sulla Massoneria e il Compagnonaggio, vol. II: Recensioni, A.C. Pardes, Barcelona, 2016, p. 23: «E Boccaccio, loro erede in quanto “Fedele d’Amore”, non fa affermare da Melchisedek che la verità delle tre religioni è indiscernibile … poiché esse non sono che una nella loro essenza profonda?»).

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